Animals 40 anni: il disagio nell'aria che tira

Trascorri il tuo tempo a pascolare innocuo

Vagamente hai capito il disagio nell’aria che tira

Ti consiglio di fare attenzione

In giro potrebbero esserci i cani 

Quando ho visitato la Giordania ho capito

Che le cose non sono quello che sembrano

(Pink Floyd, “Sheep”. 1977)

 

Il 23 gennaio 1977 i Pink Floyd licenziavano Animals, decimo album di una carriera veramente unica. Forse il mese più adatto, per un’opera musicale che apriva una stagione turbolenta, mentre l’hype del momento (il punk) avrebbe sdegnosamente considerato queste band vecchie scoregge, il nemico da sconfiggere (pensiamo che erano in giro da poco più di dieci anni...). Ricordare quell’album, spesso sottovalutato o ferocemente criticato, mi pare giusto. Animals risuona nelle epoche del verbo musicale popolare e con il senno di poi, per molti è diventato tra i preferiti della band britannica. Ma Animals può essere utile a capire lo spirito cupo dei tempi e che furono proprio i Pink Floyd con la “quartina” The Dark Side Of The Moon (1973), Wish You Were Here (1975), Animals (1977), The Wall (1979) a cogliere quel  “disagio nell’aria che tira” del secolo breve, magistralmente dipinto in meno di quattro cartelle di poesia da Roger Waters catturate sul lato buio della luna, a cercare risposte all’angoscia che aveva colto la sua generazione, figlia del dopoguerra. In altre parole, Animals è uno di quegli album che definiscono un tempo e lo trasformano in un luogo della storia, in questo caso dell’arte popolare che, sintonizzata prima sulla rivoluzione psichedelica, ora coglie che “il decennio breve” è finito. The dream is over, aveva cantato John Lennon: Animals è l’epitaffio di quel sogno. 

 

Pink Floyd 1977.

 

Ci fu un tempo nel quale album come quelli vendevano milioni di copie, perché tra i giovani che stavano maturando – uomini fatti e finiti già nei loro vent’anni – lo spleen, la sincronicità, la consapevolezza avevano condotto la musica popolare a un ruolo di rilevanza immensa nella collettività, anche in Italia, dove proprio il 1977 resta un anno di (triste) svolta e addio agli ideali, magari ingenui, ma sinceri, che ci avevano donato musica stratosferica e capace di incidere nelle nostre vite per (il nostro) sempre: è difficile spiegarlo a un ventenne di oggi, a meno di non fargli leggere qualche volume importante sulla storia del rock e della sua sociologia. Animals è il primo album dell’ultimo anno di un  lungo e incredibile periodo iniziato nel 1965 con i capolavori di Bob Dylan e proseguito con decine album fondamentali per la storia dell’arte popolare, dove si raggiunse l’apice quasi perfetto tra la qualità artistica che viene abbracciata da una quantità di persone enorme in grado di condividere un sentire e un desiderio: nel caso di Animals, di condividere anche la presa di coscienza che quel disagio nell’aria è la fine di un’epoca pericolosa per il potere e di un sogno forse troppo grande per noi piccoli esseri presi singolarmente. E così, il magnifico pantheon di divinità musicali (le opere e gli artisti nelle loro migliori espressioni in quanto antenne di un Ultratempo nel quale tutti prima o poi ci imbattiamo) lasciò al mondo ricchezze straordinarie, tra le quali molti album dei Pink Floyd. 

