Vite vulnerabili

Dialogo con lo scrittore cileno Pablo Simonetti

Nel mese di maggio Pablo Simonetti, tra le voci più importanti della letteratura cilena contemporanea, è stato a Torino, Napoli, Roma e Milano per presentare il suo libro di racconti Vite Vulnerabili, recentemente pubblicato in Italia da Lindau.

Durante la sua permanenza, Simonetti ha accettato di dialogare con Doppiozero intorno a temi quali la scrittura, la forma racconto, la caratterizzazione di una certa tipologia di personaggi che contraddistingue i suoi racconti, l’incontro con Roberto Bolaño, la sua militanza nel movimento LGBT cileno.

 

Instituto Cervantes Milán, giovedì 24 maggio 2018 

 

F. A. – Sono trascorsi quasi vent’anni dalla pubblicazione in lingua spagnola, per la casa editrice Alfaguara, di Vite vulnerabili. Ora Francesco Verde li ha magnificamente tradotti per Lindau. So che leggi anche in italiano, che effetto ti fa osservare questi dodici racconti attraverso una distanza che è doppia, temporale e linguistica? Che cosa è cambiato dal 1999?

 

P. S. – Sono rimasto felicemente sorpreso dall’interesse mostrato dalla casa editrice Lindau per la pubblicazione di Vite vulnerabili, mi ha dato l’opportunità di guardare questi racconti attraverso uno sguardo nuovo, paterno, senza l’ansia giovanile con cui li scrissi all’epoca, lo sguardo paterno del tempo che è trascorso. Mi ha sorpreso anche l’entusiasmo di alcuni recensori italiani, ricordo in modo particolare un testo di Emanuela Cocco, lei ha analizzato il libro in modo così dettagliato che è come se mi avesse spogliato, proprio come i protagonisti di Vite vulnerabili: anch’essi, in un certo senso, sono nudi. Rispetto alla distanza, ho sempre avuto l’impressione che in questo libro di racconti ci fossero le fondamenta delle storie che poi ho raccontato nei romanzi, perché in Vite vulnerabili racconto di persone che si trovano a dovere affrontare in modo ineluttabile questioni legate alla propria identità. 

Ritornare su quelle pagine, fare loro visita a distanza di molti anni, mi ha rinvigorito la fede nella letteratura, ho capito che la strada intrapresa è quella giusta, un percorso che mi appartiene.

Vorrei dire qualcosa anche sui personaggi femminili dei racconti: i protagonisti di queste storie sono spesso uomini, le donne o sono vittime del desiderio e della prepotenza maschile o sono mediatrici in mezzo ai conflitti tra l’uomo-marito, l’uomo-padre, l’uomo-figlio, l’uomo-collega di lavoro.

Il mio romanzo A giochi fatti parla proprio di questo, la protagonista è vittima di tutti gli uomini, non solo di suo marito: è vittima del machismo, che lei stessa difende inconsapevolmente, ed è anche, appunto, mediatrice nei conflitti che vivono tutti i personaggi del romanzo, soprattutto quelli che sorgono all’interno della sua famiglia. Allora, ogni volta che torno ai racconti, è come se percorressi a ritroso la strada che porta ai miei romanzi, anche lì narro di vite vulnerabili.

Un’ultima cosa, stavolta rispetto al linguaggio: ho scritto il mio romanzo La ragione degli amanti in terza persona, c’è qualcosa di molto stimolante nella terza persona che produce una tensione tra la lingua dell’autore e la lingua del personaggio, mi è tornata la voglia di esplorare questa tensione, la prima persona invece è qualcosa di completamente diverso...  

 

 

F. A. – A proposito della prima persona, vorrei farti una domanda sul racconto “Santa Lucía”, che nell’edizione spagnola troviamo al primo posto e nell’edizione italiana al terzo, entrambe posizioni di tutto rispetto pensando a questi racconti come a dei brani musicali di un album. Dicevo, nel racconto, la focalizzazione è tutta a carico del protagonista, che narra i fatti in prima persona. Per ragioni ignote al lettore, quest’uomo sente la necessità di spingersi a piedi fino al monte Santa Lucía, appunto. In un primo momento questa necessità è quasi impercettibile, come un lieve fastidio di cui presto ci si dimentica, poi sembra diventare una questione di vita o di morte. Non c’è nessuna ragione apparente che giustifichi lo stato di agitazione del personaggio, così come non si riesce a capire perché un uomo che vive nell’agiatezza, ben inserito nel suo contesto sociale, voglia a tutti i costi raggiungere un luogo che gli mette paura per giunta, perché di notte è malfamato e pericoloso. A un certo punto però, la paura si trasforma in fascinazione, la fascinazione in ansia, l’ansia in desiderio... questo vortice lo porterà a rompere totalmente l’equilibrio familiare. Così come il protagonista di “Santa Lucía”, molti altri personaggi sembrano confrontarsi con la dimensione del desiderio, allora la mia domanda è: come si relazionano al desiderio questi personaggi la cui struttura psichica pare essere regolata proprio dalla mancanza?

