Temuti e adorati, i nuovi bambini

“Invece Ugo, tu lo chiami Ugo... chillo come sta vicino 'a mamma che se sta pe' move, "Ugo!" 'o guaglione non ha nemmeno 'o tiempo, capito? Po' fa 'nu passo, però "Ugo!", adda' turna' pe' forza perché 'o sient' 'o nome”. Si rideva e si ride tutti con Massimo Troisi, in Ricomincio da tre (1981), quando suggerisce che un nome breve è una garanzia: di un bravo bambino sempre vicino alla mamma, che non fa guai e non si allontana troppo. Insomma, bambino sì, ma sotto controllo. Ugo sempre, Massimiliano mai.

A volte però non basta. Perché i bambini sciamano e corrono, toccano e sporcano. Soprattutto, sono sempre in azione. Un’azione che non possono ancora verbalizzare come piacerebbe ai Grandi, che vorrebbero poter parlare tranquillamente tra loro e con loro. Come se fossero adulti con faccini bambini. 

Marco e Anna non vedevano l’ora di annunciare la lieta novella, dire agli amici che anche loro, come era già accaduto a diversi del gruppo, ci erano riusciti: tra qualche mese sarebbero diventati genitori. Dunque, hanno pensato di organizzare una cena, certi che tutti sarebbero accorsi per gioire insieme a loro. Invece, un amico si scusa e all’ultimo dà buca, un altro chiede: ma siete sicuri che sia il momento giusto?! Anche chi arriva non pare troppo desideroso di festeggiare, e insinua dubbi e preoccupazioni. Ma allora non ci vedremo più, perché voi non potrete più uscire, i bambini disturbano, e le donne non hanno più voglia di fare l’amore… Insomma, la festa diventa uno psicodramma che continua nello scambio social e su WhatsApp.

 

Dopo qualche settimana alcuni si giustificheranno, forse in fondo non è una notizia così nefasta, ammetteranno l’invidia di chi vorrebbe ma non può, la preoccupazione di essere espulsi dal gruppo dei futuri genitori e il timore di essere relegati a una frequentazione di soli single. Intanto, il piacere di essere per un po’ al centro dell’attenzione è stato guastato. 

L’esperienza che ha scioccato Marco e Anna non stupisce più di tanto chi invece genitore lo è già. Nessun ristorante esibisce il cartello “vietato ai bambini”, si sa però che certe pizzerie è meglio lasciarle perdere, in certi locali cult è meglio andare quando a casa si ha la baby sitter, in treno chi ha bambini si scusa di continuo con gli altri passeggeri, al bar capita altrettanto. Se un bambino non la smette, i genitori se lo portano via. 

 

A Milano, per esempio, città con uno dei tassi di natalità più bassi del mondo, non si vogliono neonati a Palazzo Marino, gli inquilini protestano per la presenza degli asili, nonostante le pareti siano insonorizzate il vociare comunque inquieta e una delibera sui cortili condominiali (settembre 2012) permetta il gioco all’aperto seppure con fasce orarie di tutela. Eppure, è una lotta continua: tra gli anziani, gli unici a casa nelle fasce protette!, e i bambini schiamazzanti che non possono giocare al pallone, usare la bici, saltare troppo in alto. Ai giardinetti la questione è stata parzialmente risolta: c’è un’area bambini, che negli anni si è ristretta, e un’area cani che negli ultimi anni si è decisamente estesa. 

E in vacanza non va meglio, non ci sono per ora spiagge formato famiglia, ma è sufficiente un colpo d’occhio per capire che si formano zone di aggregazione spontanee tra chi ha pargoli e vuole evitare che i loro tuffi schizzino le pettinature delle signore.

 

Le culle sono vuotissime, ripetono allarmati i media, 537. 242 nati nel 1999, 485.780 nel 2015, l’Italia è in quarta posizione tra i paesi con il più basso tasso di natalità al mondo, è al diciottesimo tra quelli con il più basso tasso di fecondità − la dimensione media delle famiglie è di due persone, oltre quattro milioni di famiglie sono monoparentali, composte da un genitore che vive con uno o più figli, ci dice Smallfamilies, associazione delle famiglie a geometria variabile. 

Insomma, nel nostro mondo i bambini costituiscono una minoranza, e come ogni minoranza provocano con la loro diversità. Oggi non preoccupa più la scoperta di Freud di un essere infantile “perverso polimorfo”, alla ricerca continua di sensazioni anche sessuali piacevoli senza uno scopo, ma il fatto che sia un essere in movimento continuo, imprevisto e incontrollabile che scombina i piani e le mete di una realtà adulta padrona di sé. Così, i bambini più vivaci rischiano l’espulsione anche da scuola, la diagnosi di “bambino iperattivo” è un’etichetta che spesso si affibbia semplicemente a chi non riesce a stare fermo. 

