Aspettando Godot a Tokyo

La vita dei giovani giapponesi accerchiata dalla tecnica

 

I giovani (parliamo principalmente di teenager e ventenni) che hanno vissuto in Giappone nell’ultimo quarto di secolo, dallo scoppio della “bolla speculativa” degli inizi anni Novanta fino a oggi, sono stati battezzati dai media “New Lost Generation”, nuova generazione perduta. Perduta, perché per la prima volta nella storia recente del paese i giovani hanno accusato una pesante flessione nelle assunzioni (anche se il loro tasso di disoccupazione si aggira sempre intorno al 5%, non paragonabile alle cifre alle quali siamo abituati in Italia), e sembrano caduti in una depressione cronica senza più riuscire a nutrire alcuna speranza concreta nella loro vita. Si dice che la loro apparente allegria sia la maschera della vacuità sottostante, ed è come se non avessero più fiducia nel loro futuro. 

 

In realtà, non è “una” generazione, si tratta ormai di più generazioni. I primi ad esserne coinvolti avranno oggi quasi cinquant’anni. Oggi infatti possiamo osservare tre fenomeni storici ben distinti che riguardano la gioventù nipponica, diversamente distribuiti nell’arco degli ultimi 25–30 anni. Il primo fenomeno riguarda i giovani che sin dagli anni Ottanta hanno iniziato a radunarsi in un quartiere di Tokyo bardati in costumi/vesti a dir poco improbabili. Qui li vediamo nelle fotografie scattate da Oliviero Toscani nel 1999. Il secondo fenomeno in realtà non è legato a un periodo definito, perché è sempre esistito per tutto questo tempo, anche se la sua percezione è molto cambiata negli ultimi anni. Si tratta degli hikikomori, adolescenti che decidono di auto-rinchiudersi nella loro stanza non uscendo più da casa, a volte per anni. Ormai se ne contano circa un milione, quasi una vera piaga sociale. Il terzo fenomeno riguarda gruppi di studenti universitari che inaspettatamente in questi ultimi anni stanno tentando di risvegliare la coscienza politica dei cittadini rimasti a lungo in completo letargo in quel paese.

 

Ma quando osserviamo da vicino la sensibilità e le emozioni di questi giovani, e soprattutto quanto la società giapponese altamente dominata dalla tecnica, creata dai loro padri, abbia addomesticato, plasmato e distorto la loro vita, e quanto e come la loro vitalità abbia resistito in questi decenni sotto la pressione della volontà della tecnica più estrema del mondo, non possiamo non pensare alle somiglianze con le opere di Samuel Beckett. Anzi, sembra quasi di vedere nella realtà quelle figure beckettiane che tanto ci sembravano irreali. Alcuni di questi giovani ricordano Estragon di Aspettando Godot, altri Hamm di Finale di partita, ma anche quei personaggi quasi catatonici che ascoltano impotenti le voci che arrivano nella loro testa, come nell’opera televisiva Di’ Joe o in alcune prose tardive. Se l’autore irlandese avesse visto il Giappone di quest’ultimo quarto di secolo, avrebbe sicuramente esclamato: “Diavolo, questo paese sembra uscito dalla mia penna!”

 

In realtà, una reazione di riconoscimento simile l’avevano avuta già molti anni fa, negli anni Cinquanta, gli spettatori-detenuti che assistettero alle rappresentazioni di Aspettando Godot nella prigione di Lüttringhausen, in Germania (1953), e in quella di San Quentin negli USA (1957). Per quei detenuti “incolti”, la pièce che sembrava incomprensibile e aveva generato scandalo tra gli intellettuali di Parigi era chiarissima e persino commovente. Per loro, semplicemente, parlava della loro vita. Perché il tema dell’attesa li riguardava, eccome. La vita del detenuto è scandita da innumerevoli attese, del pasto, del riposo, dell’arrivo della posta, del colloquio, della fine della pena o del giorno dell’esecuzione capitale. Altro che teatro dell’assurdo, quella era la loro storia, quasi realistica. Il detenuto regista che mise in scena la pièce a Lüttringhausen, pochi mesi dopo la prima mondiale di Godot a Parigi, così scrisse all’autore: “Il suo Godot fu il ‘Nostro’ Godot, proprio nostro!” 

 

Beckett non ha mai descritto una vera prigione, ma i suoi protagonisti, per dirla con le parole di Peter Brook, sono tutti prigionieri inconsapevoli della propria prigionia, e questo sia nelle opere teatrali che nelle prose. Beckett sapeva esattamente di che materiale era fatta quella prigione. Era fatta della “tecnica” del bio-potere, lo stesso che ha generato il sistema carcerario moderno e la società contemporanea capitalista industriale. Non è un caso che in alcune pièce teatrali i mezzi tecnici per luci, suoni e immagini assumano significati simbolici ben aldilà dall’essere semplici strumenti per ottenere un effetto scenico. Nel mondo beckettiano, la macchina domina l’uomo. All’interno della sua scatola della tecnica (testo, scena, filmato), soprattutto nelle opere tardive, la tecnica e la forma diventano mostruosamente più forti e schiacciano la vita dell’uomo che perde gradualmente voce, parole e pensieri. Quando osserviamo da vicino i giovani giapponesi, sembra di assistere nel mondo reale a questi ultimi paesaggi beckettiani. 

Prima di parlare dei nostri giovani protagonisti, però, iniziamo con l’impalcatura della società creata dai loro genitori, all’interno della quale si svolge una scena beckettiana lunga un quarto di secolo. 

