Uomini che corrono coi lupi

Chiedersi perché i neandertaliani si sono estinti e i primi uomini moderni no, potrebbe non sembrare un tema d'attualità. Invece, non è soltanto intrigante, come tutti i misteri, ma ci svela qualcosa di importante che riguarda il nostro presente e ancor più il nostro futuro. Ce lo spiega l'antropologa americana Pat Shipman, ex-docente alla Penn State University, stimata tra i maggiori esperti mondiali di fossili, nel suo saggio Invasori. Come gli umani e i loro cani hanno portato i Neanderthal all'estinzione (Carrocci editore). Un motivo importante per cui i neandertaliani e il loro destino meritano un'attenzione particolare è che, grazie a loro, abbiamo scoperto di non essere gli unici appartenenti al genere homo mai comparsi sulla Terra. Né, ovviamente, i primi. Al contrario, siamo gli ultimi. Un fatto inquietante, dalle molte implicazioni.

 

Gli uomini di Neanderthal, che hanno vissuto per centinaia di migliaia di anni in un territorio che spazia dalla Spagna alla Russia e al Kazakhstan, dal Galles al Medio Oriente, sino a trentamila anni fa (millennio più millennio meno), avevano un genoma quasi identico al nostro. Le popolazioni moderne, esclusi gli africani (che se esistessero le razze potremmo chiamare l'unica "razza pura"), hanno ereditato da loro dal 2% al 4% di DNA, il che significa, che, anche se non molti, ci sono stati degli incroci di neandertaliani e Sapiens che hanno prodotto discendenti fertili. Questo nostro «alter-ego evoluzionistico per eccellenza» – come lo definisce Telmo Pievani in Homo Sapiens, il catalogo dell'omonima mostra curata insieme a Luigi Luca Cavalli Sforza – dopo essere sopravvissuto e avere prosperato superando difficoltà che possiamo immaginare, dato il lasso di tempo, alla fine comunque si è estinto. E piuttosto rapidamente. La sua lunga avventura, ben più lunga della nostra, e il suo triste destino non possono non allarmarci e non provocarci un brivido d'insicurezza. La questione è stata espressa in modo incisivo, così: «era più forte. Era intelligente come noi. È vissuto attraverso gli orrori dell'era glaciale, in ogni parte dell'Europa e dell'Asia occidentale, per circa 200.000 anni. Perché noi siamo qui e lui è sparito? Per citare Jack Nicholson in L'onore dei Prizzi, “Se era così maledettamente in gamba, com'è che è così irrimediabilmente morto?”» (Pievani, op. cit.). 

 

Pat Shipman.


In questo saggio, Pat Shipman propone un'interpretazione di come potrebbero essere andate le cose che corrobora con molti dati l'opinione attualmente più accreditata, secondo la quale «la combinazione di cambiamento climatico da una parte e arrivo degli uomini moderni con nuove capacità dall'altra [ha] determinato l'estinzione dei neandertaliani». Ma vi aggiunge un elemento nuovo particolarmente interessante, perché tra le nuove capacità tecniche specifiche dei Sapiens, la studiosa ritiene ci sia stata la domesticazione di un canide, le cui caratteristiche peculiari, combinandosi sinergicamente con quelle umane, le potenziarono al punto di rendere il Sapiens una specie pressoché imbattibile nell'ecosistema del tempo. Questa innovazione, che non ha nulla a che vedere con l'inizio dell'allevamento, comparso migliaia di anni dopo con tutt'altre finalità, «potrebbe essere stata la strategia decisiva che rese impossibile la sopravvivenza dei neandertaliani e di molte altre specie predatrici». 

