Riflessioni molto molto interessanti (mi hanno fatto anche pensare a quel fumetto davvero profetico,Transmetropolitan).
Twitter, al netto della storia dei 140 caratteri, ha due grandi e sostanziali differenze con gli altri social network come li abbiamo conosciuti nell’ultimo decennio.
La prima è la relazione non biunivoca. Un utente può seguire qualcuno, senza essere seguito, e viceversa. Un Vip (Fiorello, Fabio Volo, Jovanotti) ha centinaia di migliaia di followers mentre segue al massimo qualche centinaio di persone.
La seconda differenza è che si sviluppa attraverso i famosi hashtag, ovvero parole chiave, sotto cui è possibile far confluire un flusso di informazioni su un determinato argomento: X Factor, Monti, le elezioni o il derby. Clicchi derby, e ti vengono fuori tutti i tweet sul derby.
Detto questo (per gli a-twitterati) c’è da chiedersi cosa può significare, dal punto di vista della comunicazione e della rete.
La prima cosa che viene in mente è che un sistema di relazioni non biunivoco è un sistema gerarchico. Genera dei grandi e dei piccoli, dei medi, giganti e minuscoli. Il numero di followers detta il peso specifico della tua voce. E l’eco del cinguettio.
Maggiore è il tuo canale di distribuzione, maggiore è la tua forza. Com’era una volta. Essere citati da Sofri, o Simona Ventura, vale mille volte il brillante scambio di battute con un collega o un compagno di università.
La parola del vassallo vale xmila volte quella del valvassore, e l’opinione di un cluster di feudatari ha la potenza di un messaggio a reti unificate: una sproporzione che nessun mezzo di comunicazione personale ha mai conosciuto, anche di uno a un milione. Così i notabili di Twitter spostano voti su X-Factor, dettano temi ai giornali, sollevano questioni, decretano successi commerciali e via dicendo. È la ragione per cui i Vip sono accorsi in massa su Twitter, e non altrove: megafoni così, oggi, sono merce rara.
Per riassumere: una logica di relazioni non biunivoche ha in seno il rischio di ricreare un sistema gerarchico di tipo feudale.
In seconda battuta, l’uso degli hashtag tende inevitabilmente a schiacciare il dibattito su alcune parole chiave. È evidente che se io parlo di un tema trend topic le possibilità di entrare nel flusso dell’informazione aumentano. Se parlo di Hegel probabilmente mi ascolteranno in cinque, se parlo di X-Factor il giorno della finale, saranno migliaia. Ma se parlerò ancora di X-Factor il giorno dopo, i miei ascoltatori torneranno ad essere cinque.
Questa distorsione stringe il panorama contenutistico in un imbuto, rischiando di rinchiudere le relazioni sociali (il social network) nel campo asfittico del mainstream e appiattire la complessità del tessuto sociale intorno al perno della cronaca o, peggio, di un'ottusa quotidianità.
Sommando le due riflessioni, in Twitter si intravede questa possibile distorsione: un gruppo di trenta persone (non di più) sceglie le dieci parole chiave che useranno gli altri 900mila. Per ottenere lo stesso risultato, dieci anni fa, era necessario confrontarsi con il direttore di un grande giornale (o radio, o TV), il suo consiglio di amministrazione, il mercato, la distribuzione, il network di riferimento e tutto un complesso sistema di filtri che favoriva un certo equilibrio di garanzie.
Oggi, volendo giocare di paradosso, se una trentina di persone in Italia si mettessero d’accordo su chi vince Sanremo, su quale libro comprare, su dove andare in vacanza, che film vedere, e persino su chi votare, riuscirebbero a smuovere un numero esorbitante di persone (milioni solo in Italia, secondo gli ultimi dati), al di fuori di ogni meccanismo di controllo, che sia esso dall’alto o dal basso. Generando, fin troppo facilmente, un tipo di comunicazione del tutto ‘broadcast’: trenta persone parlano, un milione ascolta.