 

Sistema cresciuto fino al suo limite

 

Alla fine del secolo scorso il Giappone aveva costruito una società della tecnica quasi perfetta, raggiungendo una forma di capitalismo industriale estremamente sofisticata il cui sistema omologato e super razionalizzato richiedeva ai suoi componenti di operare con velocità e precisione altrove irraggiungibili, tutto a favore dell’economia e a discapito di tutto il resto. Come già scritto in un altro articolo pubblicato su questo sito, in Giappone ogni commessa o impiegato pubblico ti accoglie dicendo prima di tutto Omatase shimashita (Scusi per l’attesa) anche quando non hai aspettato nemmeno cinque secondi. Ormai è un modo di dire, lo si dice comunque, quasi al posto del buongiorno, anzi, possiamo dire che l’instancabile sforzo di eliminare l’attesa ha modificato perfino il lessico più quotidiano.

Tuttavia, nel caso del Giappone, l’eliminazione dell’attesa non ha liberato l’uomo contemporaneo dalla prigione dell’attesa che è, come Beckett aveva ben capito, uno stato in cui l’uomo è privo della possibilità di agire soggettivamente. Quando si aspetta, che sia Godot o quant’altro, in realtà ti stanno facendo aspettare. L’attesa non è un atto attivo, ma passivo. La tua volontà non conta. Ti trovi fondamentalmente in balìa di decisioni altrui, proprio come i detenuti di una prigione. Per di più, l’eliminazione dell’attesa in Giappone ha contribuito a rinchiudere l’uomo ancora più strettamente in un’altra prigione, quella dell’efficienza. Sia chi offre servizi che chi li riceve, tutti sono obbligati ad agire alla velocità rapidissima che la società richiede, esattamente come in Quad. Il video che riprende il balletto matematico che segna l’apice della ricerca artistica di Beckett, datato 1981, vede i quattro “camminatori” costretti a percorrere infinitamente con passi precisi e sostenuti i percorsi stabiliti (lati e diagonali) di un’area quadrata secondo rigorose combinazioni matematiche. Nel flusso infernale del balletto beckettiano non sono loro a voler camminare, c’è una forza esterna che li costringe a restare dentro quel flusso di movimento. Ed è la stessa forza che spinge i businessmen giapponesi a correre instancabilmente nella loro routine quotidiana. 

 

 

Inoltre, in nome dell’efficienza, in Giappone la specializzazione professionale è stata portata al massimo in ogni campo, creando un sistema all’interno del quale ogni singola persona può interessarsi e comprendere solo ed esclusivamente il proprio ambito specifico. Questo fa sì che ogni individuo esegua impeccabilmente il compito assegnatogli senza avere la possibilità di conoscere, né tanto meno influenzare l’obiettivo dell’intero apparato. Nessuno ha mai una visione generale del quadro, proprio come descritto in maniera straordinariamente profetica in Quad. Ogni camminatore incappucciato e a capo chino non vede che i propri piedi e non ha modo di osservare gli altri, né tantomeno di avere una visione generale dell’area in cui si muove. 

Il Giappone ha realizzato, come altri paesi “avanzati” ma forse nel modo più estremo, una forma di lavoro dove l’uomo non agisce col proprio pensiero, ma esegue soltanto ciò che gli viene ordinato, come spiegava tanto tempo fa Günter Anders.

 

Per poter sostenere questo tipo di sistema, è necessario limitare se non eliminare gradualmente l’atteggiamento attivo, espressione del pensiero soggettivo, dell’individuo fin dall’età più tenera. Perché nessun cenno di anarchia è ammesso. Nel programma scolastico giapponese, non a caso, vengono privilegiati il pensiero calcolatore e l’apprendimento mnemonico. Gli esami richiedono solo grande capacità mnemonica e velocità di risposta, senza interessarsi molto alla capacità di sviluppare un ragionamento né alle modalità di espressione. In sostanza, durante gli anni scolastici, agli studenti non viene quasi mai richiesta la capacità di pensare creativamente, ma piuttosto la capacità di rispondere il più efficacemente possibile al comando. La vita dei giovani giapponesi non è solo fatta di studio, ci sono tante altre attività come le amicizie, gli svaghi e lo sport che fanno da contorno, quindi siamo un po’ distratti e non ci rendiamo conto del vero disegno che c’è sotto. In realtà, è in atto un vero processo di omologazione. I giovani vengono dunque selezionati unicamente secondo criteri traducibili in valori numerici. Questo sistema scolastico spietatamente sterile, che spinge gli allievi via via nelle fasi superiori consumandoli nel doppio legame tra un fasullo pensiero di eguaglianza e la più feroce competizione, concede ironicamente al compiere dei loro diciotto anni, cioè all’università, una breve tregua, una sorta di “ultima vacanza” lunga quattro anni, prima di gettarli nello spietato mondo del lavoro. In Giappone, per entrare all’università bisogna superare un esame di ammissione tra i più difficili al mondo, ma laurearsi è piuttosto facile. Non è troppo esagerato dire che gli universitari, volendo, potrebbero trastullarsi per quattro anni anche nei migliori atenei nazionali (perlomeno in alcune facoltà). Vi sembrerà paradossale, poiché in teoria l’università dovrebbe essere il luogo dove finalmente si può studiare con passione la materia che si è scelto.

Addestrati in questo modo alla competizione più spietata sia negli studi che negli sport (in Giappone lo sport è praticato in ambito scolastico come negli USA, con tanto di tornei a livello provinciale, regionale e nazionale per tutte le discipline), i giovani laureati formano una classe di “guerrieri” molto resistenti sia fisicamente che mentalmente, tutti vestiti uguali in abito blu o grigio scuro quasi fosse una divisa militare. 