 

Siccome in altri tempi e in altri luoghi (nel vicino Medio Oriente, ad esempio, attorno a centomila anni fa) il Neanderthal e il Sapiens avevano condiviso a lungo lo stesso territorio senza conseguenze negative per nessuno dei due, ragiona la Shipman, la presenza del Sapiens non basta a spiegare la scomparsa dei neandertaliani. D'altra parte, neppure il peggioramento delle condizioni climatiche è una spiegazione sufficiente, giacché il Neanderthal infatti era più forte, robusto e adatto al freddo del Sapiens. Un'ipotesi possibile, conclude, è che i neandertaliani si siano trovati ad affrontare diverse criticità contemporaneamente, come in effetti è confermato dalle informazioni ricavate dai resti fossili.

 

Da qui la domanda della Shipman: in una situazione di difficoltà quale impatto avrebbe potuto avere sull'ecosistema dell'uomo di Neanderthal, e conseguentemente sul suo destino, la presenza congiunta di due predatori del calibro del Sapiens e del lupo-cane, come la studiosa chiama il canide domesticato, che agissero intenzionalmente in modo reciprocamente utile? A questo punto, racconta, tre avvenimenti la misero sulla traccia giusta spingendola a considerare l'uomo moderno come una specie biologica tra le altre. Il primo, fu un ritrovamento che permise di retrodatare la convivenza tra uomini e canidi a 32 mila anni fa. Il secondo, fu la comparsa, nel 2008, nelle acque attorno all'isola caraibica di Little Cayman dove trascorreva le vacanze, del pesce scorpione originario dell'Oceano Pacifico, pericoloso ed estremamente prolifico. Questo la spinse a «studiare le specie invasive e il nascente settore della biologia delle invasioni». Infine, durante una permanenza nel Parco Nazionale di Yellowstone, dove si stava reintroducendo il lupo – dopo i Nativi, la seconda vittima dello sterminio perpetrato dagli agricoltori e allevatori americani –, ebbe modo di osservare e riflettere sugli effetti dell'arrivo di un nuovo predatore in un determinato habitat. La situazione a Yellowstone, pensò, non era molto diversa da quella vissuta dai neandertaliani quando nel loro territorio arrivò Sapiens, il più pericoloso predatore invasivo del pianeta. Ed è noto che bastano poche specie invasive a modificare completamente un ecosistema.

 

La scarsa adattabilità dei neandertaliani, la rigidità della loro dieta e la loro scarsa propensione all'innovazione degli utensili e delle tecniche di caccia, ne hanno determinato una fragilità rivelatasi alla lunga fatale. Tra i 60.000 e i 24.000 anni fa, epoca della penetrazione massiccia di Sapiens in Europa, si registrarono bruschi e rapidi cambiamenti climatici in seguito ai quali si ridussero drasticamente le aree boschive in cui i neandertaliani cacciavano con la tecnica dell'agguato, decisamente poco efficace nei nuovi spazi aperti, dove diventava vincente la caccia di branco. Sapiens, al contrario, era una creatura dalla flessibilità straordinaria, mangiava qualsiasi cosa e cacciava in gruppo. Ma non era il solo. Un altro predatore intelligente, il lupo, viveva nello stesso territorio praticando la caccia di gruppo, e può anche essere che il Sapiens ne abbia appreso la tecnica o l'abbia affinata osservando i lupi cacciare. Le religioni più arcaiche, totemiche, nascono con tutta probabilità proprio dall'attenta osservazione di quegli animali che, per la loro potenza e le peculiari doti fisiche di cui mancavano gli uomini, ne suscitavano il timore e l'ammirazione, nonché la speranza di assumerle mangiandone le carni o adornandosi con le loro pelli e piume. 

 

Ad un certo punto le strade di questi due grandi predatori, uomini e lupi, s'intrecciano e l'incontro, anziché provocare la scomparsa di una delle due specie, le rafforzò entrambe. Probabilmente, come ha immaginato Konrad Lorenz in E l'uomo incontrò il cane (Adelphi), ciò avvenne per caso. Ne è convinta anche Pat Shipman, che però individua anche un nesso fondamentale tra la domesticazione del lupo-canide e il fatto che nei siti abitati da Sapiens si trovino un numero molto alto di fossili di mammut. 

