Lettera a un sasso

Busso alla porta della pietra.

Sono io fammi entrare.

 

Così comincia Conversazione con una pietra, poesia in cui Wisława Szymborska esercita uno dei suoi talenti più caratteristici: il passaggio, senza soluzione di continuità, dal sé più prosaico alla metafisica. Come entrare in un taglio di Fontana con le borse della spesa. Dalla materia al suo mistero insoluto. Quel che si dice in medias res

 

Con gli stessi due versi si aprono sei delle undici stanze di cui la poesia è composta: una lunga perorazione da parte della poetessa alla pietra affinché questa disserri il segreto che la abita, spalancando il suo dentro, il palazzo che nasconde, le sue grandi sale vuote. La pietra oppone per cinque volte un secco rifiuto:

 

 – Vattene – dice la pietra

Sono ermeticamente chiusa.

Anche fatte a pezzi

saremo chiuse ermeticamente.

Anche ridotte in polvere

non faremo entrare nessuno.

 

Szymborska cerca di convincerla prima con l'argomento della curiosità, poi commuovendola, ricordandole la propria mortalità. Infine, più o meno a metà componimento, prova con un'altra tattica:

 

Non cerco in te un rifugio per l'eternità.

Non sono infelice.

Non sono senza casa.

Il mio mondo è degno di ritorno.

Entrerò e uscirò a mani vuote.

E come prova d'esserci davvero stata

porterò solo parole a cui nessuno presterà fede.

 

La pietra non cede. È di pietra, del resto, fa presente. E alla fine, all'ennesima richiesta, rivela, semplicemente: – Non ho porta.

 

 

Bruno Munari, Da lontano era un'isola, Edizioni Corraini.

 

Nel più bel libro su sassi forse mai concepito, Da lontano era un'isola, del 1971, Bruno Munari a pagina 16 chiede ai lettori se hanno mai provato «a mettere in fila tanti sassi che hanno una riga bianca». Racconta poi di aver fatto l'esperimento in spiaggia insieme ad alcuni bambini, tracciando una lunga riga che “dal bagnasciuga andava fino ai cespugli”. E aggiunge: «Poi ci siamo seduti a vedere la reazione della gente: solo pochissime persone l'hanno notata, alcuni la scavalcavano senza osservarla, altri hanno dato un calcio a qualche sasso, un cane si è fermato ad annusare i sassi. Il giorno dopo era parzialmente distrutta.» Le parole a cui “nessuno presterà fede” con cui Szymborska immagina di tornare dal regno delle pietre a quello umano, e la linea bianca disegnata dai sassi, che nessuno osserva e destinata a rapida distruzione, sembrano indicare il destino del linguaggio, la sua fragilità.

 

E segnalare le difficoltà di chi per sventatezza o gioco, attraverso il segno o la parola, si trova a esercitarlo come arte della relazione fra il fuori e il dentro. Munari, ad apertura di libro afferma: «Dobbiamo ritenerci fortunati quando ci troviamo a passare una vacanza in una località dove si trovano tanti sassi...» e continua, enumerando i diversi tipi di sassi che si possono trovare. L'elenco immediatamente istituisce, nell'informe costituito dalla spiaggia di sassi che vediamo ad apertura di libro, la regola del numero e del nome. Nomi di località: Levanto, Baratti, Gargano, Elba. E tipi di sassi: quelli di ferro, quelli con le venature, pezzi di stalagmiti o di stalattiti... Qui, fra le righe, e attraverso un percorso istituito da parole e immagini rigorosamente fotografiche, si instaura un principio formale che di una spiaggia di sassi, in cui vediamo l'umano muoversi a fatica, fa una collezione, un catalogo. Grazie alla pratica dell'osservazione sistematica, grazie alla distanza e alla relazione instaurate dal linguaggio, l'intelligenza può cominciare a formarsi come cultura, lettura del mondo.

 

 

 

 

Leo Lionni, Sulla spiaggia ci sono molti sassi, Emme Edizioni 1961.

