Roberto Casati. Contro il colonialismo digitale

Con l'intervento di Roberta Locatelli doppiozero, partendo dall'ultimo libro di Roberto Casati, apre una discussione attorno al cambiamento della lettura con l'avvento della tecnologia digitale.

 


 

Ho trovato il pdf di Contro il colonialismo digitale di Roberto Casati nella mia casella di posta durante un seminario in università sulla percezione uditiva. Non appena finito il seminario, ho iniziato a leggerlo, ma nel giro di dieci minuti ho avuto modo di abbandonare ancora l’app di visualizzazione dei pdf per controllare la casella di posta un paio di volte, prendere alcuni appunti per questa recensione, rispondere a un amico su skype, cercare sul sito dell’editore Palgrave un volume che ripropone i contributi, tra cui quello di Casati, a un convegno on-line sull’«e-text» che avevo seguito ai tempi ma di cui ignoravo la riedizione e poi nel mio archivio di pdf alla ricerca di un altro testo di Casati, attinente non al libro che stavo leggendo ma ai temi discussi poco prima al seminario. Alla fine, ho disattivato il wi-fi del mio iPad e ho iniziato a leggere per davvero.
Quest’irrilevante cenno autobiografico illustra bene la tesi centrale del libro di Casati: l’ambiente digitale costituisce minaccia per la lettura e dobbiamo trovare attivamente delle strategie per rinconquistarla.

 

Contro il colonialismo digitale sfata efficacemente un gran numero di miti che informano il dibattito odierno su lettura e innovazione tecnologica nonché alcune affrettate decisioni ministeriali. La riflessione di Casati è guidata da un atteggiamento pragmatico e di buon senso (qualità quanto mai rara nel dibattito corrente), che evita gli estremi opposti del luddismo e del fondamentalismo digitale.

 

 

Il primo mito a cadere è l'idea secondo cui il libro digitale rappresenti, di per sé, una grande innovazione tecnologica rispetto al libro di carta.
Casati osserva pragmaticamente che l'ebook non sembra risolvere alcun problema o rispondere ad alcuna esigenza, come invece fanno le innovazioni tecnologiche di successo. Il telefono portatile libera dai vincoli spaziali e temporali imposti dai cavi telefonici. Quale problema risolve l'ebook? Certo, il libro digitale permette di ottenere libri in un click e di racchiudere un'intera libreria nel ridottissimo spazio di un e-reader. Ma a quali esigenze rispondono queste potenzialità? Quello di non dover scegliere prima della partenza i libri da portarsi in vacanza? Quello di recuperare spazio in casa?

 

Indubbiamente, vi sono specifiche circostanze in cui la possibilità di racchiudere in un dispositivo elettronico un’intera biblioteca è un grande vantaggio. Quando ho dovuto abbandonare il mio appartamento di Parigi per trasferirmi a Londra nella consapevolezza che nei mesi, forse anni, successivi avrei affrontato ancora numerosi traslochi, si è posto il problema di cosa fare della mia libreria. Trasportare decine di scatoloni di libri e di articoli fotocopiati e stampati, nella prospettiva di doverli a breve indirizzare a ignota destinazione era impensabile. Impensabile pure rinunciare a tutti o gran parte dei libri, con cui lavoro. Ho quindi spedito tutti i libri in un appartamento di famiglia in Italia, inutilizzati ma al sicuro, e ho comprato un iPad in cui ho ricostruito una copia approssimativa della mia irraggiungibile biblioteca fisica.  
L'iPad ha risolto un mio problema, permettendomi di fatto di continuare a lavorare, ma tramite un accomodamento imperfetto. La vera innovazione tecnologica risolutiva sarebbe stato il tele-trasporto dei libri, o più modestamente un servizio di traslochi rapido e low cost.

 

 

Perché? Che differenza c’è tra leggere un libro di carta e leggere un e-book? Parliamo della lettura di saggi piuttosto lunghi e complessi, perché richiedono una modalità di lettura che non ammette distrazioni. Il libro di carta offre una serie di vantaggi cognitivi proprio in quelli che vengono spesso additati come i suoi limiti rispetto all’omologo digitale.
Un libro di carta si può annotare: una manipolazione del testo di cui la funzione di sottolineatura disponibile su Kindle e iBooks non è che una lontanissima parente, buona per evidenziare qualche citazione da recuperare in futuro, ma che non aiuta la comprensione e memorizzazione (alcune applicazioni dell’iPad permettono invero di annotare i pdf con una penna quasi come su carta, ma in maniera molto meno fluida). Il fatto che il libro abbia un peso, sia impaginato in un certo modo e occupi dello spazio fornisce al lettore un gran numero di informazioni tattili e visive che fanno da rinforzo mnemonico alle nozioni apprese e permettono di calibrare gli sforzi nella lettura, segnalando, per esempio, quanto manchi alla fine del libro.
Se i libri occupano prezioso spazio nelle nostre case, le librerie offrono un potentissimo aiuto visivo per la memoria. Casati ricorda un’esperienza familiare a chiunque si sia trovato a scrivere di fronte alla propria libreria: alle volte basta far scorrere lo sguardo lungo gli scaffali per riattivare la memoria di intere informazioni apprese in passato, una memoria difficilmente riattivabile scorrendo una lista di files su un monitor.