E a ben pensarci, questo rischio, molto vicino, è la cosa più lontana dalla conquista della rete, della trasparenza, della democrazia e dell’innovazione. La cosa più lontana dalla contemporaneità che la stessa contemporaneità rischia di produrre. Una sorta di antidoto, e di nostalgico revival.
Non è una riflessione che puzza di reazionario, al contrario: non diffido di Twitter perché nuovo, o ‘barbaro’, ma esattamente perché alcuni meccanismi che innesca rischiano di non esserlo affatto.
Abbiamo inventato e vogliamo vivere la rete per la sua dimensione orizzontale, non per produrre nuovi rapporti verticali. Per la predisposizione a link biunivoci, a sistemi di relazione paritari, partecipativi, piatti, pluriramificati, non gerarchici e piramidali. Ci siamo innamorati della rete perché non era (e non volevamo che fosse) una fruizione passiva, perché segnava il ritorno del passaparola, non perché diventasse un nuovo megafono afono in mano a un grappolo di influencers. Altrimenti ce ne restavamo davanti a Pippo Baudo, almeno era più rilassante.
Roberto Marone
twitter.com/roberto_marone
Alcuni dati e grafici in proposito:
“Lo 0,05% degli user produce il 50% dei tweet consumati”. MyVenturePad
“Il 95,75% degli utenti ha meno di 500 follower”. Sysomos
“Nel 2011 il 97% degli utenti ha meno di 100 follower”. Online Marketing Trends
“Twitter continuerà a fiorire come un rapido network broadcast, finché le persone non impareranno come usarlo”. Brian Solis
I primi 20 giornalisti in Italia sommati arrivano quasi a un milione di follower. Vincenzo Cosenza
Durante Sanremo “Svetta su tutti il Fatto Quotidiano che riesce ad inanellare una serie di messaggi molto rilanciati dai suoi quasi 250.000 follower. [...] è l’ennesima dimostrazione di come Twitter sia uno strumento in grado di favorire la diffusione delle informazioni, spesso provenienti da un numero esiguo di personaggi (hub) con un considerevole numero di follower”. Vincenzo Cosenza

- Materiali
- 19 marzo 2012
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La vera inquietudine di Twitter sta nel fatto che i giornali (specie quelli on line, che utilizzano il "vip tweet" come postilla a notizie importanti) lo considerano una specie di mondo a parte: una piscina della vera democrazia sul web, dove i pesci nuotano liberi e insegnano agli altri a nuotare. L'errore sta nel considerare Twitter qualcosa di autentico e spontaneo, come se tutti fossimo egiziani in piazza Tahrir e lo usassimo per liberarci dalle catene. Hai fatto perciò benissimo a sottolineare con i dati numerici la sproporzione tra utenti influenti e utenti che sono solamente consumatori.
Ciao. Credo sarebbe proficuo trasportare questo dibattito in LinkedIn... ma manca l'icona...