 

Il capostipite dei libri illustrati dedicati ai ciottoli è Nella spiaggia ci sono molti sassi, di Leo Lionni, del 1961. Anch'esso si apre con la visione di una distesa di sassi, tuttavia non indifferenziata, perché la pratica del disegno adottata da Lionni per discorrere con il lettore, genera qui fin dalle prime battute un principio di ordine. Qui, ogni sasso parla già la lingua del soggetto e a chi lo osserva comunica il piacere della enumerazione, benché silenziosa. Il lettore è chiamato alla necessità della parola fin dalla prima pagina. Che sia questa la preoccupazione e la poetica di Lionni, lo si evince dal gioco che istituisce fin dal frontespizio dove a sassi possibili si mescolano sassi immaginari, oltre a due sassi su cui appaiono un numero, 8, e una lettera, A. Il gioco a cui chiama Lionni è quello di riconoscere i principi d'ordine attorno ai quali l'occhio può organizzare il disordine. In molti casi, si tratta di principi fantastici, ovvero immaginari e non perché l'immaginazione sia svincolata dalla realtà, ma perché l'intelligenza umana costruisce percettivamente e cognitivamente la realtà attraverso la pratica della lettura che, di ogni cosa, fa un segno.

 

Per questo nel libro di Lionni, dopo sassi normali, sassi strani e meravigliosi, sassi pesce e sassi oca, sassi con bellissime facce, incontriamo i sassi che aiutano a contare e soprattutto che aiutano a leggere. Sono sassi che portano inscritti, senza che vi sia stato intervento umano, l'alfabeto e i numeri come risultato di antichissime vicende geologiche. Lionni, fra le righe, invita il lettore ad andare in spiaggia e munirsi di un alfabeto mobile personale con il quale scrivere lettere lampo. Lo fa con l'esempio: 

 

Cara Monica come stai 

io sto bene 

Raccolgo tanti bei 

sassi sulla spiaggia per te 

Leo

 

   

Bruno Munari, Da lontano era un'isola, Edizioni Corraini. 

 

Italo Lupi, alfabeto di sassi. 


L'alfabeto di sassi di Lionni nel tempo ha fatto scuola. E permea nella sostanza anche il libro di Munari, per esempio quando, a pagina 21, al lettore vengono impartite le Istruzioni per disegnare sui sassi: «Prima di disegnare qualunque cosa occorre osservare bene la natura dei segni che sono sul sasso e poi decidere che cosa si vuol disegnare e dove.» Nelle pagine successive i segni sui sassi diventano leggibili – appunto – come onde, liane, strade, acquazzoni, alberi, che gli interventi a penna di Munari fanno diventare piccoli racconti.

Un altro bellissimo alfabeto di sassi è quello realizzato da Italo Lupi e inserito da Alan Fletcher nel suo The art of looking sideways. D'altra parte, come mi ha scritto qualche tempo fa Marta Sironi in un messaggio: “tutti i grafici vanno pazzi per i sassi”, forse perché nel sasso in modo evidente la natura assume le forme della cultura senza intervento umano.
 

Leo Lionni, Sulla spiaggia ci sono molti sassi, Emme Edizioni 1961. 

 

 

 

Mauro Bellei, ABC dei sassi, Fatatrac

 

Un caso esemplare di seduzione da sassi è il lavoro di Mauro Bellei che sui sassi ha realizzato addirittura quattro libri: Sassi animati del 2013, e ABC dei sassi, 2015, entrambi editi da Fatatrac; Les cailloux de l'art moderne, di Les trois Ourses, 2010, e Sherlock dei sassi, di Accipicchia design del 2014. 

 

In ABC dei sassi, che si apre con l'auspicio di riunire tutti i sassi-lettera della Terra in un alfabeto globale, l'idea dell'alfabeto di sassi assume la piena valenza didattico pedagogica che in Lionni e Munari era rimasta implicita, e si configura come un vero e proprio manuale a uso di piccoli principianti per introdurli al processo di lettura e scrittura. Il lettore è invitato, dopo aver osservato le lettere scritte sui sassi dalla geologia, dapprima a disegnare, assecondando i segni sul sasso, quindi a riprodurre la lettera dell'alfabeto in spazi appositamente predisposti. Sassi animali, invece, si compone di due volumi: il primo, una lezione di osservazione di sassi; il secondo, una scuola di immaginazione e disegno a partire dai medesimi sassi del primo volume.