 

L’e-book non apre nuovi orizzonti per la lettura dei testi, semmai permette a pochi sventurati precari di continuare a leggere, fornendo un’approssimazione per difetto al libro di carta, tanto più funzionale quanto più riesce ad assomigliavi.

 

Casati decostruisce la retorica secondo la quale il libro digitale, internet e le nuove tecnologie in genere rappresentino un’innovazione cognitiva epocale, che stiano imponendo una nuova forma di intelligenza e di lettura, un «pensiero arborescente» che procede per strade parallele e discontinue.
Che siamo tutti costretti a interrompere di continuo le nostre occupazioni con gli stimoli più disparati  e a «navigare» tra un mare di informazioni dissonanti è un fatto. Non è detto però che il nostro cervello possa davvero essere educato a questa frammentazione. Ad ogni passaggio da un’attività all’altra, ad ogni nuova struttura in cui dobbiamo orientarci, il nostro cervello subisce una sostanziale dispersione di energia e tempo, che vengono per forza di cose sottratti ad altre attività. Per questo motivo la natura lineare e circoscritta del libro rappresenta un vantaggio cognitivo poiché permette al lettore di dedicarsi  interamente alla comprensione del testo.  

 

 

Con questo spirito (e supportato da un certo numero di studi scientifici), Casati smonta la pretesa che sia in atto una mutazione antropologica che vede l’avvento di una nuova generazione di «nativi digitali» la cui familiarità con gli strumenti digitali comporta non solo il possesso di competenze informatiche, ma di una nuova intelligenza, che segue logiche e strutture diverse.

 

Se l’e-book, dunque, non introduce un nuovo modo di leggere né tantomeno di pensare, si iscrive però in un ambiente cognitivo inospitale per la lettura, perché minaccia la «nostra risorsa intellettuale primaria, l’attenzione». Nell'iPad la lettura è una delle tante cose che si possono fare, una delle tante app che compete timidamente con rivali molto più allettanti, divertenti e riposanti. Così non è per gli e-reader (che sembrano tuttavia andare, per motivi commerciali, nella direzione dell’iPad: si pensi al Kindle Fire), ma le distrazioni non provengono da varie fonti, dall’esposizione continua a chats, e-mail, social network, notizie on-line.

 

Da queste considerazioni discendono alcune proposte per salvare la lettura, proteggendo il libro di carta e cercando strategie per diventare lettori digitali più consapevoli utilizzando le tecnologie in modo critico e creativo, ma anche capendo quando è necessario sottrarvisi.
Casati propone una serie di suggerimenti, tratti da esperienze e contesti disparati, talvolta semplici e di facile attuazione. Tra le varie proposte, vi è quella del «mese della lettura», in cui gli alunni leggono un libro al giorno per un mese, l’utilizzo di blog in cui discutere con gli studenti i testi trattati nei corsi universitari, un servizio di micro-tutorato con cui studenti universitari rispondono via SMS ai quesiti di studenti elementari, o ancora la conduzione di progetti di scrittura di voci di Wikipedia nelle scuole. 
 Al di là dei suggerimenti puntuali, Casati si dedica a una riflessione di ampio respiro sull’introduzione delle tecnologie nella scuola, criticando prevedibilmente la rincorsa cieca all’innovamento tecnologico, che spesso nasconde l’illusione che portare i tablet sui banchi di scuola ci possa esimere dal compito fondamentale di ripensare i fini dell’insegnamento e di progettare, caso per caso, situazioni di apprendimento adatte alla disciplina, agli obiettivi e al livello di insegnamento.

 

 

Se la scuola si deve adattare alle nuove tecnologie, questo adattamento non può prendere la forma di una rincorsa alle tecnologie. Semmai i mutamenti sociali e tecnologici devono indurla a ripensare i propri compiti. L’enorme disponibilità di informazioni della rete priva la scuola del suo compito un tempo primario di trasmissione delle informazioni. Diventa però prioritario e irrinunciabile il compito di fornire gli strumenti per gestire queste informazioni, a partire da una comprensione teorica delle tecnologie (perché compare la sequenza «http://», chi assegna i nomi di dominio, chi possiede i nostri dati personali, come possono essere usati a fini pubblicitari, come funzionano motori di ricerca come google).

 

In questo senso proprio la relativa arretratezza tecnologica della scuola, il suo essere uno «spazio protetto in cui lo zapping è vietato per definizione» può rappresentare un enorme vantaggio per la difesa della nostra risorsa intellettuale primaria e una «zon[a] di tranquillità da cui guardare allo sviluppo della società in tutta calma».

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