Ciao Roberto, molto interessante l'analisi dell'elite (culturale) che condiziona il flusso (culturale) dei meme e dei trend topic su Twitter. Però contemporaneamente propongo sia una riflessione più positiva (sul mezzo) e più negativa (sulle relazioni di potere). Twitter di per sé è un mezzo biunivoco, per natura, cioè permette di seguire ed essere seguiti senza richieste. E' lo stile e gli usi che ne facciamo che lo orientano verso un modello broadcast/top-down oppure verso un modello conversazionale/partecipativo/orizzontale. Twitter è uno strumento che disintermedia (tra me e un direttore di giornale ora c'è meno distanza) e accelera la costruzione di reti inesistenti, dormienti o lasche. via via che arriva gente, i cluster si addensano, le reti maturano. le gerarchie di cui fai bene a parlare credo non c'entrino col mezzo, ma con la società che usa il mezzo. se la società off-line è tribale, o "di corte" (Elias), quando questa società entra in TW riprodurrà al suo interno le logiche gerarchiche e tribali con cui è stata educata. c'è anche del giusto, in questo: io retweetto con più facilità contenuti di persone che sono all'interno della mia "tribù", non perché siamo una cricca, ma perché mi fido di più delle loro opinioni. ci sono molti studi di marketing che evidenziano che le condivisioni partono dagli amici. in questo non c'è niente di male. Su TW semmai, stiamo osservando l'emergere delle relazioni di potere che già governavano il mondo degli atomi. prima di TW è sempre esistita una elite (l'industria culturale) che struttura i gusti della società. ora con TW questa elite si ricrea, ma contemporaneamente è messa in discussione, e cambia forma, e nuove persone, outsider ma magari competenti, ne entrano a far parte, e a pieno diritto. mi verrebbe da dire che TW è uno specchio di quanto è evoluta la società, di quanto sono rumorosi i salotti, di quanto arguti i giornalisti, o di quanto bagatellari i suoi idoli. Twitter non è novecentesco, nemmeno feudale. è la società che ci sta sopra, ad esserlo. ma diamo fiducia al mezzo. ogni nuovo medium ristruttura le relazioni precedenti tra medium e società. sarò mcluhaniano fuori tempo massimo, ma ci credo. e credo anche che Twitter e i social network, col tempo stiano contribuendo ad un cambiamento epocale del concetto novecentesco di Pubblico. lo spiega molto bene Danah Boyd, in questo saggio: Social Network Sites as Networked Publics: Affordances, Dynamics, and Implications, scaricabile qui: http://www.danah.org/papers/2010/SNSasNetworkedPublics.pdf
a me semmai, Twitter, più che il novecento, fa venire in mente una canzone del Novecento: "Pubblico di merda, fate largo all'avanguardia. l'avanguardia è molto dura e per questo fa paura" (Skiantos)
Grazie caro Roberto, adesso so spiegarmi meglio la mia diffidenza verso questa nuova moda...
Ciao. Riprendo il mio punto su una discussione interminabile che portiamo avanti con Roberto, guarda caso, proprio su Twitter. Molte dinamiche delle quali parli sono reali, ma credo che il tutto andrebbe reinquadrato sia nel frame che propone Tiziano qua sopra (che condivido) sia in una tipizzazione più articolata, che prende in considerazioni anche altri dati.
Intanto la questione delle tipologie.
Esistono molte tipizzazioni possibili degli utenti su Twitter, e quasi tutte riguardano gli utenti in quanto attivi. Klout, ad esempio, usa una griglia a 16 blocchi. Se a questa aggiungiamo una griglia di almeno altri 16 blocchi per le modalità di ricezione - sono convinto che siano molte di più, ma non ho i dati - abbiamo un matrice che ci da 16X16=256 modi di usare il mezzo. Sicuramente alcuni saranno più diffusi, ma è difficile dare dei numeri.
Per quello che riguard i dati sui following e il resto, il nesso causale non è evidente. Dal punto di vista dell'analisi di rete è difficile sostenere che un account istituzionale con molti following generi più influenza (termine interessante, che andrebbe definito) di molti con pochi following dalle relazioni più dense; come minimo andrebbero presi in considerazione i tassi di Retweet, le mentions e le capacità di agenda setting, e soprattutto andrebbero falsificati.
Nella mia esperienza diretta, seguo solo 4 dei giornalisti che citi, ma (ad esclusione di De Biase, di cui stimo molto il blog), hanno molta memno influenza di persone che mi sono vicine come te o Tiziano, nel senso che non passo molto tempo ha considerare le loro osservazioni e opinioni. Citi i vari baracconi mediatici, ma credo che San Remo sia un esempio perfetto: per me su Twitter quella settimana è passata senza colpo ferire, e quasi non me ne sono accorto. Questo nonostante alcuni amici gestissero l'account @Remosan per una visione detournante e parallela.
