Simbolico

Tutte le culture sociali, com’è noto, fanno uso di simboli e sviluppano dei più o meno articolati linguaggi simbolici. Ma per gli antropologi il simbolico è qualcosa di notevolmente differente. Si tratta infatti di una dimensione particolare della realtà sociale. La dimensione propria del mito, della magia e dell’irrazionale, la quale sembra possedere al suo interno una specie di forza primordiale che è difficile da comprendere e controllare per gli occidentali contemporanei. Essi, infatti, riescono facilmente a riconoscere la presenza del simbolico all’interno delle cosiddette «civiltà primitive», come d’altronde hanno fatto per molto tempo gli antropologi, mentre sono in difficoltà quando il simbolico opera dentro le società occidentali, che si sono sviluppate proprio cercando di rimuoverlo dal loro primario territorio d’azione. Perché il processo di civilizzazione dell’Occidente ha via via definito delle regole che impongono il controllo delle emozioni e una rigida regolamentazione dei comportamenti.

 

Lo ha dimostrato Norbert Elias nel suo celebre volume La civiltà delle buone maniere, che ha fatto vedere come lo sviluppo in Europa del processo di civilizzazione tra l’XI e il XVII secolo abbia potenziato il sentimento del pudore e soprattutto abbia dato vita a una progressiva separazione tra la sfera pubblica e quella privata dell’esistenza umana. In realtà, tale fenomeno si è sviluppato soprattutto nel corso dell’Ottocento, quando la borghesia ha avuto la capacità di creare un potente muro simbolico in grado di tutelare e difendere la sua intimità domestica. Prima della sua presa del potere, infatti, la distinzione tra il pubblico e il privato era piuttosto debole. Ma nell’Ottocento si è operata una netta separazione tra i sentimenti e le emozioni della vita intima e tutto ciò che si trova all’esterno di tale vita. Il pudore ha assunto così una particolare importanza all’interno della cultura sociale. E in seguito, con il diffondersi del benessere economico, questo modello si è progressivamente esteso all’intera società. 

 

 

Nonostante ciò, il simbolico continua ad essere significativamente presente nelle società occidentali. Non può essere infatti totalmente cancellato dalla cultura sociale e a volte riemerge in maniera inspiegabile, affluendo negli interstizi e negli spazi che gli vengono lasciati liberi. Perché dev’essere considerato qualcosa che è ineliminabile dall’esistenza umana. Il simbolico, in altre parole, può essere visto in maniera simile a come l’ha interpretato lo psicanalista Jacques Lacan, ovvero come un termine che rimanda a tutto ciò che può essere considerato irrazionale. Lacan cioè considerava il simbolico uno spazio primario per gli esseri umani, in quanto in esso sono depositati i simboli linguistici e sociali ed è operante quell’ordine del linguaggio che fa funzionare l’inconscio.

 

Un esempio evidente di manifestazione del simbolico lo possiamo trovare in quel sacrificio della propria vita che viene praticato da parte di molti terroristi contemporanei. Non a caso Jean Baudrillard, che nel volume Lo scambio simbolico e la morte ha analizzato a lungo il simbolico chiamandolo anche «scambio simbolico», ha considerato il dono estremo che i terroristi fanno della propria vita qualcosa di esemplare da questo punto di vista, perché si presenta come una sfida impossibile da ricambiare. Dopo l’attentato del 2001 alle Twin Towers di New York, agli occhi di Baudrillard il simbolico è sembrato rianimarsi. A suo avviso, infatti, poiché il reale ha assunto le sembianze del simulacro, solo un evento simbolico come quello terroristico può essere vissuto come un vero evento. Però, anche un evento clamoroso e «inimmaginabile» come il crollo delle Twin Towers non può trasformarsi in qualcosa di reale, perché rimane in quella condizione ambigua che fonde insieme realtà e finzione dove tutto oggi sembra essere collocato.

 

Ciò contribuisce a rendere il simbolico ulteriormente poco comprensibile per il nostro sguardo di persone cresciute all’interno della cultura occidentale. Ne deriva infatti che, come ha affermato l’antropologo René Girard, «essere pronti a pagare con la propria vita il piacere di veder morire l’altro, ai nostri occhi non significa nulla» (Portando Clausewitz all’estremo, p. 309). La concezione occidentale del risentimento non arriva infatti al punto di prevedere il suicidio, a differenza delle religioni arcaiche che hanno sistematicamente impiegato i sacrifici di tipo rituale per tentare di proteggere le società umane dalla loro stessa violenza. Ma noi occidentali, attraverso lo sviluppo del processo di civilizzazione, ci siamo liberati dell’idea di sacrificio e dunque anche della possibilità di lottare contro la violenza connaturata agli esseri umani che tale idea ci poteva offrire. Di fare ricorso cioè a uno strumento in grado di evitare all’umanità di continuare a proseguire sulla strada della propria autodistruzione. 

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