 

Animals è un’operazione discografica composita e vede la luce ai Britannia Row Studios, ex parrocchia del borough londinese di Islington, finalmente il loro studio: dall’aprile 1976, il quartetto ormai coeso nella visione artistica e lirica di Roger Waters, recupera due lunghi brani già proposti dal vivo tre anni prima “Raving and drooling” (che diventerà “Sheep”, ascoltare qui un provino) e “You’ve got to be crazy” (che diventerà “Dogs”, qui una versione live molto psichedelica, perfetto segnavia di un work in progress. Considerate per l’album precedente, non avrebbero però avuto nulla a che vedere con quell’opera dedicata a Syd Barrett. Per la prima volta quasi tutto l’album è opera di Waters: i testi in toto, le musiche quasi (solo “Dogs” è firmata con David Gilmour). Wright non contribuisce (suo è però l’intro di “Sheep”, una vera porta della percezione musicale) e Mason neanche. Tutto ciò avrà  un peso decisivo sul futuro che porterà a The Wall, album e frattura che si ergerà tra lui e la band (ho avuto la fortuna di intervistare Waters nel 1992, per capire anche dal suo modo di esprimersi quanto fece male quel conflitto che “terminò” i Pink Floyd come unità artistica dagli anni ‘80 in avanti). 

 

Pink Floyd, Animals.

 

Dell’opera musicale mi ha sempre colpito il “genius loci” che riesce a farci vedere: Animals, come ogni album dei Floyd, rappresenta un luogo. La indimenticabile copertina, con la centrale di Battersea e il maiale gonfiabile, presenta una località del lato oscuro della psiche; i riferimenti a La fattoria degli animali di Orwell, con i testi – durissimi, cupi, senza vie di scampo – sviluppano  temi cari a Waters, che dopo i testi di The Dark Side Of The Moon (“Time” e “Us and Them” relativamente al conflitto) approfondisce la poetica che nasce dall’idea di guerra – militare e relazionale; del tradimento e della lealtà, della paura e del cupo destino dell’uomo che vive nelle società industrializzate, tecnologicamente avanzate, quel “21st Century Schizoid Man” tratteggiato magistralmente dai King Crimson alla soglia degli anni ‘70. Per Waters il tema della finzione è fondamentale. È forte la sensazione che nei testi ci siano già precognizioni del destino delle relazioni tra lui e gli altri componenti dei Pink Floyd. Durante il tour del 1977 ci sarà il famoso episodio dello sputo in faccia a un ascoltatore delle prime file (accadde a Montreal il 6 luglio, e ironicamente ciò sarebbe diventato normale pratica espressiva per alcuni sacerdoti del punk), evento catartico che gli farà partorire l’idea del Muro,  come canta già in “Dogs” (Sordomuto e cieco, continui a pretendere/ che tutti sono sacrificabili, che nessuno ha un vero amico).

 

Pink Floyd. 

 

Questo golfo ormai dichiarato tra sé e gli altri si esplica nell’enormità che rappresenta avere un seguito di milioni di appassionati. Ma c’è dell’altro, come sempre: il male profondo della nevrosi, della paura, dell’assenza di una visione che elevi la nostra esistenza a qualcosa che sia più del nascere, crescere, produrre, morire è tra i pilastri di Animals ed è per questo che questo album entrerà nelle fibre della new wave britannica, più o meno consapevolmente, soprattutto per le tematiche: non potevano ammetterlo i giovani rivoluzionari in procinto di riassumere gli anni ‘70 in sonorità e intuizioni che dell’assenza, del cupo, del dolore, della paranoia avrebbero fatto un manifesto la cui spinta musicale non si è più esaurita. L’implacabile Animals resta una tremenda notte, l’ennesima testimonianza dello spirito vitale dell’umanità e di come la creatività, incanalata in forme artistiche che risuonano, può prendere la materia più orrenda per trasformarla infine in quel luogo speciale dove andare a rifletterci e riflettere, emozionarci, fare connessioni che nel tempo cambiano e nel caso di Animals, (ri)scoprire particolari che magari hanno atteso decenni per palesarsi e dirci qualcosa che non avevamo ancora messo a fuoco. Trasformando il male di vivere in qualcosa di percepibile grazie alla musica che conduce il testo in universi capillari –  anche quando si afferma con rabbia che non esiste una via d’uscita – i Pink Floyd hanno saputo, in molte loro opere, essere straordinari e irripetibili. Eletti. Il luogo chiamato Animals è un labirinto dal quale si può uscire, ma solo trasfigurati e più consapevoli.  Roba forte. Ancora oggi sconvolgente. Da ascoltare a tutto (il suo) volume, una carica esplosiva che non ha perso un grammo di efficacia, nel conflitto perenne dentro il quale “la fattoria degli animali” si è cacciata.