Credo che il dato veramente rilevante che va si la possibilità di definire un'agenda setting alternativa attraverso i social network. E' già successo molte volte. E' ovvio che Fiorello, o i vari giornalisti già potenti altrove, possono imporre un hashtag. #sarofiorello Trending Topic su Twitter conta fino a un certo punto, perché riproduce il condizionamento pavloviano televisivo. Molto più interessante è vedere cosa succede quando i Trending Topics emergono NONOSTANTE l'agenda setting dei media tradizionali. #forconidasx (l'analisi da sinistra del movimento dei forconi in Sicilia) ne è stato un ottimo esempio; ma anche le #morattiquotes hanno funzionato così.
Insomma, secondo me sostenere che lo strumento è novecentesco - o broadcast - non ha senso a partire dai dati. Però concordo che buona parte dei pubblici che stano su Twitter sono infimi. Come nella vita fisica, basta non considerarli. Sono abbastanza schizzinoso riguardo ai luoghi ed alle persone che frequento nel mio temo libero; se un locale non mi piace, ed è pieno di "un pubblico di merda", semplicemente non ci entro. la differenza su Twitter - e dei social network in generale - e che mi aiuta a trovare gli altri locali che mi piacciono O CHE POTREBBERO PIACERMI senza curarmi della prossimità spaziale. Certo, c'è il rischio di un'eccesso di assonanza cognitiva con i frequentatori, ma per fortuna il nostro mondo non si limita a quello scambio di messaggi da 140 caratteri.
Come Bertram ha detto, abbiamo avuto modo di discuterne spesso.
E sia quello che dici, sia quello che dice Tiziano Bonini, è verissimo. Dipende da chi lo usa e da come lo si usa, e ovviamente rispecchia la società che lo usa.
Però c'è una pecca, nel vostro ragionamento, ovvero che tentate un'analisi del mezzo partendo dall'esperienza personale. Il che ovviamente distorce qualsiasi analisi, perchè l'utilizzo che ne fate voi è la minoranza di una minoranza di una nicchia.
E' come parlare, non so, dei giornali, usando come esempio il Foglio. Non funziona.
Dici di non seguire vip e giornalisti, ma non puoi non annotare di essere una mosca bianca, e che la metà degli iscritti a twitter in Italia segue i primi venti più seguiti. E non puoi non notare come questo sia, oggettivamente, una mostruosità e una aberrazione della rete.
Il 90% delle persone lo usa senza essere seguito, senza tweettare, e seguendo Vip, calciatori, veline, giornalisti e personaggi televisivi. Perchè twitter (per le due ragioni che ho detto nel testo) porta inevitabilmente a quelle stortura.
Non puoi, nell'analisi, non considerarlo.
Poi magari si fanno i distinguo, e si dice che c'è un 5% di persone che lo usa egregiamente, per lavoro, per tenersi informati, per discutere. Ma sono, appunto, distinguo.
Però se vogliamo parlare di Twitter, bisogna parlare di Twitter come lo usano tutti, non comeiousotwitter, o di come sarebbe bello se tutti lo usassero bene.
Ovviamente mi rendo conto sia uno strumento, e che quindi additare Twitter di qualcosa per via di un utilizzo sbagliato è una stranezza.
Però annoto che anche la Tv è uno strumento, eppure ha creato un linguaggio, una modalità di fruizione e una cultura.
E se giudicassimo la TV per i programmi notturni di Ghezzi, anzichè per il restante 99% di mainstream, sarebbe l'analisi più depistante della storia dei media.
oilà. in realtà di esperienza personale ci sono due paragrafi, gli altri sono un ragionamento proprio sul fatto che le modalità d'uso sono troppo complesse per una sintesi come la tua (e sul fatto che per stabilire correlazioni causali tra i dati ci vuole un lavoro di un altro tipo). dire che Twitter è broadcast ha senso solo se si pensa ad un broadcast dove esistono tanti canali quanti sono gli utenti, dove si può interagire in realtime con conduttori e palinsesto, che si può portare in giro, che è ipertestuale, taggabile. insomma, è un broadcast che diventa talmente narrowcast da diventare personalcast.