 

 

Il Sistema Giappone ha mantenuto, nonostante l’era informatica in rapida espansione, un isolamento sorprendente in questo mondo globalizzato. Tra la fine anni Ottanta e i primi anni Novanta la nazione nipponica arrivò in cima all’economia mondiale ma continuava a gestire un mercato che era ben lungi dall’essere libero e dinamico: al contrario, era piuttosto chiuso e rigorosamente controllato dai tecnocrati. Non sono assolutamente un accanito sostenitore del libero mercato, sia ben chiaro. Mi preme però sottolineare come il Giappone, visto da fuori, praticasse ancora la sua antica politica di sakoku, letteralmente “catenaccio che chiude il paese”, il  forte protezionismo che caratterizzò la storia del paese dagli inizi del Seicento fino a metà Ottocento. Tuttora non è facile per gli stranieri conoscere il Giappone, e viceversa: nonostante il boom del turismo all’estero, i turisti giapponesi che si recano all’estero, per esempio in Italia, vengono rigorosamente “protetti dagli indigeni” da un abile apparato di protezione predisposto dal tour operator, come per un safari tra animali selvaggi. In questo modo, così servizievolmente ed efficacemente gestiti, è quasi impossibile per i viaggiatori giapponesi stabilire un contatto profondo con la cultura locale.

 

Cancellando tanto ingegnosamente il mondo esterno, il Sistema Giappone è diventato così l’unico mondo possibile ai suoi cittadini. E come sostiene Umberto Galimberti ne I vizi capitali e i nuovi vizi, “quando un mondo riesce a farsi passare come l’unico mondo, l’omologazione degli individui raggiunge livelli di perfezione tali che i regimi assoluti o dittatoriali delle epoche che ci hanno preceduto neppure lontanamente avrebbero sospettato di poter realizzare”.

Una delle caratteristiche di questi sistemi è che i cittadini non sentono affatto un senso di oppressione. Apparentemente non c’è una dittatura sotto la quale spariscano i cittadini, né si avvertono particolari restrizioni di libertà. È proprio questa la caratteristica del bio-potere sofisticato. Il regime, all’interno del suo spazio tecnico, disegna gli stessi desideri degli individui. Ciascuno pertanto prova l’illusione di libertà di seguire il proprio desiderio, senza accorgersi che quel desiderio era già programmato dal regime. L’uomo è perfettamente disegnato dal regime tecnico ma non sa di esserne il prodotto. E prima di rendersene conto, è già privo di soggettività politica e sociale. La società giapponese purtroppo non è lontana da questa descrizione. Infatti, all’epoca in cui io ero studente (negli anni Ottanta), già non c’era più una manifestazione o uno sciopero degni di nota, l’apatia politica regnava tra gli studenti e l’opinione pubblica era quasi perfettamente addormentata. 

 

Crollo del sistema

 

Agli inizi degli anni Novanta, però, arriva il crollo (anche se parziale) del sistema Giappone. Lo scoppio della “bolla” ebbe inizio nel marzo 1991. Come è noto, una mossa preventiva della Banca del Giappone, preoccupata dalla situazione critica dell’epoca, provocò con effetto domino una catena di crisi di banche e imprese e nel giro di pochi anni l’intero mondo industriale economico del paese subì un crollo significativo. Una volta saltato l’unico mondo che sembrava perfetto, cominciarono a evidenziarsi le fatiche strutturali del sistema, causando danni soprattutto nelle sue parti più fragili, vale a dire la psiche dei giovani. 

 

All’epoca (come anche oggi) la maggior parte dei giovani e giovanissimi era costretta dai genitori a frequentare i juku, corsi doposcuola per prepararsi ad affrontare i terribili esami di ammissione agli istituti scolastici di ogni ordine e grado, fino all’università. La pressione nei confronti di questi esami è in Giappone talmente forte che è stato coniato addirittura il termine Juken Jigoku, vale a dire “l’inferno degli esami d’ammissione”. I giovani, affaticati dai pesanti studi, accettavano comunque il sistema perché assicurava un’ottima prospettiva lavorativa ed economica per quanti avessero avuto una carriera scolastica di alto profilo. Ed era effettivamente così. Tuttavia, quando dopo la dissoluzione della Bolla è venuta a mancare perfino questa promessa, i giovani giapponesi hanno visto spegnersi all’improvviso la luce che illuminava il loro futuro. 

 

Contemporaneamente allo svanire di quell’illusoria promessa futura, i giovani si sono finalmente resi conto dell’assurdità di una condizione sociale scolastica piena di contraddizioni che li portava avanti finché non si fossero svuotati di ogni residuo di umanità. Davanti agli occhi dei giovani, ora disillusi e depressi, si estendeva l’unico paesaggio desolato di un paese che ha dimenticato l’etica, la bellezza, la libertà e anche l’umanità. I più giovani tra loro, però, erano ancora troppo piccoli e troppo deboli per capire e reagire. I problemi erano troppo grandi per loro. Non eravamo a Baghdad, né a Kabul, né nella Kobane di oggi. Il Giappone non era (è) in guerra. Tokyo era la città dove le infrastrutture funzionavano a meraviglia e la sicurezza era quasi perfetta.

