Viaggio nei luoghi del Gattopardo

Il primo viaggio è mentale. Una circumnavigazione nel pensiero di un principe decaduto come aristocratico ma abilissimo nella costruzione di architetture romanzesche. Giuseppe Tomasi di Lampedusa è al crepuscolo della sua esistenza ma la vitalità della letteratura lo sostiene, nella Palermo della seconda metà degli anni Cinquanta, e ne alimenta le forze fino a quando scrive la parola fine al suo romanzo, Il Gattopardo, pubblicato postumo da Feltrinelli dopo il celebre rifiuto di Elio Vittorini per Einaudi e Mondadori. 

 

Giuseppe Tomasi, premiotomasidilampedusa.it

 

Un simile viaggio nel pensiero del Principe lo compie Maria Antonietta Ferraloro. Già autrice nel 2014 di Tomasi di Lampedusa e i luoghi del Gattopardo, finalista al premio Brancati, la studiosa siciliana pubblica nel mese di gennaio L’opera-orologio. Saggi sul Gattopardo, sempre per Pacini Editore, mentre si avvicina l’anniversario della morte dello scrittore, avvenuta il 23 luglio 1957. 

 

L'opera-orologio di M.T. Ferraloro.

 

Nel primo libro, al centro della riflessione era la permanenza di Tomasi di Lampedusa a Ficarra, un paese sui Nebrodi, nell’estate del 1943, tra lo sbarco degli Alleati e le rappresaglie tedesche. Un luogo sino ad allora sconosciuto agli appassionati della geografia lampedusiana ma ben identificabile nella sua biografia. Di rilievo l'episodio della morte di un soldato tedesco, avvenuto proprio a Ficarra e poi trasformato, nel Gattopardo, nel ritrovamento del cadavere di un giovane borbonico, tra senso di morte e disfacimento. Un’intuizione, quella di Ferraloro, che spiega l’analisi dei testi in rapporto ai territori e agli spazi vissuti e rielaborati nell’opera letteraria, secondo la teoria del cronotopo di Michail Bachtin. 

Nel secondo libro, la studiosa rende ancora più serrata l'indagine sulla scrittura del Principe. E se Tomasi sosteneva che fosse possibile smontare un’opera letteraria come si fa con un orologio, seppure riconoscendo che nei testi dei grandi maestri qualcosa sfugge al controllo razionale, così l’autrice sviscera il mondo di Lampedusa, pur custodendo con rispetto il mistero del genio. 

 

 

Tomasi scrive ai fratelli, piccolo archivio di Franco Tumeo.

 

Da Ficarra a Villa Piccolo la distanza è breve. Dalla dimora dei baroni Piccolo di Calanovella, oggi Fondazione soggetta ad alterne vicende a causa dei pochi fondi a disposizione, si scorge il panorama di Capo d’Orlando. Lì dove Lucio Piccolo e i genialoidi fratelli, cugini di Tomasi di Lampedusa, vivevano esprimendo la loro singolare alterità rispetto al mondo dei “normali”, fra il curatissimo giardino voluto da Agata Giovanna, i cimiteri dei cani, le fotografie e gli acquerelli di Casimiro. 

È soprattutto il fantasma del poeta Lucio Piccolo, autore dei notevoli Canti barocchi e Gioco a nascondere (Libri Scheiwiller) e personaggio pittoresco, a regnare su questi ambienti. La sua "nobiltà diversa era la poesia, in lui doppiamente magica. E fastosa sognante maliosa, di preziosa favola, di canto mai sentito", scrisse Vincenzo Consolo su L'Ora del 17 febbraio 1967. Con il cugino, Piccolo ingaggiava vere e proprie dispute nel segno della letteratura mondiale. E fu proprio nella villa di Capo d’Orlando, nel 1957, che l’aristocratico scrittore cominciò a sputare sangue, intuendo di essere prossimo alla fine.