Visto che Tiziano cita Boyd (che è uno degli analisri più interessanti sull'argomento), segnalo questo articolo che lei ha scritto con ltri 2 ricercatori "Tweet, Tweet, Retweet: Conversational Aspects of Retweeting on Twitter", che fa una bella analisi articolata http://wk.typepad.com/files/tweettweetretweet.pdf
aggiungo un link a report recente che ho appena ritrovato http://blog.tagliaerbe.com/2012/03/condivisione-amici-influencer.html riguarda stumble upon e buzzfeed (piattaforme social per la ricerca di contenuti) ma attiene al nostro discorso. mostra come la condivisione di link rispecchia le reti del mondo reale più che quelle degli influencers teorici. da leggere (qua l'originale http://adage.com/article/digitalnext/content-shared-close-friends-influe... )
stiamo accumulando troppi "dati", che forse andrebbero tradotti meglio. ma l'eccessiva sintesi è la natura dei commenti ai post, siate indulgenti. Al di là di ricerche molto dense che dimostrano appunto come le relazioni sui social media, Twitter compreso, riproducono le reti del mondo reale, Roberto fa bene a sottolineare la natura broadcast di molta parte della sfera di Twitter. In un altro articolo qui su 00 avevo notato la correlazione strettissima ad esempio, tra l'alto numero di follower dei profili delle star dello spettacolo e il bassissimo numero dei following. era una costante che denotava un uso broadcast del mezzo. e migliaia di persone lo usano così, come farebbero con la tv. C'è chi trasmette e chi riceve. e il massimo dell'attività è la ricerca di un retweet. Inoltre i brand e le istituzioni mediali stanno maturando un approccio drammaturgico al mezzo, e stanno sempre più strutturando la propria comunicazione su Twitter attraverso un palinsesto vero e proprio di "eventi" (post) progettati in anticipo e programmati dai software gestiti dai social media manager (Hootsuite, per esempio) che controllano contemporaneamente i flussi di diversi profili. Ma allo stesso tempo è vero che la modalità broadcast, seppur molto diffusa, non è la sola e che la matrice di Klout citata da Bertram mappi fino a 16 (non 256, mi pare) modalità conversative diverse su Twitter.
Twitter come broadcasting è solo una parte del fenomeno, anche se quella più evidente. Ma continuo a pensare che il problema non è Twitter, come il problema non è la tv, che a me piace molto quando vado a casa dei miei e scopro che hanno il satellite, o quando me la riguardo a pezzi su You Tube. il problema sono le relazioni di potere nei media, il grado di libertà dell'informazione e l'etica dei giornalisti, o l'intelligenza degli autori dello spettacolo.
Il sospetto verso il mezzo manifestato da un altro lettore più sopra è un sospetto "perdente", come quello di Michele Serra. E' ovvio che una star, o un canale televisivo o un giornale o un direttore di giornale, abbiano tante cose da dire o da mostrare e che ci siano tante persone assieme che vogliano starle a sentire in silenzio, o sfondate sul divano con le mani sporche di ketchup. In questo il mezzo non ha colpe. è l'industria culturale, una volta trasferiti armi e bagagli su Twitter, a comportarsi in maniera broadcast (ma ci sono anche casi molto virtuosi, come Einaudi editore). Nel tempo si rafforzerà sia il modello broadcast che gli altri modelli più partecipativi e tutti, anche i broadcasters, dovranno imparare a fare i conti con la vicinanza inaudita del proprio pubblico, o almeno di quelli che vogliono dialogare e commentare. Non sono rivoluzioni democratiche, quelle le fanno le persone nella lunga durata, ma Twitter può essere democratizzato, come Brecht credeva per la radio degli anni trenta e Enzensberger per le radio libere degli anni settanta. Per me, oltre agli Skiantos vale sempre quello che ho imparato da Indymedia: Don't hate the media, Be the Media.
Leggo volentieri gli altri spunti.