 

 

Tra educatori, formatori e psicologi dell’infanzia il dibattito è acceso e aperto: non siamo più abituati al “rumore” che produce l’infanzia, non siamo più capaci di dettare le fatidiche regole, non siamo più in grado di dar retta a chi ha bisogno di attenzione e dunque deve alzare il tono di voce. 

L’insofferenza nei confronti della “vita piccola” è solo una faccia di una medaglia dove la sociologia aiuta a colorare le statistiche. Perché i giovani, invece, dicono di desiderare un figlio, forse anche due, e anche abbastanza in fretta, mentre chi diventa madre ha oggi, in media, 31 anni virgola 7. Tra i 18-32 anni solo il 4,9% dice che non vuole averne – sotto i 25 anni il 42% non utilizza alcun metodo contraccettivo durante la prima esperienza sessuale, 24% delle donne utilizza mezzi di contraccezione poco sicuri, in Italia l’uso della pillola è tra i più bassi in Europa (16,2%). Nel 2014, sono diventate madri 7.819 ragazze che avevano meno di 19 anni, tra queste più della metà vive nelle regioni del sud. 

Dati contradditori, che rappresentano la complessità di fattori che confluiscono nel dato statistico di natalità. Poca educazione sessuale, fantasia che sia un figlio a segnare quell’emancipazione dalla famiglia d’origine che la crisi economica costringe a procrastinare, fiato sul collo della pressione demografica di un mondo altro, in questa fase storica soprattutto africano. 

 

Chissà, che sia il caso di rileggere Fecondità (1899) di Émile Zola − tra i dieci libri che Freud sceglie in Risposta a un questionario sui buoni libri (1907) –, il romanzo che mette in scena situazioni umane tutte diverse per rappresentare il tema della denatalità nella Francia dell’epoca, in competizione con la nemica Germania, dove l'indice demografico era in costante aumento.

La maternità è una scelta, non più un destino, un percorso sempre più complicato – “hanno il coraggio di ricominciare”, dice Julia Kristeva e la sua espressione non è molto diversa dalla concezione che del coraggio dà Jankélévitch. Perché la gravidanza interrompe una continuità, lavorativa e temporale, dove il femminile si muove come un soggetto unico e potente, capace di avere la vita in mano. Scoprire di essere incinta, anche quando lo si è molto desiderato, a volte è quasi uno shock. Prima di tutto ci si… stupisce, perché ora, data la possibilità di controllare la riproduzione, è più facile immaginare di non poter avere figli che, come è tradizionalmente accaduto, viceversa. E poi ci spaventa, si ha il timore di una perdita – perdita del proprio corpo, com’era prima, perdita di uno status lavorativo, perdita di un’indipendenza affettiva. E avanza immediato il timore che la nascita di un altro sia incompatibile con le esigenze della propria esistenza. 

 

Così, dopo aver accompagnato e sostenuto per decenni la sofferenza femminile nel suo desiderio di realizzazione e di emancipazione nel mondo, lo spazio analitico diventa ora il luogo dove è possibile immaginare la creatività generativa. 

La riflessione di Elisabeth Badinter, in L’amore in più. Storia dell’amore materno, vale oggi più che mai per madri e padri futuri già in ansia per ogni battito di ciglia, talmente consapevoli delle possibilità di influenzare un figlio da restarne inibiti. 

“ (…) se il Settecento lanciò l’idea della responsabilità dei genitori, l’Ottocento la interiorizzò accentuando quella della madre, fino ad arrivare al Novecento quando il concetto di responsabilità materna si trasformò in quello di colpevolezza”.

Quelli che nascono sono, però, figli sognati e cercati, desideratissimi. E quando arrivano la coppia è disposta a ogni sacrificio, come quello che richiede un bambino piuma, nato prematuro, e spesso sono due − in seguito alle nuove possibilità di fecondazione, negli ultimi anni, i parti di gemelli sono aumentati del 25%. 

 

Bambini divini, il film di Saverio Costanzo, Hungry Hearts, tratto dal libro Il bambino indaco di Marco Franzoso, coglie bene l’atmosfera dell’epoca. La trama segue le vicende di una coppia innamorata minata dall’arrivo del terzo. La fisicità androgina di Alba Rohrwacher soffre il conflitto estremo: mette a rischio la sua vita e quella del suo bambino, perché lei non deve ingrassare, e il bambino non deve mangiare, non può essere esposto alla luce del mondo. Perché tutto, l’aria come il cibo, possono essere contaminati. Per salvare il bambino bisogna eliminare la madre, e sarà un’altra donna, una madre più anziana a compiere il tragico atto finale. 

I bambini nei sogni si presentano spesso come “poppanti saggi” che tranquillizzano gli adulti, bambini che nascono già predestinati a vivere one-to-one

Che li si ami ardentemente, che non li si sopporti spassionatamente rimangono esserini preziosi investiti di enormi aspettative. Tanto più in regime di scarsità.

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