#Twitteratura?

Intersezioni, rotture e continuità nelle pieghe letterarie di Twitter

Giorgio Gaber direbbe “Quando è moda è moda”: oggi tutti parlano di Twitter e Twitter sembra diventato qualsiasi cosa, tanto che forse prima di parlarne sarebbe meglio cominciare ad usarlo per comprenderne i limiti.

 

No, la twitteratura non esiste. Però ha senso chiedersi quali spazi letterari siano possibili al di sotto della misura minima esercitata da Felix Fénéon ai primi del Novecento, con i suoi Romanzi in tre righe. E, al tempo stesso, ha senso chiedersi quali elementi di sperimentazione, rottura e continuità esistano nell’ambito di un possibile uso letterario di Twitter.

 

Un primo metro di giudizio è rappresentato dalle Lezioni americane di Italo Calvino: leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità e molteplicità. Possiamo chiederci se i cinque principi individuati da Calvino per la scrittura del terzo millennio trovino espressione su Twitter, ovvero in un contesto che si avvicina più allo scritto-parlato che alla comunicazione scritta in senso stretto.

 

 

Elementi che depongono a favore di un uso letterario di Twitter

 

-         Su Twitter c’è leggerezza, sta nella capacità di affrontare un argomento complesso attraverso il registro dell’ironia, senza scadere nella banalità.

-         C’è rapidità, sta nella capacità di essere veloci, immediati; parlare qui ed ora, quando ha senso farlo.

-         C’è esattezza, sta nella capacità di delimitare un argomento e affrontarlo nello spazio impossibile di centoquaranta caratteri preservandone unità di forma e di significato.

-         C’è visibilità, sta nella capacità di tornare ad evocare immagini in assenza – direbbe Calvino – raccontare storie attorno al fuoco, farsi di nuovo cantastorie e contrastare così l’omologazione della società dell’immagine.

-         C’è molteplicità, sta nella capacità di contaminare le reti sociali con le proprie competenze e stimolare le competenze altrui in quei campi che ci vedono curiosi ma non esperti.

 

Eppure, ammesso che su Twitter siano possibili leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità e molteplicità, dobbiamo chiederci se questo basti a qualificarne un uso in senso letterario. Calvino aveva individuato un sesto principio, che tuttavia non riuscì a sviluppare perché morì troppo presto: la consistenza. Noi possiamo chiederci, oggi, se Twitter sia davvero consistente, o come possa esserlo, ovvero se basti a se stesso oppure no. Ecco, qui emergono tutti i limiti di Twitter, e le critiche sensate che il suo successo si è portato appresso.

 

 

Elementi che non depongono a favore di un uso letterario di Twitter

 

-         Astoricità: Twitter è un luogo senza memoria, non ricorda nulla.

-         Superficialità (almeno in apparenza): come argomentare in uno spazio non congeniale alla sintassi del periodo?

-         Ridondanza: su Twitter leggiamo sempre le stesse frasi, ripetute cento o mille volte, inutilmente.

-         Violenza verbale: su Twitter il confronto dialettico tende a trasformarsi in scontro, con un largo ricorso ad attacchi personali.

-         Rispecchiamento televisivo: in alcune circostanze, Twitter diventa un flusso monotematico in cui tutti parlano e nessuno ascolta.

-         Falsa pretesa di democrazia: Twitter non è affatto democratico. Bene lo ha spiegato Carlo Formenti, su Micromega: se lo si guarda con gli occhi del sociologo, infatti, Twitter mostra i rapporti di forza che gli soggiacciono. Su Twitter una miriade di nodi piccoli e piccolissimi – di fatto ininfluenti – interagisce con un numero relativamente contenuto di nodi grandi e grandissimi capaci di imporre opinioni e argomenti in modo eterodiretto.

 

Come conciliare un mezzo siffatto con la letteratura, con il respiro della critica letteraria? Io credo che le condanne senza appello nei confronti di Twitter – penso ad asempio alla bellissima provocazione di Michele Serra su L’Amaca – abbiano un limite: finiscono per trasformare Twitter in una nera notte in cui tutte le vacche sono nere. La generalizzazione non può spingersi fino al punto di considerare ogni tweet uguale ad un altro, ogni profilo uguale ad un altro. Esattamente come in letteratura, infatti, bisogna saper scegliere: individuare i propri maestri, studiarne la lezione, criticarla, ma poi in ultima analisi farla propria.

 

 

Dove sta la consistenza su Twitter?

 

Paradossalmente, è altrove. Nel senso che è sempre il frutto della combinazione con qualcosa o qualcun altro.