Ma mi sembra, almeno anche dall'opinione di Tiziano, che siamo d'accordo su una cosa: oggi buona parte (larghissima parte) di chi usa Twitter in Italia, lo usa per seguire i suoi vip televisivi e i suoi cantanti. Non twitta, non è seguito, e per lo più segue Platinette, Signorini. Volo e Severgnini.
Rispetto ovviamente sia queste persone, che le persone che li seguono, ognuno fa quello che vuole della propria vita, ed è bello sia così.
Ma annoto due cose:
1. che questo non era quello che desideravamo dalla rete: sarebbe bello un utilizzo più articolato, più produttivo, e meno diario delle celebrity.
2. questa distorsione non è accaduta con Myspace, Badoo e con Facebook. E su questo che io faccio una riflessione sul mezzo. Ripeto, l'hashtag e il il follower porta inevitabilmente, giocoforza, a quel tipo di uso.
Tanto per fare un esempio: vi elenco i trend topic in questo momento:
#JuveMilan
#art18
#ballarò
Del Piero
Maxi Lopez
Seedorf
Inzaghi
Mexes
Granada
Aquilani
Vi sembra, questo, un nuovo modo, rivoluzionario e migliorativo, delle relazioni sociali e del tessuto cognitivo e culturale di un paese? A rischio di sembrare trombone, a me sembra più desolante di Buona Domenica. E mostruosamente pericoloso.
No, odiare no, non va bene, neanche i media (ci mancherebbe). Ma bisogna per forza amarli tutti? Bisogna per forza cinguettare felici? Bisogna per forza correre dietro all'ultima trovata? Non so se nelle rivoluzioni arabe, in Iran, Twitter abbia avuto un suo ruolo, e se ce l'ha avuto: benissimo! ma qui da noi a me pare (per ora...) l'esaltazione del chiacchiericcio. Del salottino allargato, dove c'è il "maestro di cerimonia", e tutti a seguire. E risottolineo quel che dice Roberto Marone quando distingue Twitter da Facebook, che forse (forse) c'è proprio nella natura del mezzo qualcosa di desolante e pericoloso.
@roberto scusa se insisto, ma la tua inferernza funziona al contrario. non puoi pretendere che uno strumento X trasformi un popolo che segue #Fiorello, #Del Piero e #JuveMilan in intenditori di #Semiotica, #Kabuki e #AaroHellaakoski (torno all'osservazione di Tiziano: avevano ragione gli Skiantos).
Qualsiasi lista di termini più cercati su qualsiasi piattaforma web è sconfortante. Non è una questione di Twitter e Italia. Guarda qua http://abcnews.go.com/Technology/yahoo-facebook-top-10-searches-stories-... : gli argomenti più cercati su Ask, Facebook, Bing, Yahoo etc sono squadre di calcio, Justin Bieber, starlette soft porno come Kim Kardashian, e ogni tanto qualche argomento di attualità ome Osama Bin Laden. Internet è sempre stato ANCHE questo. Il regno del gossip, della cultura ultrapop, delle starlettes. E allora?
Se il punto è l'insofferenza verso i gusti culturali degli italiani, sottoscrivo in toto; se è la ricerca di uno strumento che permetta di tenere fuori gente con gusti non interessanti, allora non sono d'accordo. Se su Twitter il Trending Topic in Italia fosse #noise industrial sulle prime sarei parecchio felice, ma a breve forse diventerebbe un posto noioso.
Il dato interessante è quando uno strumento ha la possibilità di venire usato al contrario - cioè nel nostro caso quando tra i Trending Topics compaiono argomenti che normalmente stanno fuori dall'agenda setting - e questo su Twitter succede periodicamente.
Btw, in questo momento i TT sono:
#giornodellapoesia
#18politico
#toninoguerra
Mohammed Merah
Buona Primavera
Fellini
Al Qaeda
Giornata Mondiale
Placebo
Vietnam
Se confrontata con la home di Repubblica.it, mi pare che il quadro sia un bel po' diverso, e nn così sconfrortante
Forse allora stiamo parlando non di Twitter, ma di egemonie culturali e cultura di massa e cultura popolare. E ovunque nasca una tecnologia, dai giornali in avanti, capace di dare voce o di informare la cultura popolare, nascono discussioni intorno alla bontà del mezzo o meno.