 

Il lettore è chiamato, dapprima a mettere a fuoco attraverso i segni sui sassi le presenze che li abitano, in seguito, a dare loro corpo sulla pagina del libro, attraverso un intervento grafico personale. Il libro è completato dalle istruzioni per una mostra da tavolo, da realizzare grazie ai piedistalli e ai sassi fustellati allegati. In questo modo il passaggio dall'informe della spiaggia alla soggettivazione del sasso attraverso immagine e parola è compiuta.

 

Nei libri di Bellei l'approccio ai sassi di Lionni e di Munari convergono: disegno e fotografia si mescolano, la passeggiata marina dell'uno e dell'altro si ritrovano nella disposizione creativa e documentaria, fantastica e logica. In essi, inoltre, il debito con Lionni è riconosciuto esplicitamente da un omaggio presente nell'introduzione sia a Sassi animali sia a Galleria di Sassi animati. La prima: «Chi volesse trovare un sasso perfetto, che abbia la forma di una sfera, considerando l'ambizioso obiettivo, potrebbe incontrare qualche difficoltà. Oppure potrebbe trovarne uno dalla perfetta forma d'uovo, come accadde a Leo il giorno in cui decise di diventare un perfetto esploratore.» La seconda: «Tutto ebbe inizio con la ricerca del sasso perfetto a forma di sfera. Nel corso delle sue esplorazioni, il piccolo Leo non trovò il sasso perfetto ma un sasso perfettamente a forma d'uovo che in seguito diede alla luce tanti animali, anche inventati poi catalogati nel volume Sassi animali. A quanto pare quel sasso non ha ancora esaurito la sua forza generatrice...»

 

Che la forza generatrice dei sassi sia inesauribile l'ho potuto toccare con mano durante un laboratorio di scrittura realizzato a " La Grande Fabbrica delle Parole"( http://www.grandefabbricadelleparole.it/ ). Dopo aver letto ai bambini di una terza elementare la poesia della Szymborska, Conversazione con una pietra, e mostrato i sassi di Lionni e Munari, ho proposto loro: «Scrivete una lettera a un sasso». Perché l'incombenza non risultasse troppo astratta ho portato con me alcuni sassi della mia collezione casalinga. Mentre scrivevano, li potevano osservare e toccare. Ecco qui alcuni brani delle loro lettere.
 

 

 

 

Mauro Bellei, Sassi animali, Fatatrac. 

 

 

 

 

 

Mauro Bellei, Galleria di sassi animati, Fatatrac. 

  

“Caro sasso come sta”, e il sasso risponde “Bene”, “Posso entrare?” dice il bambino, “No!!!” (Filippo).

Caro sasso, tu sei nato così o ti hanno disegnato. Come sta la tua famiglia? Tu come stai? Io bene. vieni dal mare? Secondo me vieni dal mare dalla sabbia. Come hai fatto a nascere? Perché sei molto bello, secondo me. (Moses)


Caro sasso, mi racconti la tua storia? “Si. Io ero un sassolino e i bambini mi volevano bene, ma quando sono cresciuto i bambini dicevano sei troppo grande per stare con noi, vattene! Poi sono arrivato qui, e questa è la mia storia.” (Rasna)


Caro sasso, da dove vieni? A me piace la montagna quante persone ti hanno toccato? Io ti ho toccato e sei liscio, sei pesante, sei fresco, sei bello. Come ti chiami? Come fai a ridere? E quando ti schiaccio piangi? Sembri un vero sasso meraviglioso. Dove sono i tuoi amici e la tua famiglia? In montagna? Secondo me i tuoi amici sono al mare (Nicolas).

 

Caro sasso, io abito a Bargano, oggi sono alla Grande Fabbrica delle Parole. Io voglio sapere dove abiti perché così ti posso spedire questa lettera. Ma tu sasso hai viaggiato per caso? Io voglio sapere se sei stato raccolto da qualcuno, e tu lo sai? (Matilda)

 

Caro sasso, da dove vieni? Chi ti ha chiamato sasso? Come fai a essere così duro? Come vanno le tue giornate? (Matteo).