 

La città sembrava mantenere l’aspetto di una sana società civile. Eppure, sotto la sfera di una città perfetta, i giovani vivevano un altro paesaggio mentale, come se fossero stati gettati su una terra desolata dove tutto è crollato, perduto, privo di ogni protezione. Qui mi viene in mente la figura di Estragon di Aspettando Godot. Estragon è il più fragile dei due barboni che aspettano Godot. Soprattutto nel secondo atto, sembra quasi sull’orlo di una crisi di nervi e il suo compagno Vladimiro fa di tutto per fargli passare il tempo in modo leggero, giocoso, affinché l’amico possa fuggire dalla realtà e rifugiarsi nel mondo del gioco e della finzione. All’alba della prima crisi economica, i giovani giapponesi tremavano silenziosamente come Estragon in mezzo alla terra desolata di Tokyo senza capire cosa fosse successo, senza nemmeno sapere con chi prendersela, ma una cosa era certa. Non potevano non odiare la società creata dai loro padri. Dentro di loro c’era una tempesta di emozioni incontenibili, ma ancora non sapevano come esprimerle. Perché la società della tecnica aveva rubato loro il verbo. Anche nella produzione di Beckett, a un certo punto, arriva una grande svolta. I suoi personaggi iniziano a cadere nell’afasia quasi totale. Non parlano più. È una magnifica metafora di questo mondo dominato dalla tecnica. Anche in Giappone, che si vanta del suo spazio tecnico perfetto, le voci dei suoi più giovani componenti dovevano essere silenziate. Ma al crollo del sistema i giovani hanno trovato delle “crepe”, piccoli interstizi in cui quelle loro emozioni informi potevano finalmente trovare le parole di protesta che non dovevano più restare in silenzio. Tuttavia, quando si è giovani o giovanissimi, non si è ancora in grado di tradurre le proprie emozioni in parole e argomentare la protesta. Allora vengono fuori fenomeni obliqui, distorti, forme molto particolari, fenomeni plasmati più che dalla razionalità, dalle loro emozioni e sensibilità.

 

1° fenomeno: Angeli tragici

 

Nel 1999, Oliviero Toscani visitò il quartiere di Harajuku a Tokyo, famoso per i raduni di giovani stravaganti con la loro moda fantasiosa, piena di colori, ispirata più al mondo dei manga che alla realtà, e con capelli altrettanto variopinti. Toscani era andato a fotografarli per una campagna della Benetton. Le foto hanno tappezzato i muri delle città del mondo e in seguito sono state raccolte in un libro intitolato Bambola Kokeshi con un testo di Banana Yoshimoto. Al termine degli scatti, Toscani rilasciò un’intervista a un quotidiano giapponese dove diceva: “Ho fotografato circa duecento giovani in cinque giorni. I giovani di Harajuku sono i più vanesi e frivoli al mondo. Non hanno nulla di violento, sembrano come degli angeli. Li ho anche intervistati uno per uno ma nessuno ha mai parlato di politica né della società. Mi domando se loro, che rifiutano inconsciamente la realtà del Giappone, non siano ‘angeli tragici’, se questi figli dei guerrieri che hanno conquistato il successo economico più forte al mondo non siano degli angeli che giocano in un mondo immaginario privo di senso della realtà e di obiettivi” (NdA. tradotto dal giapponese). Ricordo molto bene di aver letto all’epoca questa analisi di Toscani, molto poetica e lucida ma che faceva intravedere una visione storica terrificante. 

 

 

Oggi mi domando se quegli adolescenti supercolorati, con il loro modo inconsapevole e infantile di fare e di vestirsi, in realtà non cercassero di esprimere la loro protesta contro la società creata dai loro padri nei decenni dopo la guerra, come a dire: “La odio, non voglio più farne parte!” La voce era così debole che infatti pochi la capirono. Probabilmente nemmeno loro ne erano consapevoli. Eppure, oggi sembra chiaro che la loro “esibizione” negava i valori della generazione dei loro padri e voltava nettamente le spalle a una società che rifiutavano. Prima ancora di farlo con le parole, il rifiuto dell’identità giapponese da parte di molti adolescenti è iniziato “fisicamente”. Proprio in quel periodo anche molti giovani giapponesi sotto i trent’anni cominciarono a tingersi i capelli, un modo per allontanarsi fisicamente dalla loro identità. Era il bisogno di esprimere il loro rifiuto di appartenere a quella società così iper-esigente facendo ciò che era possibile fare con i loro mezzi, fuggendo spesso nel mondo della finzione. Molti di loro erano costretti fin da bambini a vivere in un sistema fatto di scuole, di juku e di altri obblighi pressanti, tutti gestiti dagli adulti.

 

E ne erano stressati, affannati, senza riuscire mai a trovare il loro posto nel mondo reale. 

Può darsi che i teenager di Harajuku pensassero solo alla moda senza mai leggere un libro. Tuttavia, non bisogna criticare la loro leggerezza ignorando il vero significato di quel fenomeno apparentemente privo d’importanza, almeno a detta dei loro genitori. Come diceva Toscani, potrebbero veramente essere angeli, cioè i primi sintomi di una tragedia della civiltà, di una catastrofe in arrivo. La società che genera simili angeli deve trovarsi in una situazione davvero critica, d’emergenza. Credo che la moda di Harajuku sia comprensibile solo in quest’ottica, con la consapevolezza di questa situazione di “emergenza”. 

Così come Beckett si è ispirato alle macerie della guerra per scrivere Aspettando Godot, anche i nostri personaggi multicolori di Harajuku hanno la loro origine in una catastrofe invisibile. Per loro Tokyo era una prigionia deprimente e una spietata terra desolata, proprio come la scena di Godot. Non potevano sentirsi sicuri in alcun modo. I loro color vivaci erano i colori dell’allegria per nascondere la loro paura e diffidenza. Peccato che la maggior parte degli adulti fosse completamente analfabeta del loro linguaggio. Il massimo che sono riusciti a fare è stato trasformare alcune invenzioni spontanee di questi giovani in prodotti della moda commerciale. 

 

I ragazzi che rifiutavano di mettere radici nella terra dei padri si fecero crescere le ali da angelo per sollevarsi anche di pochi centimetri dal suolo di quella società così silenziosamente odiata. Quella leggera assenza di gravità che avvolgeva il loro corpo era la loro strategia di sopravvivenza. Una volta Günter Anders disse, a proposito dei due protagonisti di Aspettando Godot: “sono dunque ormai soltanto in vita e non più al mondo”. A cavallo dei due millenni, anche i giovani variopinti della terra desolata di Tokyo erano “in vita”, ma non proprio “al mondo”. 