 

P. S. – Dal mio punto di vista, il desiderio è la forza da cui scaturiscono le fratture. È ciò che non si può controllare e che non è possibile nominare, esce dagli argini della struttura di sorveglianza che i personaggi hanno costruito attorno a sé per evitare di trovarsi faccia a faccia con le zone remote della propria identità, che sono rimaste nascoste agli altri e a se stessi. In questo senso credo che il desiderio non sia sempre, e a tutti i costi, una forza distruttiva, bensì disruptiva: trasfigura improvvisamente il milieu in cui i personaggi vivono e li porta a compiere passi fuori dallo spettro delle opzioni della rappresentazione sociale che si sono costruiti negli anni. Ecco, Vite vulnerabili tratta molto questo aspetto, in particolar modo il racconto “Santa Lucía”, che contiene molta ansia. Di fatto lo scrissi in preda ad uno stato d’ansia molto forte che credo si percepisca durante la lettura. Lo scrissi tutto d’un fiato, con il viso infiammato dall’ansia, dal desiderio e dal senso di colpa, perché la storia è imbevuta del senso di colpa del protagonista. Credo che questa dimensione di frattura rispetto alle rappresentazioni più stereotipate della famiglia, della sessualità, sia forse il motivo per cui poi questo racconto ha destato così tanto interesse. Ti dirò di più, quando con questo racconto vinsi il concorso letterario della rivista Paula, cercarono di censurarlo, perché rompeva la regola del silenzio su determinati argomenti che la maggior parte dei cileni preferiva non affrontare in pubblico, sebbene fossero già gli anni Novanta. 

Aggiungo un’altra cosa: nei racconti di Vite vulnerabili la polarità tra la dimensione del desiderio e la dimensione della colpa produce degli stati elettrici in grado di provocare delle deflagrazioni, causate proprio dalle variazioni nel divario tra questi due poli. Le deflagrazioni scaturiscono sempre da circostanze minime. Quando ciò si produce, in poche pagine il racconto genera epifanie nella caratterizzazione del personaggio. 

So di avere già parlato molto, ma devo dire una cosa importante sul luogo dove è ambientato il racconto: Santa Lucía è una collina rocciosa che si trova proprio nel centro di Santiago, arida, senza alberi, non cresceva nulla lì, un luogo desolato. A un certo punto un sindaco visionario, Benjamín Vicuña Mackenna, fece portare terra fertile – devi immaginare centinaia di persone che la trasportavano sulle spalle o con le carriole – per trasformare questo luogo in un parco molto stravagante. Stravagante prima di tutto perché nato dall’immaginazione di una persona, in secondo luogo perché ha una parte francese, una parte in stile andaluso, altre ancora sono più monastiche, molto fredde, c’è addirittura una fortificazione spagnola, allora anche dal punto di vista architettonico e, più in generale, culturale, c’è questa forte stravaganza. Inoltre, è proprio su questo monte che gli spagnoli arrivarono nel 1541. Da sempre, dunque, rappresenta il cuore di Santiago, un monte aridissimo che però è stato trasformato in un parco molto elegante; qui è stata fondata la città e a mezzogiorno segnano l’ora con un colpo di cannone. Infine, è il luogo dove la gente, di notte, ha rapporti sessuali anonimi. Puoi immaginare, quindi, quante polarità abbia in sé Santa Lucía rispetto alla costruzione dell’identità cilena, la rappresentazione di ciò che siamo come nazione e come società, la tensione tra ciò che è ufficiale, la sfera pubblica, e ciò che deve rimanere privato, segreto. 

Lo scrittore Jorge Edwards faceva parte della giuria di quel concorso di racconti che vinsi con “Santa Lucía”, Edwards disse che il racconto aggiungeva un’inedita dimensione alla stravaganza di quel luogo, scelse la parola stravaganza, io invece avrei detto polimorfismo

 


F. A. – Ora sarò un po’ sfrontata: vorrei sapere del tuo incontro con Roberto Bolaño, dove vi siete conosciuti, quando… E, soprattutto, in quale occasione ha pronunciato queste parole, riportate anche sulla copertina di Vite vulnerabili: “La prima volta che ho letto un suo racconto l’ho fatto per curiosità, e non ho potuto abbandonarlo fino alla fine. Era da tempo che non leggevo racconti così ben narrati da uno scrittore cileno”.

