Umberto Fiori. La poesia è una comunità a venire

Umberto Fiori sarà tra i protagonisti de Gli irregolari, la festa di doppiozero (Ravenna, 8 e 9 aprile), dove, il pomeriggio di domenica 9, al Teatro Rasi, dialogherà con il critico letterario Roberto Gilodi e poi terrà un concerto in compagnia di Tommaso Leddi

 

La stanza dove lavora Umberto Fiori è uno studiolo stretto e lungo, fasciato su tre pareti di libri che arrivano fino al soffitto. Nella quarta un’ampia finestra che s’affaccia su una strada di Milano solcata da platani. Il tavolo è incassato dentro la libreria come se fosse un cubicolo nel cubicolo: cella monacale. Computer, fotografie, disegni, libri e riviste aperte. La sua carriera di autore è divisa in due parti. Nel 1973 entra negli Stormy Six, gruppo musicale fondato in anni precedenti, di cui diviene il cantante, ma anche autore. Sono dieci anni in giro per l’Italia e l’Europa. Poi nel 1983 si scioglie il gruppo. Fiori va a insegnare. Ha trentaquattro anni e dietro le spalle un pezzo consistente della propria vita. Tre anni dopo da San Marco dei Giustiniani, un piccolo e raffinato editore, esce Case, suo primo volume di poesie. Nel decennio successivo Marcos y Marcos stamperà Esempi, Chiarimenti, Parlare al muro, Tutti, La bella vista, raccolte poetiche fanno di Fiori una delle voci più significative della nuova poesia italiana. Poi nel 2009 Voi da Mondadori, che ora pubblica l’intera serie dei suoi versi in un Oscar intitolato semplicemente: Poesie 1986-2014 (pp. 272, € 20). La poesia di Fiori parla una lingua quasi quotidiana, semicolloquiale, sulla scia di poeti come Vittorio Sereni e Giovanni Raboni, poesia civile, ma senza la tonalità aulica di tanta poesia italiana; contiene infatti una vena comica, quasi parodica, inquieta, senza dubbio. Del passato di cantante e musicista con il gruppo milanese degli anni Settanta, conserva un impianto antiretorico. Parla del quotidiano vivere e del suo immancabile logoramento.

 

 

Nel volume di Mondadori sono ospitati i primi versi di un testo Il conoscente che s’annuncia uno straordinario romanzo in versi sui nostri anni, della post-politica, del berlusconismo, dell’ubriacatura leghista, dove il personaggio principale porta il medesimo nome dell’autore: Umberto Fiori. Gli chiedo cosa ha fatto dopo la fine del gruppo musicale. “Mi sono disperato – mi risponde.– Non avevo più un lavoro né una prospettiva. Era crollata la vicenda politica e quella musicale. Mi sono ritrovato solo, a rispondere in prima persona di cose che prima erano collettive”. Perché allora la poesia? “Ho cominciato ben prima a scrivere versi, prima di cantare, anche se è vero che nel panorama della poesia italiana sono l’unico ad aver fatto il cantante e il poeta; forse solo Claudio Lolli”. Nella prefazione del libro Andrea Afribo cita una sua frase: “per essere poeta occorre saper cantare”. “Vuol dire che occorre una voce: un destino. Mi sono reso conto che la poesia rischiava di essere solo una tecnica letteraria. I veri cantanti poi non sono quelli che cantano bene, ma quelli che sono posseduti da una voce: Edith Piaf o Rita Pavone”. Ha scritto di recente un saggio su un racconto di Kafka, Giuseppina la cantante ovvero il popolo dei topi. Kafka è uno dei suoi autori preferiti? “Sì. I topi del racconto amano Giuseppina per il suo fischio. Non sanno cosa è il canto, tuttavia lei li incanta. Il canto non è un’attività estetica, ci dice Kafka, ma l’avventura di chi si espone con il proprio corpo”.

 

Tra i poeti chi le piace? “A dodici anni mi regalarono Ossi di seppia di Montale. Ho imparato lì che nella poesia la parola assume un ruolo straordinario”. E i poeti più giovani? “Negli anni Ottanta frequentavo Sereni e Fortini. Allora il ruolo del poeta era prestigioso, poi è decaduto”. Perché non ha più quel credito? “Tante ragioni. La poesia stessa si è scavata una nicchia e ha elaborato un linguaggio per pochi. Ma anche perché negli anni Ottanta ha perso credito la figura e la funzione pubblica dell’intellettuale. Si pensi a Pasolini: prima i poeti venivano chiamati a pronunciarsi sui fatti sociali. Ora no”. La poesia oggi non ha neppure un valore auratico, gli dico. “Baudelaire, uno dei miei autori preferiti, letto attraverso Walter Benjamin, aveva capito che alla poesia era stato ritirato il suo mandato. Certo, ci sono stati D’Annunzio e ancora Pasolini, ma poi basta. Forse solo Raboni, per stare all’Italia. I poeti si sono chiusi in un giardino d’infanzia, separati dal dibattito sociale, politico. In Italia fare il poeta è come essere amante del baseball in un paese in cui prevale il calcio”. E allora perché continua a farlo, scrivendo persino un romanzo in versi? “Credo nella funzione della poesia: arrivare alla parola. Come si dice in altro contesto: arrivare alle mani. Chi scrive di scienza sa che la sua parola può essere spiegata con altre parole. La parola poetica non ha altra spiegazione: è assoluta. La società vuole parole che sappiano spiegare, convincere, sedurre. Tuttavia la poesia ci mette di fronte a esperienze che tutti facciamo”.

 

Ma chi giudica la parola poetica? “Fare poesia è rischiare la parola. Non c’è un giudizio obiettivo. Sia il dilettante che il poeta laureato sono sullo stesso piano”. E il riconoscimento, come funziona? “Non c’è niente di sicuro. Nella poesia c’è qualcuno che parla degli affari suoi, ma la grande lirica è quella che attraverso le vicende personali riesce a fare qualcosa di esemplare”. Nella sua poesia ci sono immagini di case, muri, cose quotidiane, perché? “Per me è un discorso politico, un modo per essere con gli altri. Il poeta nel Novecento era un soggetto privilegiato: D’Annunzio, Montale, Pasolini. Una voce che si distingue dagli altri. Nei miei versi non c’è la prima persona. Il poeta non si stacca dagli altri”. Nel passaggio dalle canzoni alla poesia cosa è cambiato? “Nelle canzoni c’è una dimensione epica, la comunità è già data. Nella poesia no; è una comunità a venire”. Tra gli autori che le interessano c’è Baudelaire, perché? “Per via della centralità dell’immagine nella sua poesia: i ciechi, il cigno, il passante, sono immagini memorabili”. E tra gli autori italiani? “Gadda. Usa l’italiano come una tastiera infinita, non in modo estetico, ma per rivelare una soggettività disperatamente isterica. Lo sa e la offre agli altri. Si ride e si piange nello stesso tempo”. E Kafka? “Un maestro. Di più, un sapiente. Un mitografo”.

Questo testo è stato pubblicato su "La Stampa"
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