 

Per farla breve – ma merita veramente di leggere nel saggio di Pat Shipman i dettagli di questa lunga avventura e la storia delle ricerche che hanno permesso di ricostruirla –, la collaborazione con il lupo-cane deve avere comportato un incremento considerevole della caccia al mammut e ad altri grossi carnivori. Perché? Innanzitutto, perché i lupi tenevano lontani gli altri predatori dalle carcasse delle prede catturate dai Sapiens, permettendo loro di accumularne la carne e anche di riposarsi tra una caccia e l'altra; in secondo luogo, grazie al loro potente olfatto, fiutavano le tracce delle prede molto meglio dell'uomo; in terzo luogo, correndo molto più velocemente e avendo meno bisogno di riposo, i lupi inseguivano molto più a lungo la preda e, sapendo cacciare in branco, una volta circondatala, le impedivano la fuga in attesa che arrivassero gli uomini a ucciderla. In cambio di tutto questo, l'uomo condivideva con lui il cibo. E probabilmente ci fu anche qualcosa di più, giacché «nessun'altra specie animale è stata trattata in modo rituale così come i cani», precisa Shipman, infatti i fossili dei taxa dei lupi-cani «non evidenziano mai segni di lavorazione o preparazione alimentare» e dal 14.000 a.C. ci sono addirittura evidenze di sepoltura rituale di cani. Tra uomo e cane è nata un'empatia speciale, che potrebbe essersi creata attraverso lo sguardo: la sclera bianca dei nostri occhi e di quelli del cane ci permette di comunicare con lo sguardo, senza parole né versi, come sa chiunque abbia avuto la fortuna di vivere insieme a un cane. Questa capacità è stata fondamentale per cacciare insieme e per creare un vincolo di lealtà reciproca, senza la quale è impossibile instaurare alcuna intesa con un cane. 

 

Insomma, la nostra carta vincente – non per sterminare i neandertaliani ma per sopravvivere – è stata l'invenzione della cooperazione interspecifica. E l'alleanza ha funzionato talmente bene, con reciproco vantaggio, che siamo ancora amici e col passare del tempo, come capita tra chi vive a lungo insieme, alla fine un po' ci assomigliamo. Lo si vede bene nella bella immagine della copertina di Invasori sulla cui parte superiore è riportato lo sguardo di un uomo, bianco, adulto, dagli occhi chiari intelligenti, leggermente ironici; è un essere pacifico, ma in qualche modo si capisce – ma forse solo perché lo sappiamo – che può essere molto pericoloso. Sulla parte inferiore, invece, c'è lo sguardo di un cane, sembra un Husky, con le stesse caratteristiche di quello dell'uomo ma senza traccia d'ironia. Insieme, questi due eccellenti cacciatori hanno dato il colpo di grazia al nostro antichissimo cugino. 

 

La storia di questa eccezionale collaborazione e delle conseguenze a catena che verosimilmente ha provocato, è certamente affascinante, ma l'auspicio di Pat Shipman, ciò che soprattutto l'ha spinta a scrivere il suo saggio, è che diventiamo sempre più consapevoli di essere, biologicamente, predatori invasivi. Se non riusciremo a gestire le risorse del pianeta senza avidità, con intelligenza e responsabilità verso tutte le altre forme viventi, ne faremo terra bruciata e poi sarà il nostro turno di declinare fino a estinguerci, in un habitat non più in grado di sostenerci. Siamo noi gli invasori che danno titolo al libro. «Penso – conclude Shipman – che sia ora che riconosciamo quello che siamo: invasori. Se un giorno potremo conoscere il nemico della Terra, e quel nemico non siamo noi, sarà una grande vittoria. Ma prima occorre un grande cambiamento nel nostro comportamento». 

Dimostreremo di nuovo la flessibilità e la rapidità di reazione che fin qui ci hanno permesso di sopravvivere e prosperare, cambiando decisamente la nostra attitudine verso il mondo? In fondo, la visione biblica del rapporto tra uomo e mondo come di un giardiniere che cura e preserva il giardino, piante e animali compresi, non era male!

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