 

P. S. – Roberto Bolaño è stato molto importante per me, è uno scrittore ineludibile. Quando l’ho conosciuto si stava già trasformando nella leggenda che è oggi. Avevo letto Stella distante e Chiamate telefoniche perché me li aveva consigliati una libraia che un giorno mi aveva detto: “Senti, ma tu non conosci questo cileno che fa il custode di un campeggio a Barcellona, raccoglie arance e scrive da dio?”.

Nel 1998 Bolaño era stato invitato a fare parte della giuria del concorso di racconti della rivista Paula, che io avevo vinto l’anno precedente proprio con “Santa Lucía”. 

Una sera mi chiamò la casa editrice Alfaguara, a cui avevo inviato i racconti. Il nuovo direttore mi disse: «Simonetti, voglio pubblicare il tuo libro di racconti, chiamami tra un po’, a maggio». La stessa sera mi trovai di fronte Roberto Bolaño alla cena organizzata dalla direttrice della rivista Paula (mi avevano invitato proprio perché ero il vincitore dell’edizione precedente). Abbiamo iniziato a parlare e ci siamo trovati bene fin da subito, gli ho raccontato un aneddoto che gli è piaciuto molto, era un vero e proprio archeologo degli aneddoti letterari, a lui interessava molto tutto ciò che potesse avere a che fare con la letteratura e aveva una vera e propria passione per i dettagli più frivoli. La direttrice della rivista andava in analisi dalla stessa psicanalista da cui andavo io, la psicanalista non era una qualunque, ma la figlia di Norman Mailer, allora si è visto Bolaño dispiegare le ali come fosse un uccello del paradiso, per forza, secondo lui stavamo raccontando il migliore aneddoto di sempre sulla rivista: tutti noi venivamo psicanalizzati dalla stessa persona, nientemeno che dalla figlia del grande Norman Mailer. Siamo diventati amici così, con questa storia*.

Quando, l’anno successivo, finalmente firmai il contratto, la casa editrice mi chiese chi avrei voluto che presentasse il libro, allora inviai il racconto “Peter Faraday” a Bolaño, il quale lo apprezzò molto e accettò l’invito. Era di ritorno in Cile perché quell’anno aveva vinto il premio internazionale Rómulo Gallegos con I detective selvaggi, fece un po’ di politica letteraria con delle dichiarazioni molto forti il cui effetto in Cile fu un’ecatombe: aveva criticato le opere di José Donoso, che per moltissimi autori della mia generazione era stato un maestro. Mancava una settimana alla presentazione del mio libro e sui giornali cileni molti autori lo attaccarono a causa delle sue affermazioni. Bolaño si mise sulla difensiva, il martedì andai a trovarlo nella casa dove alloggiava: lo trovai tutto accartocciato in un angolo, sembrava un ragno, era molto teso, mi disse che non sarebbe venuto, perché non voleva che lo attaccassero in pubblico, ma io all’epoca ero uno scrittore sconosciuto, gli dissi: «Roberto, tranquillo, non mi conosce nessuno, ci saranno solo mia mamma, mia zia, mia nonna, mio fratello...». La presentazione era il giovedì. Il mercoledì andò a trovare Nicanor Parra, al ritorno si addormentò in auto e sognò di morire prima di lui (Parra era già anziano ma lui sapeva di essere ammalato), lo racconta in uno dei suoi testi. Le persone che lo accompagnarono da Nicanor Parra lo convinsero a non annullare la sua partecipazione alla presentazione del mio libro. 

Durante la presentazione, a un certo punto arrivò Antonio Skármeta, allora Bolaño esclamò: «C’è Skármeta nel pubblico!», ma Skármeta è un pezzo di pane, un uomo molto docile, non lo avrebbe mai attaccato, infatti così è stato. 

Bolaño disse delle cose meravigliose sui miei racconti. Disgraziatamente non registrai nulla, rimangono solo quelle poche righe che hai citato tu, vengono dal giornale El metropolitano, che ora non esiste più, furono gli unici a riportare qualche parola detta da Bolaño durante la presentazione. Il giorno dopo si svegliò, prese l’aereo e se ne andò dal Cile. 