Le ombre ingombranti di Piccolo e Tomasi, con la loro rivalità, non mancano di interrogare chi attraversa questi luoghi ma l’essenza del mondo lampedusiano si trova a Palermo, capitale di un regno perduto per sempre dall’aristocrazia. A rappresentare visivamente questo senso di disfacimento è un film del 2000, Il manoscritto del principe, con la regia di Roberto Andò (Viva la libertà, Le confessioni). Una storia per immagini dedicata alle passioni trattenute che investono in un triangolo sentimentale e letterario il maestro e i due allievi: Orlando e Gioacchino Lanza (nella finzione Marco Pace e Guido Lanza).

 

Gioacchino Lanza, Lucio piccolo e Giuseppe Tomasi, www.fondazionepiccolo.it.

 

L’immagine dell’aristocratico, interpretato da Michel Bouquet, che vaga tra le rovine nobiliari, incarna il simbolo di un mondo finito. Non a caso, lì, tra gli squarci della memoria, un raggelante personaggio (impersonato dallo scrittore e regista Michele Perriera) afferma che “i Lampedusa sono morti tutti”. 

In effetti, il palazzo degli avi era stato bombardato nel 1943, a suggellare una distruzione anche psicologica ed economica. Come si evince dalla pellicola prodotta da Giuseppe e Francesco Tornatore, la decadenza investe pure l’abitazione dove Giuseppe Tomasi e la moglie, la psicoanalista Licy Wolff (sullo schermo Jeanne Moreau), vivono negli anni Cinquanta. Fingono di preservare gli antichi fasti ma diversi dettagli, dai tremori per il freddo in casa alle tracce di erosione del tempo, non smettono di ricordare l’indigenza degli aristocratici. Una condizione messa in ombra nelle rievocazioni storiche dal successo postumo del Gattopardo, mentre il privilegio di prendersi cura della memoria dello scrittore è stato affidato al figlio adottivo, Gioacchino Lanza Tomasi, musicologo e intellettuale raffinato, dopo la morte nel 1982 della spigolosa e riservatissima Wolff. 

 

Michel Bouquet nel ruolo di Giuseppe Tomasi nel film Il manoscritto del principe, ph Lia Pasqualino.

 

Più difficile è, invece, contare su fotografie di casa Lampedusa. Così il Parco culturale intitolato all'autore del Gattopardo e del magnifico racconto La sirena (o Lighea, Feltrinelli) si concentra sulla casa palermitana in via Butera, dove visse gli ultimi anni della sua vita, sui luoghi del centro storico presenti nel romanzo, tra la Loggia e la Kalsa, e sui paradisi perduti dell'infanzia: da Santa Margherita di Belice, con il palazzo Filangeri Cutò, al feudo familiare di Palma di Montechiaro, ovvero l’immaginaria Donnafugata nella trasfigurazione romanzesca. Nel frattempo, nel 2014, trentacinque palermitani hanno restaurato con propri mezzi l’edificio storico dei Lampedusa, dove Giuseppe nacque il 23 dicembre 1896, di fronte a Palazzo Branciforte, senza poter ripristinare l’antica bellezza degli interni.

"C’è un paesaggio interiore, una geografia dell’anima; ne cerchiamo gli elementi per tutta la vita", osserva l’autrice irlandese Josephine Hart. Ecco, nel caso dello scrittore siciliano e dei suoi misteri esistenziali e letterari, è più affascinante ripercorrere una geografia interiore, a parte la Biografia per immagini e lo sguardo sui Luoghi del Gattopardo che Gioacchino Lanza Tommasi ha pubblicato per Sellerio, nel suo tentativo di sfidare l’amnesia che avvolge Palermo. Libri come Ricordo di Lampedusa seguito da Da distanze diverse (Bollati Boringhieri) dell’allievo e critico magistrale Francesco Orlando, Il Gattopardo, i Racconti, Lampedusa di Giuseppe Paolo Samonà (La Nuova Italia) e l’appassionante Il principe fulvo di Salvatore Silvano Nigro (Sellerio) sono lampi nell’oscurità. Tentativi di sfidare i segreti della creazione artistica di Tomasi. 

 

Ritratto di Lampedusa, www.fondazionepiccolo.it.