 

2° fenomeno: Ribellione in forma di auto-imprigionamento

 

Altri giovani, in tanti (circa un milione), hanno scelto la strategia di auto-imprigionamento per lanciare silenziosamente la loro dolorosa critica alla società giapponese. Il fenomeno degli hikikomori (letteralmente “auto-rinchiusi”) è ancora poco noto in Italia, ma è una realtà gravissima della società giapponese.  

 

 

Tamaki Saito, noto psichiatra specializzato in questo campo, definisce l’hikikomori in questi termini: un soggetto che prima di compiere vent’anni si rinchiude in casa e non ha più contatti con la società esterna per almeno sei mesi, la cui causa primaria non è un problema psichico. Come ci conferma Saito, una delle caratteristiche dell’ hikikomori è che il sintomo si manifesta mediamente intorno ai 15 anni di età, quindi è un fenomeno adolescenziale che interessa individui ancora immaturi, nel caso del Giappone in netta prevalenza maschi. Quest’ultimo dato ci ricorda quanto più forte sia in Giappone l’aspettativa sociale sui maschi rispetto alle femmine. Nei casi peggiori, gli individui auto-rinchiusi interrompono perfino il rapporto con i familiari, che si limitano a portare il cibo alla porta della loro camera. A volte questi giovani si rifiutano di uscire dalla stanza anche per i bisogni corporali o per lavarsi. Nei casi più gravi, l’autosegregazione dura anche per anni. 

 

Tuttavia, al contrario di quello che in genere si pensa, il fattore che innesca il circolo vizioso non ha niente a che fare con la dipendenza dal computer né con problemi psichici. È vero che nei primi anni Duemila si sono registrati casi di cronaca nera provocati da alcuni giovani inclini ad auto-rinchiudersi, ma come anche Saito ci conferma, i casi diagnosticati come hikikomori riguardano individui che non hanno fondamentalmente problemi psichici, almeno inizialmente. Purtroppo, quando la segregazione si allunga, quello stesso stato può provocare traumi e causare collateralmente altri sintomi psichici come antropofobia, depressione, ossessione, ecc. Tuttavia la vera causa degli hikikomori va cercata altrove.

Saito considera questo fenomeno come una malattia dell’intero sistema sociale che coinvolge le tre sfere sociali (individuo, famiglia, società). Al netto di differenze personali, normalmente un individuo sano vive in contatto con altre persone, con familiari, parenti e altri esterni, occupando anche ruoli e posizioni sociali. La nostra identità si sviluppa, infatti, su tutte e tre le sfere sociali. Invece l’ hikikomori è l’individuo che ha perso il contatto con due di queste sfere (famiglia e società). Quindi, secondo Saito, la chiave della guarigione è come restaurare questi contatti tra l’individuo e le altre due sfere. Quando l’hikikomori mantiene almeno il contatto con i familiari, oppure la famiglia ha rapporti con la società esterna tramite servizi terapeutici, ci sono maggior possibilità di guarigione, ma a volte anche questi contatti che consideriamo scontati possono perdersi. L’individuo può interrompere come già detto i rapporti con i familiari, diventando talvolta anche molto aggressivo. E la stessa famiglia, a volte per vergogna, nasconde socialmente il problema o rifiuta di partecipare al processo di guarigione. In quel caso tra la sfera della famiglia e la sfera della società si perde ogni contatto. Purtroppo, in Giappone, gli ospedali psichiatrici o i centri di psicanalisi sono ancora visti come una zona tabù, e ciò spiega l’indifferenza diffusa o addirittura il diniego da parte dei familiari nei confronti del problema. Non a caso, sebbene il fenomeno fosse noto già dagli anni Ottanta, è solo nel 1999 che viene fondata la KHJ (Kazoku, Hikikomori, Japan), l’associazione nazionale dei familiari degli hikikomori.

 

Ma ci sono altre forze che negano l’esistenza del problema hikikomori all’interno della società giapponese. Per esempio, ancora oggi, né le amministrazioni locali né i servizi sanitari sono sufficientemente attrezzati per accogliere e rispondere alle esigenze di chi soffre di questo problema. Quando gli individui si rendono conto del loro malessere e cercano una terapia, spesso non trovano un istituto capace di accoglierli in modo adeguato. Piuttosto di riconoscere correttamente i sintomi e di offrire sedute psicologiche con professionisti competenti, molti istituti si limitano a liquidare i pazienti con degli antidepressivi. Tali ritardi o disfunzioni non sono spiegabili in Giappone, a meno che non ci siano in gioco forze concrete che remano contro.

 

La stessa associazione degli psichiatri e medici neurologi giapponesi (The Japan Society of Psychiatry and Neurology) ha a lungo negato l’esistenza degli hikikomori. I rapporti pubblicati da Saito sono stati spesso oggetto di critiche e di diniego da parte delle autorità. L’atteggiamento di questi medici “ufficiali” è molto curioso. È come se l’associazione avesse paura di riconoscere la malattia covata all’interno della società giapponese e cercasse di metterci un coperchio sopra piuttosto che guarirla. Forse perché sanno che la causa degli hikikomori non va cercata nella psiche degli individui e che l’individuazione della vera causa potrebbe sconvolgere la società intera dalle sue fondamenta.