È la prima volta che lo racconto pubblicamente, perché non amo vantarmi usando il suo nome, ma fu davvero una figura che segnò profondamente gli scrittori della mia generazione. Il canone cileno all’epoca era un pantano, Roberto Bolaño portò aria fresca e la capacità di possedere uno sguardo diverso, stravagante. Ora il panorama è cambiato, la generazione di autori cui appartengo è molto più composita, eterogenea, anche solo per il semplice fatto che non è composta solo ed esclusivamente da voci maschili, ci sono molte donne, gay, lesbiche, poi ci sono anche degli autori uomini molto bravi, sono eterosessuali però, che cosa ci possiamo fare...

 

 

F. A. – In una lettera, Anton Čechov paragonò il racconto a un viso che emerge da un blocco di marmo sgrossato; Julio Cortázar affermò più volte che il racconto è il risultato della battaglia fraterna che ingaggiano la vita e l’espressione scritta della stessa. Tu come definiresti questa forma letteraria?

 

P. S. – Per me il racconto è sinonimo di scoperta, un modo con cui trasfigurare il personaggio attraverso il personaggio stesso, vale a dire per mezzo di circostanze che sono apparentemente minime, senza che avvenga nulla di straordinario, il personaggio viene toccato da qualcosa che poi lo trasforma, come se fosse composto da colori che a un certo punto diventano più vividi... come posso dire, sono uno scrittore che si trova a suo agio raccontando gli spazi interiori.

Quando sono stato a Napoli, mi hanno raccontato di come venivano costruite le case nell’antichità: scavavano un pozzo da dove estraevano un tipo di pietra molto particolare, facile da lavorare, prendevano le rocce e costruivano la casa intorno al pozzo. In seguito, con il passare dei secoli, questi pozzi furono riempiti d’acqua e divennero delle cisterne. Non solo, durante la seconda guerra mondiale, oramai vuoti (l’acqua era stata tolta dopo un’epidemia di colera nel XIX secolo), servirono da rifugio per mettersi in salvo dai bombardamenti. A me questa è sembrata un’immagine magnifica: si entra nel pozzo, si cercano con molta attenzione alcune pietre, non tutte, solo quelle con la forma e la dimensione giuste – nel mio caso le parole, perché il racconto necessita sempre di un’estrema precisione verticale – poi questa profondità diventa contemporaneamente sorgente e rifugio. 

 

F.A. – Che cosa significa essere allo stesso tempo uno scrittore e un attivista LGBT?

 

Nel mio caso, è dalla letteratura che poi è scaturita la militanza, non il contrario. Ho iniziato fondando Iguales proprio perché i temi della diversità sessuale, razziale e di genere, dell’omosessualità e della libertà individuale in campo sessuale erano già presenti nei miei testi, quindi ho due motivi per ringraziare la letteratura: prima di tutto mi ha dato un posto da dove guardare il mondo, un privilegio che, ad esempio, i miei personaggi non hanno. Poi, e questo è il secondo ringraziamento che faccio alla letteratura, mi ha dato la possibilità di percepire l’importanza della responsabilità sociale (senza conoscere se stessi, è quasi impossibile assumersi onestamente una responsabilità sociale). Questi sono i due regali più grandi che mi ha fatto la letteratura.

 

Traduzione dallo spagnolo (Cile) di Federica Arnoldi. 

 

*Roberto Bolaño racconta così l’episodio:

“Certo, non tutti vanno solo ai corsi di scrittura creativa. Alcuni vanno anche in analisi. Una mia cara amica, durante una cena al ristorante, mi ha parlato della sua psicanalista, che è niente di meno che la figlia di Norman Mailer. Un altro amico (uno scrittore, e per nulla spregevole) interviene e dice che anche lui è in analisi dalla figlia di Norman Mailer. Quasi immediatamente, un’altra ragazza afferma la stessa cosa. Per un attimo credo che mi stiano prendendo in giro. Tutti hanno bevuto parecchio pisco e io non ho bevuto niente perché non posso più bere, ma ho l’impressione di essere l’unico ubriaco. La figlia di Norman Mailer fa la psicanalista e vive in Cile? Non ci posso credere. Eppure è così. Cosa diavolo c’è venuta a fare la figlia di Norman Mailer in Cile? Se fossimo in Messico sarebbe già più comprensibile: c’è una tradizione dell’eccesso, in cui si inserisce il sottogenere dei visitatori limitrofi. Ma in Cile no. Eppure la figlia di Norman Mailer vive qui e psicanalizza i miei amici già da parecchio tempo. [...] Ma perché è venuta a vivere in Cile?, domando, ormai sull’orlo del pianto. Nessuno lo sa”.

Roberto Bolaño, Tra parentesi, Adelphi, 2010, trad. Maria Nicola, pp. 82-83.

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