Trump e il narcisismo

Negli ultimi tempi i commentatori fanno a gara nel cercare di inquadrare Donald Trump in termini psicopatologici. Alcune riviste mi chiedono una sorta di cartella clinica del presidente americano. Ad esempio, mi si chiede se si può parlare di infantilismo di Trump, a 71 anni.

 

Parlerei nel suo caso non di infantilismo quanto piuttosto di inizio di demenza senile. Oggi il termine “malattia senile” tende a essere bandito – come quello di “stagnaro” per dire idraulico – perché suona offensivo per i vecchi. Essendo io quasi settantenne, mi sento in diritto di parlar male degli anziani. Il demente senile si infantilizza, da qui l’impressione che Trump sia infantile. Nel senso che si incrociano deficit cognitivi con deficit morali, in particolare, chi invecchia male non ascolta più chi non la pensa come lui o lei. Mi ha colpito quando Trump denunciò un terribile attentato in Svezia mai avvenuto; semplicemente aveva visto la sera prima alle Fox News un’inchiesta sulla Svezia in cui si diceva che il tasso di criminalità era aumentato in quel paese per colpa dell’afflusso di immigrati. Trasformare un aumento statistico in un attentato terroristico rivela una grave deficienza nel categorizzare concettualmente l’informazione. Pare che Trump segua solo Fox News, perché è il canale conservatore che la pensa come lui, non sembra interessato ad ascoltare altre campane. Sono convinto invece che Obama, per esempio, ascoltasse anche Fox News. In seguito, Trump si è addormentato twittando qualcosa, per cui l’ultima parola era un guazzabuglio di lettere; certi colpi di sonno improvvisi sono tratti senili.

 

L’ultima perla (l’ultima mentre scrivo) è il twitter mandato al sindaco di Londra Sadiq Khan dopo l’ultimo attentato in Inghilterra. Mentre ancora la zona attorno al London Bridge era chiazzata di sangue, Trump ha deriso il sindaco perché aveva detto ai londinesi che non c’era alcuna ragione di essere allarmati… Ma Khan aveva detto solo che i londinesi non devono allarmarsi se vedono aumentare la presenza della polizia armata in città. Si dirà: non è demente l’uomo Trump, è demente la sua ideologia, anche se in milioni la condividono (ad esempio, il 40% degli americani approva la sua uscita dagli accordi di Parigi sul clima). Ma anche chi segue una ideologia demente, se ha posizioni di grande responsabilità si rende conto che non può applicarla as such. Il voler perseguire a ogni costo il proprio progetto può generare disastri. Trump ricorda il generale Buttiglione, eroe radiofonico di un tempo: “uno come me non si arrende mai, nemmeno di fronte all’evidenza”.

 

Ammettiamo che l’involuzione senile di Trump si accentui: che cosa farà il suo staff? Questo è un problema che si pone a qualsiasi team presidenziale o regale: cosa fare se la Guida suprema dà fuori di matto o rimbambisce? Qualcosa del genere accadde con Ronald Reagan: i segni dell’Alzheimer – che fu reso pubblico solo nel 1994, cinque anni dopo la fine del secondo mandato – erano palesi quando lui era ancora presidente. Lo ha confermato il figlio Ron. Ricordo che negli ultimi tempi le apparizioni pubbliche di Reagan erano rade e veloci. Il suo “cerchio magico” riuscì a otturare le falle.

Il caso più celebre è quello di Giorgio III d’Inghilterra, re dal 1760 fino alla sua morte nel 1820. Da vecchio re Giorgio divenne pazzo, alcuni pensano per una malattia del sangue detta porfiria, altri pensano che fosse maniaco-depressivo, comunque finì completamente demente. La corte corse ai ripari nominando reggente nel 1811 suo figlio, il principe di Galles.

 

Il punto è che il presidente americano ha il controllo delle armi atomiche. Se Trump, dopo aver visto una trasmissione Fox, decidesse di buttare una bomba atomica su Pyongyang o su Teheran, chi glielo impedirebbe? Stanley Kubrik immaginò uno scenario simile nel film Dr. Stangelove del 1964: un generale americano diventa psicotico e dà ordine agli aerei US di bombardare atomicamente l’Unione Sovietica. Il presidente americano e tutto il suo staff non riescono a evitare la catastrofe nucleare.