 

-         In primo luogo è profondità (link/tweet), ovvero la capacità di formulare link a contenuti interessanti sul web. Se questo accade, Twitter diventa davvero un indice di significati, un segnalibro dell’attenzione, un’ancora multimediale. Questo è un istinto che ci affascina nello strumento.

-         In secondo luogo è riverbero (retweet/tweet), possiamo chiamarlo così, ovvero la capacità di formulare retweet a contenuti rilevanti e pertinenti sul web. Retwitttare significa re-ciclare, restituire, sottoporre un’idea al giudizio degli altri a prescindere dal fatto che la si condivida oppure no. Questo sì, è un elemento rivoluzionario, un punto di rottura oggi: perché attiene all’attesa riapertura del libero mercato delle idee, e forse piacerebbe ai pensatori liberali dell’Ottocento.

-         In terzo luogo è socievolezza (menzioni/tweet), ovvero la capacità di dialogare con gli altri, di rispondere, di costruire un discorso che vada oltre i confini soffocanti del salotto televisivo.

 

Se noi guardiamo Twitter con queste lenti – profondità, riverbero, socievolezza, – cominciamo a selezionare la qualità, individuando stili ed approcci diversi, ma egualmente interessanti.

 

 

Scrittori e blogger, su Twitter per disintermediare

 

I produttori di contenuto – siano essi scrittori o blogger – useranno Twitter per disintermediare. Attraverso Twitter potranno sfruttare, amplificandoli, alcuni istinti che già sono presenti nel paradigma del web:

 

-         La possibilità di pubblicare un contenuto – e attraverso Twitter renderlo noto – prima e a prescindere dal fatto che qualcun altro lo selezioni per pubblicarlo ‘ufficialmente’. In questo modo, la selezione dei testi viene di fatto a porsi dopo la loro stessa pubblicazione.

-         La possibilità di costruire un dialogo diretto e immediato con i propri lettori, o almeno con una parte di essi, di fatto coinvolgendoli nel processo di rilettura e riscrittura del testo. In tal modo il labor limae, o almeno parte di esso, viene a porsi dopo la pubblicazione del testo.

 

Si tratta di due fatti rilevanti, che innovano il processo editoriale, lo cambiano in modo potenzialmente irreversibile, anche se non ne conosciamo ancora i presupposti e le implicazioni economiche: i nuovi modelli di business letterari ci sono ancora del tutto ignoti, ma si faranno.

 

Ciò non significa che uno scrittore debba puntare a diventare una ‘twitstar’, tutt’altro. L’unica cosa che uno scrittore può fare è scrivere. Al più, lo scrittore può usare Twitter per inocularvi i propri contenuti, nella speranza che qualcun altro – più influente di lui in quel contesto – apprezzi ciò che scrive e lo propaghi nei social network, imponendolo all’attenzione degli altri.

 

La scrittura è e resta una cosa altra. Scrivere è sottrarre tempo alla vita: è la speranza di valer qualcosa alla penna (Pavese); è il coraggio di Fenoglio che non si ritira dallo Strega, in competizione con Pasolini, dichiarando di voler essere un brocco sì, ma un brocco brado: libero; è il Taglio del bosco di Cassola, è isolamento; “l’isolamento è il dono”, diceva Bukowski.

 

 

Editori e social media curator, su Twitter per re intermediare

 

Radicalmente diverso è l’approccio degli editori, la cui figura sul web tende a sovrapporsi a quella di un social media curator. L’obiettivo di un editore, su Twitter, è reintermediare: l’editore sa che un autore, attraverso Internet, è ormai in grado di pubblicare da solo il suo lavoro, in modo indipendente. Non può farci nulla, è costretto ad accettarlo.

 

Eppure, attraverso Internet, un editore può riaggregare i contenuti, rielaborarli e giocarci, per poi proiettarli entro cornici di senso più dense e più ampie, che magari gli appartengano. Ce ne ha data una buona dimostrazione Einaudi Editore, quando in occasione dell’anniversario della morte di Primo Levi, con l’hashtag #PrimoLevi25, ha dimostrato a tutti come si possa usare Twitter per reintermediare contenuti altrui su Pinterest: un’operazone simbolica, culturale, ma anche e soprattutto editoriale e commerciale.

 

Ora, in questi anni si è detto che i social network avrebbero ucciso la blogosfera e i testi scritti, soffocandoli. In realtà, io credo che li abbiano liberati, con un processo di distruzione creatrice che ha separato la superficie dei contenuti, oggi trattenuta nell’alveo dei social network, dalla profondità dei contenuti, che invece risiede altrove: nei blog, in primo luogo, ma poi anche e soprattutto nelle forme tradizionali del testo narrato e argomentato, il romanzo e il saggio.

