Valzer di mezzanotte a Monticchiello

C’è un luogo dell’anima del teatro proprio nel cuore d’Italia, tra antichi campi di grano che bordeggiano la Cassia e moderni agriturismi. Da 58 anni vi si fa un teatro veramente popolare, creato da tutto il paese, bambini, ragazzi, giovani, persone mature, anziani; un teatro che prova cocciutamente, ogni anno, a parlare di noi, come siamo oggi, ricorrendo spesso alla memoria, alla favola, alla parabola.

Quel luogo si chiama Monticchiello e si trova, venendo da nord, poco dopo la città ideale di Pio II, Pienza. È un borgo medievale arroccato, abitato ormai da pochi residenti e pullulante di seconde case e alloggi per turisti. In questa “Italia in vendita” risorgono, con leggerezza, domande che tutti dovremmo porci, rinasce una voglia di fare insieme, capire insieme attraverso quel vecchio strumento di comunicazione e indagine scarnificante che è il teatro.

Monticchiello è da tempo uno dei riti immancabili dell’estate festivaliera. Ogni volta che ci arrivi, magari dopo un ingorgo sulle nuove autostrade a tre corsie e dopo un’eternità per circumnavigare Siena coronata di cantieri, decidi che è l’ultima volta, il viaggio non vale la pena, eccetera. Poi si fa buio sulla piazza che a imbuto scende verso il palco, sistemato di fianco alla chiesa, e il cuore sobbalza (sì, proprio così). Il soffitto è un cielo stellato; le gallerie case di pietra antica, un’ocra che riluce pure nel buio.

 

 

Quest’anno la scena è agghindata come per una cena: di matrimonio o aziendale, non sappiamo. Tovaglie bianche, fiori, bottiglie di vino, un gran vaso di vetro pieno di confetti tricolori. Valzer di mezzanotte. Autodramma della gente di Monticchiello, creato come sempre dal Teatro Povero, inizia con anziani e adulti che si sistemano ai tavoli, in attesa della cena, una ricorrenza di un qualche circolo per ricordare che “ce la stiamo facendo, stiamo uscendo dalla crisi”. Ragazzi e ragazzini si piazzano in primo piano, ognuno chiuso nel suo cellulare e nelle sue cuffiette, mentre ai tavoli qualcuno racconta di come si è rovinato con i Gratta e vinci, di come il lavoro stia sfuggendo, di come sia difficile tirare avanti... Un ottimistico presidente introduce un italo-americano, amministratore delegato di qualcosa, che racconta come si sia fatto da sé e spiega come quel ristorante, in realtà un antico cascinale riadattato, stia risolvendo il problema del precariato con contratti a tempo indeterminato di 15-19-30 minuti. Finito un contratto, se ne fa un altro (se non si licenzia per giusta causa).

E da qui si scivola nei contrasti tra i convitati, nel grottesco dei discorsi da bar diventati oggi materia governativa, in attesa di qualcosa che deve arrivare: il pranzo, per dimenticare tutto, o lo sprofondamento nell’abisso.

I toni sono leggeri: non c’è didascalismo. Il razzismo, per esempio, è appena una pennellata, che però fa male. Un signore anziano chiede, all’orecchio dell’anfitrione, di allontanare un giovane cameriere nero e una signora replica che lei non mangerà se non mandano via la ragazza bianca che dovrebbe servire i primi e se non la sostituiscono con un nero. Le tensioni salgono e si trasformano in una battaglia con i confetti bianco-rosso-verdi, fino a svuotare la scena.

 

 

Tre signore entrano per pulire e rassettare. E poi quattro fratelli. E ci accorgiamo di essere finiti in un tempo lasco, che ondeggia tra un matrimonio contadino degli anni ’50 e il presente, tra la divisione di una proprietà di quattro fratelli, lo slancio verso il boom economico e le perplessità della crisi attuale.

Lo spettacolo incalza, ritornando alla cena, in luci sempre più scure. I tavolini iniziano a franare. Qualcuno toglie le tovaglie… Appaiono sullo sfondo fantascientifici pupazzi, “teste di rete”, agglomerati di algoritmi salvifici, cui vengono rivolte preghiere di redenzione per via tecnologica. Senza risposta.

Tra i discorsi, gli scontri, gli smarrimenti, eliminando le tovaglie nella parte centrale del palco appare una piattaforma. Tutti si raccolgono, stretti su di essa, come sulla Zattera della Medusa. E anche qui, con un tocco leggero, si rovescia uno dei luoghi comuni più odiosi: Loro siamo Noi, perennemente migranti in cerca di qualcosa, con le nostre piccole o enormi sofferenze, clandestini come gli uccelli sugli alberi e come loro migratori...

 

 

Sul retro le teste di rete sono scomparse e sono apparsi gli invitati al matrimonio contadino ai tempi delle speranze, del boom economico, in attesa che il fotografo scatti l’immagine ricordo di gruppo. E sempre qualcuno sgarra, va fuori inquadratura o si muove. 

I naufraghi e gli sposi sovrappongono discorsi, con la parabola dell’aragosta, il nuovo cibo per tutti, da buttare nell’acqua bollente, viva. Le luci si abbassano davanti e risaltano dietro. Foto. Gli sposi escono dal passato e vengono a ballare il loro valzer di mezzanotte tra uomini e donne del presente, che guardano di nuovo, diversamente, quello che li circonda. La terra, da cui provengono. E forse quel ballo tra le rovine accende, anche solo per illusione, una speranza: “A riconquistare la libertà… A ricominciare il sogno della vita…” “…E cantare in coro che il diritto di vivere non si compra da nessuno. E così rovesciare il mondo insieme alle aragoste mentre finisce un giorno e comincia quell’altro…” “Come i nostri vecchi allora, che dicevano che ‘la terra di conquista ‘un si compra’?... La terra, la terra…”.

 

 

Ballo. Applausi. La regia è, come sempre dal 1981, di Andrea Cresti. Gli attori, se non si fosse capito, sono non professionisti, appassionati. La recitazione a volte è colloquiale, quasi mai retorica; la lingua volutamente si immiserisce in un italiano standard nella conversazione attuale, per poi spiccare, nelle parti che richiamano il passato, in una cadenza della campagna senese piena di umore. Il segreto del Valzer di Monticchiello è che i ballerini e il coro siamo noi: ugualmente sospesi, ugualmente desiderosi di sognare un mondo diverso. Come su un campestre Titanic, che forse per non affondare deve ritrovare il ritmo di un anno passato a scrivere, collettivamente, un testo, a provare, a scervellarsi sulla storia, sui personaggi, sulla messinscena, su come accogliere il pubblico, su come ritrovare nel teatro, con questo che è stato chiamato “autodramma”, lo spirito antico della piazza. 

Applausi e, dopo la recita, pici all’aglione, al ragù o cacio e pepe e un coniglio alla cacciatora che sa di ristoro delle favole nella Taverna del Bronzone, gestita dal Teatro Povero di Monticchiello per finanziamento (Bronzone era il personaggio comico di uno dei primi spettacoli), in pista, la Taverna, con questo Valzer fino al 14 agosto. Prenotazioni: www.teatropovero.it, 0578/755118. 

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