                           

Altri si chiedono se Trump possa essere diagnosticato come narcisista. Il concetto di narcisismo, elaborato da Freud ma oggi di uso comune, è uno dei concetti psicoanalitici più complessi, disorientanti e ambigui. Dire che qualcuno è narcisista è dire tutto e dire niente. Molti credono che il narcisismo sia una patologia, ma per Freud il narcisismo è una componente essenziale alla base di ciò che chiamiamo auto-stima, amor proprio, apprezzamento delle proprie qualità e quindi senso di sicurezza in se stessi, ecc. Diciamo che in Trump c’è troppo di tutto ciò che ci fa normali: troppa auto-stima, troppa ammirazione per le proprie capacità, troppo amor proprio, troppa sicurezza in se stesso, ecc.

 

Comunque, vedo un certo tipo di narcisismo nei trumpisti. Alcuni americani che hanno votato per lui mi hanno detto, per giustificare i suoi passi falsi, “Nessuno è perfetto” (non so se pensassero alla famosa frase finale del film A qualcuno piace caldo). Ovvero, è quello che pensano di se stessi, che non sono perfetti. Questo forse significa che la democrazia occidentale sta entrando in una nuova fase, che potrebbe portare alla sua fine. In passato si ammiravano e si votavano leader che sembravano tendere alla perfezione, che appartenevano a un mondo diverso da quello della gente comune, come Lincoln, De Gasperi, De Gaulle, Gandhi, Aldo Moro, Nelson Mandela, ecc. Si pensava allora che la democrazia selezionasse un’aristocrazia morale, nel senso proprio di aristoí, i migliori. Col tempo, si sta affermando l’idea che bisogna eleggere non i migliori ma gente comune come noi, “non perfetti”, anche se hanno realizzato quello che io, persona comune, vorrei realizzare: avere molti soldi, essere simpatico, avere molte donne – o essere la donna di costui – accumulare potere, e vantarmi sfacciatamente di tutto ciò. La massa elegge non più persone che non saremo mai e che nemmeno vorremmo essere, ma persone che vorremmo essere, quelli che Freud chiamava “io ideali”. Il narcisismo è anche votarsi al proprio Io ideale. 

 

Adorare Berlusconi o Trump illustra quindi la banalità degli ideali egoici di massa, che esprimono quella che chiamerei mediocrazia. Nel senso che si preferiscono leader “mediocri come me” – appaiono più autentici – ma anche nel senso che, per lo più, costoro vengono dai media o ne hanno il controllo. Esprimono bene una mediocrità diffusa oggi legittimata ed esaltata dai media.

 

 

Quando Berlusconi emerse negli anni ’90, alcuni (pochi) dissero che il modulo Berlusconi non sarebbe rimasto una specialità italiana, ma sarebbe stato esportato in Occidente; del resto l’Italia aveva già esportato con successo il ‘kit’ fascismo. Nessuno però avrebbe previsto che il modulo Berlusconi si sarebbe affermato proprio nel paese più importante, gli Stati Uniti d’America, con Trump. Anziché far ricorso al concetto-tappabuchi di populismo, dirò che il modulo Berlusconi ha queste caratteristiche:

 

(a)    Un leader carismatico che si situa a destra – ma non necessariamente – e che non viene dalla politica, ma dall’imprenditoria.

 

(b)   Oltre che imprenditore, questo leader è impresario. Comunque viene da, o ha avuto a che fare con, il mondo dello spettacolo, in particolare televisivo. La leadership politica tende sempre più a identificarsi con la spettacolarità: da qui Reagan, Schwarzenegger, Grillo, e ovviamente Trump, famoso per il serial The Apprentice.

 

(c)    Questo leader spara a zero contro l’establishment politico, talvolta fonda un suo partito personale, e si propone come portavoce della gente comune, dell’“uomo qualunque” come diceva Guglielmo Giannini (il quale apparteneva, anche lui, al mondo dello spettacolo: era drammaturgo e cineasta). Giannini aveva capito le cose con mezzo secolo d’anticipo.

 

(d)   Questo atteggiarsi a uomo della strada afferma uno stile politico che rifugge dalle accortezze diplomatiche e impone uno stile colloquiale, spesso sbracato, che porta a gaffe clamorose; da qui il disprezzo che le leadership politiche tradizionali votano a questo leader. Su Berlusconi sghignazzavano vari leader europei, su Trump invece non sghignazza nessuno perché ha troppo potere.

 

(e)    Questo leader esibisce sfrontatamente la propria ricchezza e successo, le propone come modello a chiunque, e non fa mistero di una vita sessuale intensa e promiscua. Questo non gli aliena, stranamente, il voto della parte bacchettona e puritana della popolazione, anzi, drena proprio questo tipo di consenso verso di sé. Fenomeno apparentemente paradossale su cui ci interrogheremo.