Tuttavia, nemmeno la visione di Saito e il suo intervento ci convincono fino in fondo. È giusto considerare il fenomeno degli hikikomori come una malattia sociale che coinvolge tutte e tre le sfere sociali e cercare di restaurare i punti di contatto intervenendo sull’individuo, ma per restaurare veramente questi contatti andrebbero guarite tutte e tre le sfere e soprattutto le due altre sfere prima ancora di quella dell’individuo. Essendo psichiatra, è comprensibile che Saito parli solo di terapia sull’individuo, ma sono convinto che qui serva un approccio più olistico e non sintomatico.

 

A Saito manca proprio il punto di vista olistico che ho trovato invece in un libro di Michael Zielenziger, Shutting Out the Sun. How Japan Created Its Own Lost Generation (il titolo italiano: Non voglio più vivere alla luce del sole – il disgusto per il mondo esterno di una nuova generazione perduta). Zielenziger è un noto giornalista americano che ha vissuto a lungo in Giappone ed è uno dei pochi che, parlando del problema degli hikikomori, punta il dito sulla società giapponese nel suo complesso. Come protestava uno degli hikikomori che cita nel suo libro, “Non può essere che il problema sia nell’ambiente (famiglia, società) piuttosto che in me?” Prima di accusare il comportamento di questi giovani hikikomori dicendo che sono pigri o viziati, non sarebbe più importante ascoltare quello che hanno da dire? Vero è che non è facile ascoltarli, visto che si sono rinchiusi nella loro tana, ma da interviste e colloqui viene fuori che molto spesso questi giovani covano una fortissima rabbia verso gli adulti, rappresentati dai loro genitori, e verso la società, con motivazioni ben condivisibili. È facile che questa rabbia venga scambiata con un comportamento da bambini viziati, ma io trovo invece molto convincente Zielenziger quando attribuisce la vera causa del fenomeno hikikomori al fatto che gli adulti hanno trasformato la società in una terra desolata e in un inferno per i loro figli.

 

Per Zielenziger chiaramente sono gli hikikomori le vittime della situazione. Le loro reazioni verso il mondo esterno assomigliano a volte al sintomo di una fobia, quindi molto emotive. Per quanto possano sembrare infantili, sono in realtà reazioni molto sincere alla bruttezza, all’ipocrisia e all’inganno che stanno riempendo lo spazio sociale. È vero che manca loro completamente la capacità di colmare il gap tra la realtà e l’ideale, ma è pur vero che la loro critica è francamente da condividere. 

Una volta Henry David Thoreau, per protestare contro il governo americano che conduceva la Guerra del Messico e sosteneva la schiavitù, non pagò le tasse e venne messo in prigione, anzi, si fece imprigionare volontariamente. Quando il suo amico Emerson venne a trovarlo in carcere e gli chiese cosa diavolo facesse lì dentro, Thoreau rispose pacatamente chiedendogli cosa facesse lui là fuori. Thoreau voleva dire che un uomo giusto non doveva far parte di una società ingiusta che ammetteva la guerra e la schiavitù, era preferibile piuttosto stare in prigione. Per Thoreau la prigionia era una forma di protesta pienamente ponderata.

 

Ovviamente la scelta degli hikikomori non ha alle spalle un ragionamento così solido come quello di Thoreau, direi anzi che l’essere hikikomori non sia un’azione condotta con piena consapevolezza critica, semmai è il frutto di una reazione provocata dalle pressioni sociali. Gli hikikomori non hanno una completa fiducia nella loro scelta come l’avrebbe avuta Thoreau, e questa fragilità li rende inevitabilmente vittime piuttosto che protestatari. E tuttavia possiamo dire che c’è un punto in comune tra il pensatore americano e gli adolescenti giapponesi: entrambi si rinchiudono autonomamente dentro una “prigione” come protesta contro l’ingiustizia sociale, rifiutando categoricamente di farne parte. Sebbene in maniera confusa, gli hikikomori assumono la stessa modalità di protesta di Thoreau. Rivalutare lo spirito critico rinchiuso dentro questi giovani sofferenti, poco ascoltato e finora poco esaminato, potrebbe essere una buona chiave per ricostruire il loro contatto con l’ambiente, anch’esso da risanare. È proprio per questo che servirebbe un approccio olistico, in collaborazione con storici, sociologi, filosofi e altri. Anzi, sono proprio gli scienziati umanistici che dovrebbero interessarsi maggiormente a questo fenomeno per approfondire l’argomento ed esaminarlo globalmente, da più punti di vista.

 

Un fenomeno storico è sempre frutto della creatività della Storia, la quale si compone di tre fattori, Natura, Psiche e Téchne. Questi tre fattori, vale a dire ambiente naturale, ambiente mentale e ambiente sociale (Satish Kumar direbbe: Soil, Soul, Society), sono sempre diversamente mescolati a seconda dell’epoca e della geografia per fornirci la creatività particolare di quel luogo in quel particolare momento storico. E la stessa creatività produce sia bellezza che catastrofe. Poiché questi tre ambienti sono strettamente connessi tra di loro, l’operazione di guarire un malessere verificatosi in uno non va operata solo nell’ambiente dove è emerso il problema ma sempre in modo olistico, tenendo i tre ambienti in stretta relazione, come sosteneva Félix Guattari. La sua teoria delle “tre ecologie” può secondo me essere applicata anche al problema degli hikikomori. A livello individuale il problema riguarda infatti l’ambiente mentale, ma per raggiungere la sua vera guarigione bisogna soprattutto cercare di risanare non solo il contatto tra individuo e società, ma piuttosto il problema dello stesso ambiente sociale. A meno di non guarire veramente l’ambiente sociale che ne è la vera causa, per quanto i bravi psichiatri si dedichino intensamente agli hikikomori, temo che non possano andare oltre alle cure sintomatiche. 