 

In lui, come scrive Maria Antonietta Ferraloro nel saggio L’opera-orologio, “la dimensione esistenziale del narratore e dei suoi personaggi è più importante di ogni ideologia o delle varie ipotesi che pure trovano spazio nel libro”. La grande letteratura rende simultaneamente comprensibili l’esperienza del passato e quella del presente e possiede “profondità, problematicità, fascinazione”, in una dimensione della Storia dove domina l’universalità della sofferenza umana. Altro che manifesto dell’eterno conservatorismo del Sud d’Italia. E, se “uomini e animali soggiacciono a una medesima sorte di dolore, morte e dissoluzione”, lo scrittore vede “l’uomo come l’animale più fragile del creato”, scrive Ferraloro. Da qui una sofferenza che può diventare persino salvifica, recuperando un sentimento ancestrale di condivisione e conforto. 

 

www.sulletraccedelgattopardo.it, associazione culturale di Ficarra.

 

A sua volta, Mario Vargas Llosa (Premio Lampedusa 2013 dopo il Nobel nel 2010), come ricorda Nigro nel suo Principe fulvo, sottolinea che “non c’è Storia perché non ci sono causalità né, pertanto, progresso” in Tomasi. È lo stesso Nigro a evidenziare che “la scrittura del Gattopardo è carica di fantasmi da esorcizzare”: dai fascisti alla nostalgia per la casa perduta a Donnafugata, “congelata nella memoria” e “vasta quanto un bosco da favola nell’infanzia”, e al ricordo dei bombardamenti a Palermo, con la distruzione del Palazzo Lampedusa, immortalato nei Ricordi d’infanzia (Feltrinelli). Se nel soffitto della sua amata abitazione, gli Dèi si credevano eterni, “una bomba fabbricata a Pittisburg doveva nel 1943 provar loro il contrario”, osserva amaramente il Principe. 

 

Allora diventa più naturale cercare Tomasi di Lampedusa non nei luoghi del passato ma nelle macerie, nei resti di ciò che un tempo splendeva e ora è affidato alla polvere, come fa emergere Roberto Andò nel Manoscritto del principe. Oppure, oltre che a Santa Margherita di Belice e a Palma di Montechiaro, è possibile scorgerne qualche traccia nei segni degli antichi fasti palermitani. Ombre, illusioni, nella consapevolezza che solo la scrittura può essere eterna. Un tesoro letterario da tramandare ad allievi promettenti, in opposizione alla vacuità del mondo. 

Se Leonardo Sciascia aveva come faro la letteratura francese, Tomasi vedeva in quella anglosassone un punto cardinale, senza dimenticare la passione per Stendhal. A unire due figure così differenti, intuisce Andò, non solo regista ma anche scrittore (Il trono vuoto, Bompiani) e allievo di Sciascia, era un sentimento tragico della Storia, secondo il pensiero di Pascal. 

Fantasmi e sogni romanzeschi, come in un passo shakespeariano, accompagnano l’eredità del Principe e il solo modo per onorarla è quello di leggere i suoi scritti, sottraendo l’autore all’etichetta di chi lo tratteggia come figura emblematica di un Sud condannato alla sconfitta. 

 

Il trono vuoto, Bompiano, Roberto Ando. 

 

In realtà, come rimarca Javier Marías, Premio Lampedusa 2014, Il Gattopardo è un libro eterno, “di un’eternità umana come dice il protagonista”, l’immortale principe Fabrizio. Quest’opera non appartiene ai luoghi della Sicilia ma a un immaginario sconfinato. E se tutti ricordano il film di Luchino Visconti, con Claudia Cardinale e Alain Delon nei panni di Angelica e Tancredi, travolti per sempre in un valzer dei sensi immortale, c’è chi come Alberto Anile e Maria Gabriella Giannice sostiene che il regista “trasformò un romanzo «di destra» in un successo «di sinistra»” (Operazione Gattopardo, Le Mani), secondo gli schemi dell’epoca. 

Tuttavia, da tempo la scrittura di Lampedusa è stata sottratta ai meccanismi mentali da “guerra fredda” per assurgere a una dimensione secolare. Quella di labirinti letterari che non conoscono dimore facilmente identificabili, né passi certi e prevedibili. 

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