 

Piuttosto, noi possiamo chiederci se Twitter e i social network non concorrano ad un processo più ampio, che raffredda la scrittura, nella misura in cui tutti tornano a scrivere; favorisce la contaminazione fra poesia e prosa, e porta in definitiva alla riaffermazione dello scrivere breve, ovvero di quelle short stories che Calvino identificava come più congeniali ad un’era frenetica come la nostra.

 

Di fatto, noi oggi non abbiamo più a che fare con la blogosfera, per come la intendevamo alcuni anni fa. Noi oggi abbiamo a che fare con quella che Salvatore D’Agostino giustamente definisce Quisfera (Heresphere): è un luogo più ampio, che comprende sia il social web sia i blog, in cui il cittadino comincia a riappropriarsi di se stesso, a partire dalla sfera emotiva ed affettiva (Facebook, ma non solo), per poi farsi in alcuni casi vero e proprio medium civico (Twitter e i blog, ma non solo); il cittadino non si limita più a consumare cultura di massa dall’alto, principalmente attraverso la cattiva maestra televisiva; il cittadino ricomincia a produrne in proprio, di cultura, dal basso, all’interno di vere e proprie nicchie underground, diventando una sorta di disintermediario georeferenziato di se stesso.

 

Non c’è nulla di nuovo in questo: si tratta semplicemente di usare strumenti nuovi per svolgere un mestiere antico, che ci ricorda da vicino le Satire di Orazio – satura lanx sta ad indicare proprio la contaminazione conviviale dei generi – e il circolo stesso di Mecenate, ma estendendosi su una superficie più ampia costruisce al tempo stesso proiezioni che si muovono lungo le strade di un romanzo urbano, o di una lirica della terra. È il trinomio cittadino, letteratura e territorio, che la condizione virtuale del web non fa che riproporre e irrobustire.

 

 

Twitter non è un luogo in cui produrre contenuti

 

Insomma, io non credo che Twitter sia un luogo in cui produrre contenuti: non può esserlo per evidenti limiti strutturali, ma questa è la sua forza. Twitter è uno strumento, un’uscita di sicurezza nelle mani del Quinto Stato, di quell’esercito di lavoratori precari della conoscenza che ogni giorno affollano all’alba i treni dei pendolari, per poi riempire in altre città le nuove catene di montaggio del sapere.

 

Twitter è un luogo in cui è possibile esercitare, persino in Italia, quel “patto offensivo e difensivo con la verità” che Ignazio Silone, sulla scorta di Julius Hay, si riproponeva alla fine del 1956, riflettendo sui fatti di Budapest: “Bisogna anzitutto riconciliarsi con la verità e ristabilire un rapporto diretto con essa. Rinunziare, una volta per sempre, agli intermediari. Rinunziare a quelli che ci ordinano quando dobbiamo aprire gli occhi e quando dobbiamo chiuderli e che cosa dobbiamo pensare. Forse è questo, dopo la lezione ungherese, il dovere più importante degli intellettuali [...]. Dobbiamo apprendere dal popolo le sue verità, anche quelle nascoste, e fargli conoscere le nostre”.

 

Allora la Twitteratura non esiste, né forse esisterà mai. Però Twitter sì, esiste eccome, ed è soprattutto questo: disintermediare, come diceva Silone. E poi, soltanto dopo, reintermediare. Ma questa non è che una delle infinite chiavi di lettura possibili. Ciò che conta è costruirne altre, insieme, a partire da ciascuna realtà territoriale, dandoci una sola regola: in un contesto tanto nuovo, in cui ciò che conta è sperimentare, non esistono esperti. Altrimenti, noi non riusciremo ad esprimere la nostra creatività: quando arrivano i grammatici, infatti, muore la poesia.

 

Raymond Queneau diceva “è scrivendo che si diventa scrittoranti”. Ecco, noi forse dovremmo parafrasare Queneau e dire che è twittando che si diventa twittoranti. Tutto il resto, per fortuna, non conta.

 

 

Hassan Bogdan Pautàs

@TorinoAnni10 - www.torinoanni10.com

 

 

Questo testo è nato come traccia per l’incontro di avvio del progetto #LunaFalò, che si è svolto a Torino il 13 maggio 2012 nell’ambito della XXV edizione del Salone del Libro presso il Parco Culturale Piemonte Paesaggio Urbano. All’incontro hanno preso parte Pierluigi Vaccaneo, direttore della Fondazione Cesare Pavese, e - per l’ATL Alba, Bra, Langhe e Roero, - il direttore Mauro Carbone ed Elisa Casetta.

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