 

Caro sasso, da dove vieni? E come ti chiami? sembri un inglese… Ma la tua superficie è liscia sembri una rete con tutte quelle righe. Io mi chiamo Alice e abito a Bargano. tu, invece, sei lungo e stretto, io penso che le tue tante righe vengono dalla tua famiglia, a proposito tu hai quanti fratelli (o sorelle)? Dove sono i tuoi amici? Bè fammi sapere ok? (Alice).

 

Caro sasso come sta la tua famiglia? Quanti anni hai? Da dove vieni? Chi ti ha fatto le righe? (Elettra).

 

Caro sasso, tu volevi essere un sasso o un animale o persona? (Alessia).

Di questo esercizio, a cui i bambini si sono applicati con diligenza, mi interessa la pratica della conversazione con un inanimato, a partire dall'esempio della Szymborska, attività che tuttavia inizialmente mi è stata suggerita dal Canto notturno di Leopardi, di cui mi fin da piccola mi ha ammaliato la possibilità indicata di quel camminare, parlando ad alta voce con il Non Umano: pratica geniale, da seguire senza por tempo in mezzo.

 

Molte riflessioni, infine, ha dedicato ai sassi il poeta francese Francis Ponge. Nel suo Il partito preso delle cose, moderno De natura rerum, manuale poetico al metodo di “considerare ogni cosa del tutto sconosciuta, e di passeggiare o di sdraiarsi nel sottobosco o sull'erba e di riprendere tutto dall'inizio”, il capitolo finale si intitola Il ciottolo. Così questo è definito: Se ora voglio esaminare con più attenzione uno dei tipi particolari della pietra, allora la perfezione della sua forma, il fatto che io possa afferrarlo e rigirarlo in mano, mi portano a scegliere il ciottolo. Il ciottolo è esattamente, d'altra parte, la pietra nell'epoca in cui comincia per essa l'età della persona, dell'individuo, cioè della parola. Frase in cui ricompare, a sorpresa, la vocazione alfabetica dei sassi. 

 

Poco prima, così è descritta una spiaggia di ciottoli: Portato un giorno da uno degli innumerevoli carri dell'onda […], ogni ciottolo riposa sul mucchio delle forme del suo antico stato, e delle forme del suo futuro. […] Ma questi luoghi in cui il mare generalmente lo confina sono i più inadatti ad ogni omologazione. Le sue popolazioni giacciono lì, sotto gli occhi della sola distesa. Ognuno si crede perduto perché non ha numero e non vede che forze cieche a tener conto di lui. Descrizione che allude alla predisposizione ai segni del ciottolo come sforzo di differenziazione dalla distesa senza numero, dall'informe prodotto di forze cieche.

Il ciottolo, spiega infatti Ponge, nasce dallo sforzo di un “mostro informe”, l'acqua, contro un altro mostro “ugualmente informe”, la pietra. La sua forma, infatti, “sopporta perfettamente i due ambienti”.Quando l'onda lo riprende, brilla. “Allora per un momento l'esterno del ciottolo somiglia all'interno: ha su tutto il corpo l'occhio della giovinezza.”


Infine viene il giorno in cui, l'acqua lo vince, trasformandolo in granello di sabbia, cancellando tutte le tracce e i segni che hanno scritto la sua superficie. Riflettendo su questa sparizione finale di segni, Ponge si dice costretto a meditare i difetti di uno stile che si appoggia troppo alle parole. E conclude affermando di se stesso: «Avendo intrapreso a scrivere una descrizione della pietra, s'impetrò.»

 

Chissà, allora, che i ciottoli, così prossimi alla parola, superfici innumeri di numeri e alfabeti, non siano seconde vite o destini minerali di poeti, osservatori, grafici, disegnatori finalmente impietriti nella perfezione della geologia, della giovinezza e del suo occhio.


Chissà se Szymborska alla fine, spente le luci del palcoscenico, dell'esistenza e della parola, in quella pietra così pregiata non abbia preso dimora, e adesso non attraversi le sue immense stanze, i suoi vuoti saloni, senza più l'assillo di dover tornare qui, con le mani vuote, o meglio portando parole alle quali è destino dell'uomo non prestare fede. 

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