Grazie a Zielenziger ora abbiamo almeno una visione più globale della questione hikikomori. Sappiamo che il vero malato non sono i giovani autorinchiusi ma la società tecnica del Giappone, e la cosa più urgente sarebbe riconoscere questo fatto e adoperare l’ecologia su tutti e tre gli ambienti. Solo così riusciremo a salvare tanti giovani dalla loro afasia sociale, da quel buco nero in cui si sono rifugiati per scappare dall’inferno creato dagli adulti prima ancora che nascessero.

 

Nel 2006, per la celebrazione del Centenario della nascita di Beckett, il Setagaya Public Theatre di Tokyo ha portato in scena Endgame (Finale di partita) con il regista Makoto Sato, uno dei nomi più importanti del teatro contemporaneo giapponese, e un casting davvero anomalo: nel ruolo di Hamm, il protagonista cieco e immobilizzato sulla sedia a rotelle, solitamente recitato da un attore maturo se non anziano, c’era invece un attore molto più giovane di quello che impersonava Clov, il suo figlio-servo. Questo perché Sato ha immaginato che in una messa in scena nel Giappone di oggi, il personaggio di Hamm, cieco e rinchiuso dentro una stanza apparentemente ermetica, potesse riflettere esattamente i sentimenti dei giovani hikikomori e di tutta la New Lost Generation che simbolicamente rappresentano. Scegliendo un giovanissimo per il ruolo di Hamm e qualcuno che possa avere l’età di un suo genitore per il ruolo di Clov, ecco che emergono esattamente le dinamiche malsane di tante famiglie di questo inizio millennio. La primissima battuta dell’opera pronunciata da Clov, “Finita, è finita, sta per finire, sta forse per finire...” può suonare con sorprendente realismo come il disperato grido di un genitore che non ne può più di convivere con un figlio-hikikomori. D’altra parte l’invalidità di Hamm potrebbe non essere propriamente fisica, ma psicologica. Hamm è forse capace di camminare, solo che non vuole camminare. Non che lui non possa vedere, è che non vuole vedere questo mondo di schifo. D’altronde, la dubbia natura della cecità di Hamm era già stata insinuata in una messa in scena berlinese dallo stesso Beckett. 

 

 

3° fenomeno: Recuperare la propria voce

 

Quando si perfeziona il mondo della tecnica, l’apparato tende a essere (a volte subdolamente) repressivo e i suoi componenti iniziano a cadere in afasia. Perdono le parole e anche le voci. In ultimo non resta loro altro che ascoltare le voci e informazioni che arrivano dal sistema. Detto così, sembra il perfetto riassunto di alcune opere di prosa e di teatro di Beckett scritte dopo gli anni Sessanta, come Di’ Joe (1965), Lo spopolatore (1965-70), Immaginazione morta immaginate (1965), Bing (1966), Senza (1969), Compagnia (1977-79), ma allo stesso tempo ricorda molto il paesaggio urbano contemporaneo, con i cittadini trasformati in terminali collegati tramite i loro smartphone o tablet. 

 

In effetti è stato questo l’ambiente in cui negli ultimi decenni sono cresciuti i giovani giapponesi, obbedienti e politicamente del tutto indifferenti. Il crollo seppur parziale del sistema agli inizi anni Novanta ha generato una specie di terra desolata nell’ambiente mentale delle nuove generazioni, ma ha fatto scoprire anche le “crepe” del sistema in cui si potevano coltivare emozioni e pensieri più liberi. I giovani che ancora non erano completamente assorbiti dal sistema si sono accorti di queste “crepe” e hanno iniziato a plasmare parole di protesta contro la società, anche se ancora non riuscivano a esternarle come avrebbero voluto. Apparentemente l’afasia giovanile continuava, ma sotto la superficie era tutto cambiato.

 

Nel marzo 2011 una impressionante catena di catastrofi (il fortissimo terremoto nella regione nordorientale, il conseguente devastante tsunami e l’incidente occorso alla Centrale Nucleare di Fukushima) ha inflitto un altro terribile colpo al Sistema Giappone. Dopo il colpo mortale, l’atteggiamento con cui lo stato ha affrontato il problema della radioattività nell’area di Fukushima ha fatto perdere come non mai la fiducia della popolazione nei confronti degli istituti governativi. In altre parole, l’impatto del marzo 2011 ha allargato le suddette “crepe”, dando ai giovani la possibilità di recuperare, oltre alle parole, anche la loro forza vocale per lanciare le proteste nello spazio sociale. A dire la verità non erano solo i giovani a protestare, perché molti cittadini sono tornati per la prima volta dopo decenni a manifestare in proteste collettive. 

Contro il secondo governo di Abe, che ha fortemente voluto la riattivazione delle centrali nucleari rimaste ferme dopo l’incidente di Fukushima, ci sono state ripetute manifestazioni. Lo spazio dell’opinione pubblica da tanto tempo atrofizzato è finalmente tornato in vita, anche se è ancora parecchio acciaccato. L’ondata di manifestazioni è partita inizialmente sulla questione delle basi militari americane a Okinawa, poi ha preso vigore soprattutto contro la Legge sulla Protezione di Segreti Specifici (approvata al Senato il 6 dicembre 2013) e contro la Legge sulla Sicurezza Nazionale (approvata al Senato il 19 settembre 2015). I giapponesi, ridotti in questi ultimi decenni a sudditi obbedienti e dormienti che avevano dimenticato di essere loro i veri detentori della sovranità, hanno ribadito con manifestazioni e raduni pacifici la loro protesta contro la politica del governo. Vi sembrerà ridicolo sottolineare tutto questo, ma per i giapponesi contemporanei, poco abituati alle manifestazioni o agli scioperi, è stato davvero un momento memorabile. 