 

Ci possono essere varianti nei contenuti politici tra questi glamorous mavericks – ad esempio Berlusconi non sembra sostenere la politica di Trump, a differenza di Salvini. Ma le cinque caratteristiche di cui sopra restano essenzialmente le stesse. Questo modulo potrebbe diffondersi nel mondo, come abbiamo detto.

 

Il modulo Berlusconi-Trump potrebbe portare al tramonto della democrazia. Potrebbe generare regimi come quello di Putin in Russia o di Erdogan in Turchia, una pseudo-democrazia in mano a un autocrate. Non a caso Putin è molto ammirato in Occidente soprattutto da chi vota per Trump, Le Pen, Salvini o Grillo. Da un’inchiesta recente risulta che il 57% dei votanti Lega ammira Putin più di ogni altro leader straniero (più di Trump e Le Pen); quanto agli elettori del M5S, preferiscono anch’essi Putin e Trump, il 42% di loro il primo e il 34% il secondo. Putin è molto meno ammirato da chi vota per gli altri partiti (I. Diamanti, “M5S, il partito trasversale scelto da giovani e operai”, La Repubblica, 3 giugno2017, pp. 2-3). Conclusione: chi è xenofobo e anti-europeista ama “un uomo forte” fortemente nazionalista.

 

Una certa filosofia – che Francis Fukuyama popolarizzò – ci porta a considerare la democrazia pluralista come la vetta dell’evoluzione storica dell’umanità e quindi, come ogni stadio evolutivo, di fatto irreversibile. Ma non è così. La storia insegna che spesso dei regimi non-autoritari possono lasciare spontaneamente il posto a regimi dispotici, senza bisogno di guerre o colpi di stato. Ne abbiamo vari esempi storici. Fu il caso dei comuni italiani medievali, i quali poco a poco “evolsero” in signorie. I comuni medievali non erano democratici stricto sensu, ma si basavano su una pluralità di corporazioni che cercavano di amministrare la città dal basso. La lotta politica all’interno dei comuni era però violenta, spesso sanguinosa, guelfi contro ghibellini, il potere era sempre instabile; da qui una certa stanchezza della libertà e il bisogno di avere “un signore”. Il quale poteva essere un condottiero (come gli Sforza), un nobile (come i Gonzaga) o un banchiere (come i Medici).

 

Non possiamo escludere che un processo simile possa prodursi nelle democrazie moderne. Un popolo si può stancare di godere della libertà e può affidarsi a un despota rassicurante che sappia usare bene i media, a cui delegare le scelte essenziali. Cosa che già nel XVI° secolo Etienne de la Boétie aveva perfettamente colto parlando di “servitù volontaria”. E che Michel Houellebecq ha ripreso di recente col romanzo Sottomissione.

 

Resta l’enigma del perché piacciano tycoons come Berlusconi o Trump. La risposta possibile è complessa, per cui posso solo accennarne qui.

Trump ha detto di recente una cosa molto profonda: “Se uscissi sulla Fifth Avenue con un mitra e ammazzassi un po’ di persone, non perderei un voto”. Chi adora Berlusconi o Trump perdona loro tutto.

Perché Berlusconi o Trump proclamano urbi et orbi: “io godo!” Questo scatena una certa invidia tra alcuni, ma tra i molti produce non solo ammirazione, soprattutto sottomissione. C’è una forte tendenza, in molti di noi, a farci strumento del godimento di una figura divina, e divina proprio perché si pone come campione di ogni godimento. Siamo come quelle donne che evidentemente godono nell’essere trattate da un uomo come suo puro oggetto di piacere. Nel famoso romanzo Histoire d’O, scritto da una donna, la bella O si lascia schiavizzare da molti uomini per far piacere all’uomo che lei ama. Donne che assecondano il loro uomo in tutto, che magari si lasciano anche prostituire, se a lui fa comodo. Un godimento che Freud chiamò masochistico, e che va ben oltre una certa tipologia di donna: esso è alla base di molti rapporti sociali.

 

Un tempo la folla assisteva alle laute cene che certi re del tempo andato tenevano di fronte ai sudditi: la folla godeva del godimento del re. Oggi si gode nel sentir parlare delle amanti di Berlusconi e nell’ammirare la moglie bimbo di Trump (bimbo in inglese è il tipo di donna con una bellezza vistosa ma superficiale, bambola del desiderio sessuale).

Come disse Lacan, il godimento degli esseri umani è il godimento dell’Altro.

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