Una cartografia della tecno-arte

La sempre maggiore distanza tra le pratiche artistiche e le nostre vite quotidiane sembra farsi ancora più estrema nell’osservazione di alcune opere o eventi dell’arte contemporanea. La sensazione è quella di un percorso che, partito dalla necessaria conquista moderna dell’autonomia dell’arte da altri ambiti, come la morale o la religione, si è risolto oggi in una estenuata lontananza, un dissolvimento della potenza dell’arte e della sua importanza nelle nostre esistenze. Anche quando subentra un altro principio, questo pure del tutto eteronomo, ovvero quello del mercato. In ogni caso, l’esperienza artistica sembra essere divenuta oggi, per lo più, qualcosa di separato, isolato dalle dimensioni che hanno un peso forte nella nostra esistenza individuale, sociale, politica in senso ampio. Come fare a ritrovare il senso radicale di un’arte che possa invece parlarci davvero, o addirittura incidere e cambiare le nostre vite? E come fare a ritrovarlo senza cadere nel recupero di aspetti moralistici, o addirittura di propaganda?

 

Il libro di Vincenzo Cuomo, Una cartografia della tecno-arte, prende l’avvio dalla ipotesi generale e convincente secondo cui l’arte ha sempre a che fare con la consapevolezza delle nostre forme di vita. Tanto che i due principali modi della esperienza estetica – la contemplazione nella distanza e l’immersione nell’ambiente estetico – esemplificano due diverse possibilità di descrivere i meccanismi antropogenici, all’origine dell’umano. La tradizionale idea dell’esperienza artistica come esperienza contemplativa, possibile proprio grazie al protettivo distacco tra il mondo reale e quello fittizio, farebbe riferimento all’idea, che l’autore ritrova nel lavoro del filosofo Christoph Türcke, della freudiana coazione a ripetere come principale elemento civilizzatore.

 

 

L’arte sarebbe allora uno dei modi tipici dell’umano di ripetere il trauma per padroneggiarlo, per farlo impallidire e assumerlo “sotto la propria regia”.

 L’idea alternativa, minoritaria nel corso della storia del pensiero e più frequente invece negli ultimi anni, è quella secondo cui quella l’esperienza estetica sia in primo luogo immersiva. Cuomo fa riferimento in questo caso alla teorizzazione del filosofo Peter Sloterdijk, e alla sua nozione di “clima di vizio”, vale a dire a quell’ambiente protettivo che consente ai “viziati”, cioè i neonati umani caratterizzati da una costitutiva fragilità, la messa tra parentesi e la protezione dai meccanismi di selezione naturale. Le “isole di vizio” sono quindi sfere di comfort, la prima delle quali è la diade madre-bambino – e ancora prima la sfera intrauterina –, da cui nasce quel tratto simbiotico ricercato per tutta la vita dagli esseri umani nel rapporto con l’altro.

 

Ciò che si ripete nella vita di un individuo dopo il trauma della nascita è la ricostruzione di ambienti di vizio, cioè un tentativo sempre rinnovato di “accasamento nel fuori”. E l’elemento con cui si instaura una relazione simbiotica, prima ancora dell’incontro con l’altro individuo, è l’ambiente in cui si è immersi. Questa seconda e minoritaria concezione dell’esperienza dell’arte – a cui Cuomo aggiunge un terzo meccanismo, quello della “rottura dei limiti corporei” e della “protesizzazione tecnica del corpo biologico” – diventa predominante nella contemporaneità. Si tratta dunque di un paradigma essenziale per intendere il motivo profondo di un’ampia area di sperimentazioni tecno-artistiche della contemporaneità, cui l’autore, dopo aver gettato le basi teoriche, dedica spazio nella parte centrale del libro.

 

Al di là dell’interessante indagine dei vari esempi di arte contemporanea che producono un effetto di questo tipo, e di cui il libro si occupa in modo diretto (body art, video art, cinema espanso), dal punto di vista teorico appare significativa la proposta di individuare in questa nuova modalità delle relazioni simbiotiche e immersive con l’ambiente – così ben riconoscibili nel campo attuale delle sperimentazioni artistiche – un abbandono dell’ambito simbolico, indicato anche nel sottotitolo del libro. L’autore cui si fa principalmente riferimento proponendo il concetto di simbolico – e la triade simbolico, reale, immaginario – è lo psicoanalista Jacques Lacan, per il quale con dimensione simbolica si intende quella del linguaggio, della legge, della rappresentazione. In altri termini, come afferma Cuomo, di ciò che dona ordine e senso. Ma tale spostamento anche della teoria verso lo studio del non simbolico (ovvero verso un contatto appunto più immediato con le tensioni vitali e i flussi di intensità) viene rintracciato dall’autore anche in altri lavori della tarda modernità teorica novecentesca, in libri pubblicati negli anni Settanta come L’Anti-Edipo di Deleuze e Guattari, Economia libidinale di Lyotard, Lo scambio simbolico e la morte di Baudrillard. Qui, afferma Cuomo, la barra significante, cioè ciò che consente la partizione sociale, culturale, di genere, diviene evanescente, e ciò conduce ad effetti psico-sociali ambivalenti, alla “radicata e dis-ordinata ambivalenza del capitalismo”. Ma è davvero possibile pensare una esperienza estetica radicalmente fuori dal simbolico?

 

In un primo senso, propongo addirittura di radicalizzare la tesi del libro. La possibilità di veder emergere qualcosa al di là della semplice rappresentazione, al di là del significato, del messaggio, del simbolo dunque, è la possibilità stessa dell’esperienza estetica, che si compie proprio quando vediamo l’impensabile, cioè quando vediamo apparire proprio ciò che non si può pensare attraverso il pensiero simbolico. D’altro canto, però, vorrei sottolineare che questo “al di fuori di senso” è appunto un al di fuori, un al di là (e non un al di qua, un ritorno all’origine), cioè si può esperire nell’arte solo passando attraverso il simbolo e l’elemento rappresentativo. Utilizzando un autore citato dallo stesso Cuomo, cioè Deleuze, tale paradosso si può descrivere utilizzando una delle sue invenzioni concettuali, quella di “deterritorializzazione”, operante in particolare nei testi scritti con lo psicoanalista Guattari. Nel caso dell’opera di Kafka, ad esempio, assistiamo secondo Deleuze e Guattari (che allo scrittore dedicano un libro nel 1975) ad una “deterritorializzazione del linguaggio”, cioè alla trasformazione del linguaggio stesso in qualcosa di extralinguistico, di non simbolico, non mimetico né meramente rappresentativo. Questa defunzionalizzazione della lingua compiuta dalla letteratura potrebbe valere dunque per tutte le arti, in grado appunto di trasformare un simbolo in qualcosa di letterale, di non sostituibile, né rappresentativo di qualcos’altro, se non della propria stessa potenza. 

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