Vite di David Bowie

Oggi, 8 gennaio 2017, David Bowie avrebbe compiuto, in vita, 70 anni. Dovrebbe essere morto il 10 gennaio di un anno fa, ma sappiamo che sta vivendo su una Stella Nera, splendido nella sua ennesima reincarnazione di artista eterno, mutante. Nei giorni dei suoi 70 anni non veri, altri libri su di lui, rivelazioni, un video postumo, un documentario sui suoi ultimi cinque anni di vita sul pianeta Terra. Il suo ultimo disco registrato è stato Darkstar. Quello che pensavamo fosse il suo ultimo video, lo sconvolgente, biblico racconto della sua psiche transeunte Lazarus, fu inciso da Bowie mentre era consapevole che gli sarebbero restati tre mesi di vita. Nel documentario BBC2, David Bowie: The Last Five Years, diretto dal regista Francis Whately, uscito in questi giorni, a un certo punto il produttore di quel disco, Tony Visconti, dice:

 

«Se ne stava davanti al microfono e per i quattro o cinque minuti in cui cantò si capiva che stava sversando il suo cuore. Lo guardavo dallo schermo della cabina di regia. L'audio registrava il suo respiro, era come senza fiato, una specie di iperventilazione in un certo senso, chiamava a sé l’energia per cantare quella sua ultima canzone». Steso su un letto di una morgue, o di un asylum, bendato come Lazzaro prima di risorgere, in una stanza gelida di morte, un angelo o un alieno in sembianze di splendida donna nuda striscia intorno alla branda, gli porge una annunciazione.

Oggi appare No plan, un postumo clip da Blackstar realizzato lo scorso ottobre; un’altra canzone dal musical Lazarus: su una strada, di notte, da un negozio di elettrodomestici squallido, un videowall proietta le parole della canzone, su monitor vecchi e brinati, e piano piano ragazzi, ragazze, si adunano senza sorrisi ad ascoltare l’ultima profezia (traduco io):

 

 

Qui, non c’è musica qui

sono perduto nel flusso dei suoni

Qui, sono nel nessun-dove, ora?

Nessun piano

Tutte le cose che sono la mia vita

i miei desideri

le mie convinzioni

i miei stati d’animo

 

Qui è il mio posto, senza piani

 

Io, solo

niente da rimpiangere

Questo è un non-posto, ma qui sono io

Questo posto non è ancora tranquillo

 

Concepito prima della morte di Bowie, a fine gennaio 2016, uscì Luca Scarlini con Ziggy Stardust (add editore): «Il trucco è pesante, preciso, sembra una maschera del teatro kabuki. Ormai lo sanno tutti, estimatori fanatici e detrattori isterici: Ziggy ha dato un’incarnazione esatta alla parola unisex». In queste settimane sono usciti il Mulino (Simon Critchley, Bowie; un libro pubblicato dal filosofo americano nel 2014, diario della vita di un fan pensante, aggiornato ora per le nuove edizioni alla conclusione della parabola dell’utopico post-punk, la morte di un anno fa) e il Saggiatore (David Bowie, Sono l’uomo delle stelle. Vita, arte e leggenda dell’ultima icona pop, una raccolta gigantesca di 35 anni di interviste, uscito nel 2015 con un’ultima pagina aggiunta che rimpiange di non aver parole su Darkstar). 

Torno a Lazarus, la mia ossessione. E l’ossessione anche di Critchley. Il musical va in scena il 7 dicembre 2015 al New York Theater Workshop, scritto da Bowie insieme a

Enda Walsh e diretto da Ivo van Hove.

 

 

La trama del musical è il proseguimento del film L’uomo che cadde sulla Terra; « L’adattamento cinematografico che ne fece Nicolas Roeg nel 1976 si conclude con Bowie, nelle vesti dell’alieno Thomas Jerome Newton, che vive a New York con problemi piuttosto seri di alcolismo. Newton non è invecchiato e non può morire. Il musical Lazarus prende le mosse dal finale del film, mostrando Newton nel suo appartamento di New York, intento a bere grandi quantità di gin e a mangiare merendine Twinkies, mentre guarda ossessivamente la televisione.

Lazarus è dunque la storia di un alieno prigioniero sulla terra, che non può morire e non invecchia. Bowie utilizza il personaggio di Newton per veicolare una serie di temi costanti nella sua musica:

l’invecchiamento, il dolore, l’isolamento, la perdita dell’amore, l’orrore del mondo, la psicosi indotta dai media». Quindi: dolore, orrore, non poter aver paura della morte, e senza illusione di vera resurrezione in questo mondo. Altrove, nel cosmo, c’è un altro destino; da lì viene l’icona di sé che ha costruito Bowie, e lì pensiamo sia tornato. 

Ziggy Stardust, Aladdin Sane, il Duca Bianco, Lazarus… «Lo scherzo peggiore che Dio possa giocarti è di farti artista, ma un artista mediocre. E succede, e senti proprio quella sensazione. E puoi diventare così avvilito e malinconico e bellicoso…» (Bowie nel 1980 intervistato da Angus MacKinnon per il “New Musical Express”).

 

Una delle ultime, più belle interviste è quella che Bowie concede a Ken Scrudato della rivista americana “Soma” nel luglio 2003; Bowie dice di aver sempre amato Camus, e di sentirsi un esistenzialista, più che un nichilista, «Non credo che distruggeremo il mondo. Non sono così pessimista. Credo soltanto che stiamo attraversando un periodo di transizione verso un tipo d’umanità che accetterà il caos come sua premessa di base. Il fatto che è questo il mondo in cui esistiamo. E penso che al momento ci troviamo a metà strada tra le strutture e la teoria del caos… Per me è davvero importante sviluppare un atteggiamento positivo. Perché ormai non lo faccio più per me stesso. Non posso essere così egoista. E per me è davvero molto, molto facile vacillare e cadere nel lato più deprimente, nichilistico e oscuro della vita. Adesso non ne ho bisogno… Fare musica è in cima alla mia lista. E penso che ognuno di noi abbia una passione che lo assorbe, della quale possiamo nutrirci: una storia d’amore con la vita».

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