 

 

Quando perdi il controllo, raccogli ciò che hai seminato

E mentre la paura aumenta, il cattivo sangue rallenta sino a farsi pietra

Allora è troppo tardi per scrollarti il peso che ti era servito da buttare in giro.

Annega bene allora, mentre coli a picco

trascinato sul fondo dalla pietra.

 

Devo ammettere che un po' sono confuso

Certe volte mi sembra di venire usato

Devo stare all’erta, devo tentare di scrollarmi di dosso questo male strisciante

Se non difendo la mia posizione, come posso trovare l’uscita di questo labirinto?

(Pink Floyd, “Dogs”, 1977)

 

 

Le persone a cui menti, devono crederti: Animals 40 anni dopo 

 

Non potevo sapere io, quel giorno di febbraio entrando in classe (terza media), che oggi sarei stato qui a ricordare lo shock dell’ascolto di Animals dei Pink Floyd. Non soffrendo di razzismo culturale, per me, non ancora quattordicenne, qualsiasi cosa sapesse leggere l’ambiente, come quell’album e prima che ne potessi veramente capire i testi, era speciale. In una cittadina lombarda in inverno, nel nascente 1977 anno chiave delle turbolenze di un decennio, la vibrazione di quella musica faceva risuonare qualcosa che non potevo certo capire. Ma che potevo sicuramente percepire. L’album lo aveva acquistato il fratello maggiore dei miei amici e gemelli Fausto ed Enrico, colpevoli di avermi fatto acquistare Atom Heart Mother due anni prima e scoprire The Dark Side Of The Moon. Eppure, a me Animals è sempre sembrato il primo album di Roger Waters. Il secondo sarebbe arrivato due anni dopo e si chiama The Wall. Ma è anche interessante pensare che un album completato alla fine del 1976, possa in qualche modo, con la prospettiva storica (e per me, già da almeno venticinque anni), la forma compiuta di un “sentire” che proprio in quell’anno diede il via libera all’incendio punk, con dentro quella “cupezza” ben rappresentato dalla splendida copertina, che avrebbe donato al mondo la new wave dove suoni e album come questo si incontrarono insieme alle intuizioni dei primi Roxy Music.

 

Animals non chiudeva un’era (dopotutto, siamo al decimo LP in dieci anni pubblicato dai Pink Floyd, se includiamo le due colonne sonore Obscured By Clouds e More), ma ne apriva una nuova e non per la band (che con questo lavoro orwelliano conclude l’edificazione del Muro poi concretizzatosi in The Wall), ma per la musica popolare. Va subito detto che la distanza temporale dovrebbe consentire ai razzisti della musica di placarsi e provare a comprendere che la tecnica e la creatività al servizio dell’esplorazione artistica anche in Animals sono in piena attività. Ogni album dei Pink Floyd, a partire da Meddle, ha un suo “carattere” e un sound che rappresenta un unicum. Qualcosa che non verrà più ripetuto. Il lato B di Atom Heart Mother potrebbe essere l’ideale lato A di un album “ponte” che include – come lato B – il lato A di Meddle. Poi arriva The Dark Side Of The Moon, sul quale non è necessario spendere parole: è self-explanatory, una delle massime rappresentazioni di poetica musicale della musica popolare che in quei decenni vedeva spesso corrispondere al successo artistico anche quello commerciale. Quindi Wish You Were Here, album “svogliato” nella realizzazione, ma compatto nel risultato finale. La frammentazione che diventa unità arriva a un apice con Animals: un equilibrio raro che ingannò molti in quegli anni, facendolo scambiare per una “normalizzazione” che tale non è. Basta ascoltarlo.

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