Se ragioniamo per "trending topic" è ovvio che i grandi numeri, su qualsiasi mezzo di comunicazione, i contenuti top10, li generino il calcio, le celebrity ecc...è la regola della comunicazione di massa. Da You Tube ad iTunes, dalle classifiche di libri ai temi più discussi su Twitter, è la cultura di massa ad egemonizzare vendite e discorsi. La novità di Twitter è che, oltre alla cultura di massa, accade anche qualcos'altro, che ogni tanto ribalta i flussi di comunicazione e le agende. Inseriamo Twitter (e Facebook) in una lunga durata, in una lunga linea storica in continuità con tutte le tecnologie di comunicazione precedenti e non aspettiamoci una rottura netta del passato. Twitter (e Facebook) sono mezzi di comunicazione di massa, quindi anche broadcast, come tutti i mezzi che li hanno preceduti, ma permettono qualcosa in più, così come un blog è un giornale, ma con la possibilità di rendere pubbliche le opinioni delle persone che lo leggono. E' in parte novecentesco, in parte nuovo. In parte subisce la cultura di massa creata dalla mediasfera nella sua interezza, in parte crea al suo interno altre micronarrazioni, che come rivoli d'acqua, scorrono in tutte le direzioni e a volte si coagulano in torrent(i). E' questa la potenza di Twitter, il favorire la proliferazione, la velocità di propagazione, l'agglutinamento delle reti e delle micronarrazioni. Il resto lo abbiamo già visto nel novecento. E' il concetto di Pubblico, la grande parola chiave di Twitter: in parte c'è ancora il pubblico di massa, ma in parte sta emergendo il pubblico reticolare, ed è da questo pubblico reticolare che vengono le cose più interessanti. Tra l'altro, se io, te e Bertram non fossimo connessi su Twitter questa conversazione non sarebbe mai avvenuta.
Leggo con estremo interesse il dibattito in corso, che è un modo per discutere senza dondolarsi su facile "amache". Sarei tentato anche io di concludere che questi mezzi creano un linguaggio, e che tentare di vederne un uso "positivo" può diventare alla lunga un atteggiamento da "social entusiasti". Non mi esprimo da un punto di vista tecnico, dato che non ne ho le competenze, ma riflettendo un po' non posso che dissentire dalla conclusione di Marone: la maggioranza lo usa in maniera deleteria, una minoranza in maniera consapevole, quindi è deleterio. Insisto sull'uso che ne faccio io, e più in generale noi che ci occupiamo di teatro (fra l'altro, viaggiamo tutti al di sotto dei 1000 followers, valore che rinforza la tesi di TW come specchio della società): si tratta di connettere, gettare qualche piccolo ponte, reperire qualche informazione che altrimenti andrebbe persa. Se un mezzo contempla un utilizzo siffatto, al di là che tale uso sia o meno maggioritario, a mio parere significa che uno spiraglio per un utilizzo "utile" esiste. A meno di non voler annullare il valore delle minoranze. Chi è convinto della potenziale bontà del mezzo dovrebbe allora spendersi per far sì che tale bontà emerga, anche attraverso discussioni collettive come questa. A me personalmente, per esempio, Twitter è servito molto per intercettare pareri di spettatori non addetti ai lavori nel recente "caso castellucci", grazie all'hashtag. Lontano anni luce dal cinguettare felicemente seguendo l'onda di una moda! (http://www.altrevelocita.it/teatridoggi_sezione-116.html un mio rozzo tentativo di analisi fra social network e teatro).
Concordo con Roberto M. Trovo che la natura broadcast di Twitter sia ben sottolineata dal modo geniale con cui Daniele Luttazzi si serve del mezzo: 2 tweet, 13.965 follower, 0 following.






