Un erotic now intorno al Future Sex

Future Sex, di Emily Witt (minimum fax, ben tradotto da Claudia Durastanti, ben editato da Enrica Speziale, sempre belle cose per un lettore) è un libro non bello ma utile: è una onesta, coraggiosa narrazione di un viaggio personale alla ricerca della liberazione sessuale nel proprio tempo di vita. Witt è una giornalista culturale, e in quanto giornalismo il suo è molto ben scritto, e narra esperienze proprie e altrui con una schiettezza che è tipica della trasparenza puritana americana. Una donna, scopriamo, viene educata poco prima del 2000 a un pacchetto di “moralità” che forma a una destinazione di monogamia, matrimoniale o meno; il sesso viene contemplato con più partner, in una fase di libertà “giovanile” ma poi il setaccio deve conservare il seme della maternità, e quindi di un nucleo convivente che permetta ai figli di essere allevati nel miglior modo possibile (nel meno peggiore modo possibile). Poi la moralità “perbenista” corrente permette il “dolore della separazione”, e favorisce il mantenimento della duplice genitorialità. Quello che è oltre è il “sesso libero” che sommuove lealmente o slealmente questa camminata “morale”, il sesso nelle sue molteplici variazioni commerciabili, internettabili, ammucchiabili.

 

Witt vuole provare a rompere i suoi limiti di brava ragazza. Esplora e prova. Timida o meno timida, si spinge al suo limite e cerca di forzarlo. E alla fine del libro ha in bocca un sapore quasi amaro, una specie di approdo che non vede una riva, ma altre acque senza approdo, con una certa nostalgia per il porto perbenista dal quale aveva voluto partire.

 

Ho molto apprezzato la recensione qui su doppiozero di Anita Romanello, che ha voluto con la stessa coraggiosa schiettezza di Witt parlare della sua inquietudine. Gli anni Sessanta, nei saggi teorici femministi, in quelli di Reich, nella pratica coraggiosa di milioni di hippies, hanno scoperchiato il vaso di Pandora tappato dal perbenismo, e ne sono usciti droghe, orge, coppie aperte, non-coppie… qualcuno è pure morto, per eccesso di sperimentazione. Noi, oggi, dai 25 ai 55 anni e oltre, non abbiamo nuovi territori da scoprire, in quello che io preferisco chiamare erotismo, e non sesso. Perché nel corso dei secoli si è scritto e si è fatto tutto l’erotismo possibile. A noi interessa scardinare il nostro perbenismo. E ci dividiamo grosso modo in due squadroni della vita: i neopagani che nel piacere del corpo e nella sua produzione di ormoni benevoli nel cervello non si crucciano per il proprio egocentrismo; e i non-monoteisti che invece sono in navigazione di altura cercando di mantenere una rotta, quella che dando piacere a se stessi non vuole dare malessere agli altri. Per questi due squadroni quello che conta è praticare l’erotismo con una vocazione di libertà potenzialmente illimitata e condivisibile: non abbiamo più bisogno di rileggere Simone De Beauvoir e neanche le barriere gender possono amputare la nostra curiosità di provare. All’interno di ogni nazione, popolo, cultura, sparute avanguardie cercano di lasciare non ai posteri post-mortem, ma a se stessi in vita, la consapevolezza di avere vissuto il più intensamente possibile.

 

 

Porno o eros, posizioni di amplesso complicate o standard, eterosessuali o omosessuali, non importa. E poiché parlando di eros non possiamo non dirci sinceri, io appartengo al secondo squadrone: non è facile avere rapporti erotici molteplici, sincronici, per me, e dopo la mia squallida stagione adultera ho preferito la solitudine per potermi permettere una monogamia dopo l’altra. Ogni incontro inizialmente acceso da una forte scarica ormonale, se insistito nel tempo può o meno instradarsi in una relazione. E in una relazione, lo sappiamo, entra in gioco una architettura etica da condividere. La relazione è il terzo: io che sto bene, tu che stai bene, noi che stiamo bene; ogni architettura deve avere la forza di non essere minabile dall’attaccamento, che fa crollare ogni piacevolezza dopo lo scioglimento della relazione; quindi ognuno deve essere in grado di recedere dal noi per tornare a stare con il suo io, coltivando nuovamente una solitudine empatica, aperta, disponibile, concentrata sulla guerra alla sofferenza inutile.

 

Lo squadrone della vita cui appartengo è generalmente impregnato di induismo e/o buddhismo, strumenti di pratiche meditative e concezione del mondo che rimpiccioliscono il nostro io contemplandolo come un aggregato temporaneo di atomi tra i tanti; effimero; cui possiamo regalare sorriso e benevolenza.

 

Un’altra recente conversazione su erotismo e sesso l’ha presa dal punto di vista lacaniano, e per quanto ne ho capito nell’eros dobbiamo stare, e non nel sesso. Eros come arte squisitamente umana, capace di parlare, scrivere, dipingere, scolpire, rappresentare in teatro o girare in un film o in una serie tv le infinite possibilità di essere in due nell’intrecciare la pulsione riproduttiva dell’amore dei corpi, potente spinta karmica che abbiamo in dotazione per esorcizzare la morte che verrà.

 

Come sto pensando in questo periodo dell’educazione, anche per l’erotismo sento che è più che sufficiente tornare alla Grecia classica, per spiegarci la spettacolare complessità della vita: a Socrate e a Epicuro, a Eraclito e a contatto di affetto anche corporale, disinibito e mai abusivo tra maestro e paidos, per indirizzarci in ogni modo possibile verso la consapevolezza e non verso la tragedia orchestrata da cannibalismi.

 

Grecia antica come bilanciere tra Oriente e Occidente, nella bellezza del corpo nudo, dello sport, della grazia, della cultura, del rito. Alessandro Magno è arrivato fino all’Indo, ha sposato la splendida Rossana più o meno iraniana, per ragioni dinastiche essendo omosessuale, e ha contaminato Grecia e India, producendo le più fertili possibilità di sapienza e di amore.

 

Tornando a Witt, resto affezionato al suo capitolo sulla poliamorìa. Si tratta del limite che non riesco ancora a varcare. Vedo che esistono nella condivisione poliedrica di relazioni erotiche e affettive plurime infinite possibilità di libertà e di attaccamento, e quindi di gelosia, di senso abbandonico, di competizione per attrarre a sé l’amato del momento. Sento – razionalmente e corporalmente – che la poliamorìa è la destinazione evolutiva più complessa per l’Homo Eroticus. Ma per ora non ce la faccio.

 

Sono geloso della mia partner erotica e amichevole e relazionale. Avverto la pulsione abbandonica quando su Telegram lei ha «ultimo accesso 5 ore fa» e non legge il mio messaggino, e sono insofferente quando lei mi dice che non mando messaggini da 5 ore. E avverto l’innescarsi della sindrome di Otello quando lei sale in moto con un atletico collega. Però dovremo farcela. Per ora perseguo con meno irrequietezza di Emily Witt non il mio future sex (il futuro non esiste, e il sesso in quanto sesso è una noiosa meccanica ripetitiva), ma il mio erotic now con una partner per volta, senza fare morali agli altri se gli altri non arrecano dolore a terzi. Non più monogamo, ma monoamorico. La prossima rinascita spero di rinascere in un branco di primati bonobo, che in materia di «fare l’amore e non la guerra», e di ovvio primato dei primati femmina, e di accoppiamenti etero e mono in concentrica disponibilità attiva e passiva privi di attaccamento ad personam hanno già capito tutto qualche anello prima del mio nella catena dell’evoluzione.

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