 

Alla guida di questo movimento c’erano alcuni gruppi di studenti universitari, nonostante in Giappone gli studenti siano da anni considerati un soggetto senza alcuna responsabilità sociale. Il primo è stato il SASPL (Students Against Secret Protection Law), nato da un gruppo studentesco già attivo a Tokyo prima dell’approvazione della Legge sulla Protezione di Segreti Specifici del 6 dicembre 2013, che ha cominciato a indire manifestazioni contro quella legge a partire dal primo febbraio 2014. Lo stesso gruppo ha continuato le sue attività fino all’entrata in vigore della legge, nel 10 dicembre 2014. Più tardi, studenti molto preoccupati per la politica di Abe, sia per la sua dichiarata ambizione a modificare la Costituzione che per i suoi discorsi sul “mantenimento della pace” (ovvero la non tanto celata intenzione di riarmare il paese), hanno portato alla nascita di un nuovo gruppo, il SEALDs (Student Emergency Action for Liberal Democracy) che ha svolto numerose azioni contro l’approvazione della Legge sulla Sicurezza Nazionale e che, anche dopo la sua infelice approvazione, prosegue tuttora le sue attività a favore di libertà, democrazia, costituzione e pace. Ultimamente questo movimento si è diffuso anche in altre regioni del Giappone. 

 

Questo recente movimento di protesta è stato paragonato, oltre che ai movimenti studenteschi storici del Giappone contro il Trattato di Sicurezza tra gli Stati Uniti e il Giappone, scoppiati violentemente tra il ‘59 e il ‘60 e poi di nuovo nel ‘70, ai recenti movimenti di protesta collettiva come il Movimento dei girasoli a Taiwan, il Movimento degli ombrelli a Hongkong, la Primavera araba o quello di Occupy Wall Street, ma ha ricevuto anche molte critiche sulla sua consistenza teorica ed effettiva efficacia. Non è qui mia intenzione approfondire la loro valutazione politica, che affido volentieri ad esperti politologi o sociologi, ma vorrei parlare del nuovo spazio linguistico che ha preso vita da questo movimento studentesco giapponese.  

 

Prima però vorrei far notare che una delle caratteristiche del movimento guidato da SEALDs è che non erano solo gli studenti a partecipare. I principali partecipanti alle manifestazioni e ai raduni erano infatti soprattutto persone più grandi. I leader avevano diciannove o vent’anni, ma in realtà quel movimento ha risvegliato la consapevolezza politica tra le generazioni più varie. Ciò significa anche che la maggior parte dei giovani nipponici deve ancora risvegliarsi dal suo letargo di coscienza sociale. La scossa c’è stata, ma per i tanti che erano addomesticati così efficacemente dal sistema, ci vorrà ancora del tempo perché un maggior numero di giovani si rialzi in piedi e prenda la parola, se mai ciò accadrà. 

A parte il significato politico, il merito di questi studenti è di aver aperto un grande spazio linguistico dove ognuno può far vibrare le proprie parole. Questo, sperabilmente, potrebbe avere anche una benefica ricaduta sul fenomeno hikikomori. Anzi, a mio parere bisognerebbe sfruttare questa nuova energia perché ciò accada. Perché, in realtà, questi studenti non hanno fatto altro che ereditare le voci giovanili delle generazioni precedenti, costrette al silenzio per oltre un quarto di secolo, e ora finalmente sono riusciti a dar loro spazio per essere ascoltate. Questi giovani studenti non hanno più bisogno di vestirsi in modo stravagante come gli adolescenti di Harajuku, né di rinchiudersi nella propria stanza come gli hikikomori. Hanno aperto un varco, uno spazio, un luogo, per protestare ad alta voce contro la società che minava seriamente la loro esistenza. Hanno capito che oggi la loro voce può produrre effetti socialmente significativi. Sanno che possono pronunciare ad alta voce “Questo è sbagliato!” e hanno con chi condividere quest’opinione. I giovani stanno recuperando le parole e le voci per scrivere e cantare la propria Storia. 

 

Nelle loro manifestazioni, i giovani di SEALDs gridano ritmicamente alcuni slogan come “Niente Guerra”, “Proteggi la costituzione”, “Non prendere in giro il popolo”. Le parole scandite ripetutamente con grande energia creano un effetto linguistico-musicale molto simile a quello di un concerto rap. Il loro “rap” democratico e pacifista sprigiona una tale energia che indirettamente potrebbe esercitare un effetto terapeutico anche sui tanti giovani ed ex-giovani le cui voci erano rimaste castrate a lungo. Perché è assolutamente incoraggiante sapere che qualcuno della stessa generazione ha trovato spazio per gridare le stesse parole di protesta che a lungo si sono scandite solo dentro di sé. L’ecologia da applicare all’ambiente sociale necessaria per guarire gli hikikomori, come dicevamo prima, si riferiva proprio a un’operazione del genere. Accanto all’atteggiamento negativo se non di diniego assunto da parte delle amministrazioni locali, delle strutture sanitarie e dell’associazione degli psichiatri, le attività di protesta studentesca potrebbero apportare davvero un effetto positivo sulle condizioni di tanti auto-rinchiusi.

Sembra che i giovani giapponesi, rimasti a lungo in afasia, stiano recuperando pian piano le forze per tornare a essere il soggetto della Storia. Non si può prevedere come si svolgerà la futura storia del Giappone, ma personalmente mi auguro davvero che le loro voci si rinvigoriscano ulteriormente. Perché se esiste qualcosa capace di rompere la prigionia invisibile sempre più subdola imposta dal mondo della tecnica del bio-potere, sono proprio le vibrazioni delle voci dei giovani. Ovvero, la vita. 

 

Questo testo è estratto dall’ultimo capitolo del libro in giapponese Prigionia (in)visibile - l’arte di Samuel Beckett e la Storia (2016) di Yosuke Taki.

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