Postmodernità

Sino a poco tempo fa, sembrava che ci fosse un largo consenso tra gli studiosi in relazione all’idea dell’ingresso di tutti i paesi occidentali, dalla metà circa del Novecento, nella fase della postmodernità. Il concetto di postmodernità ha avuto infatti un notevole successo per indicare l’arrivo di una nuova fase che rappresenta un superamento del lungo periodo storico della modernità. Negli ultimi tempi però tale concetto è stato frequentemente oggetto di critiche. Ora il filosofo Roberto Mordacci, nel recente volume La condizione neomoderna (Einaudi), esprime addirittura l’opinione che il postmoderno sia morto. Che cioè esso stia progressivamente estinguendosi a causa della sua incapacità di spiegare l’attuale fase evolutiva delle società moderne e che dunque noi stiamo entrando nella fase della «condizione neomoderna». 

 

In realtà, il concetto di postmoderno è sempre stato piuttosto insoddisfacente. La sua pretesa di segnalare l’ingresso delle società capitalistiche in una nuova era, successiva e differente rispetto a quella della modernità, è decisamente fuorviante. Va considerato, infatti, che la modernità ha attraversato nella sua storia diverse fasi e continua tuttora ad evolvere. La fase che è stata solitamente indicata dagli studiosi come postmoderna, e che coincide grosso modo con la seconda metà del Novecento, è sicuramente una fase innovativa nel processo di evoluzione del capitalismo, ma fa ancora pienamente parte della modernità.

 

Questa, come ha indicato Gilles Lipovetsky nel volume L’era dell’effimero (Garzanti), è stata fatta evolvere da due potenti vettori: l’orientamento verso il nuovo e la ricerca della libertà individuale. E tali vettori continuano ad esercitare più che mai la loro forza. Dunque, per indicare la fase attuale di evoluzione delle società occidentali avanzate, più che di postmodernità, ò necessario parlare di ipermodernità. Cioè di un processo che costituisce un’intensificazione e un’accelerazione della modernità.

Ciò appare però evidente soprattutto se si pone attenzione ai reali processi di cambiamento che si sviluppano nella società, cioè alle dinamiche che riguardano le dimensioni sociali fondamentali come l’economia, la tecnologia o la cultura. Tende a scomparire invece se ci si limita semplicemente a considerare le riflessioni elaborate a tavolino dagli studiosi.

 

Come d’altronde ha fatto anche lo stesso Mordacci, che ha costruito la sua analisi a partire principalmente dalle teorie filosofiche che sono state sviluppate da Nietzsche in poi. Mordacci, poiché non entra in profondità nell’analisi dell’effettiva evoluzione sociale, può distinguere pertanto facilmente tra una prima e una seconda modernità. La prima, a suo avviso, sarebbe quella che va dal Cinquecento al Settecento, cioè fino sostanzialmente all’Illuminismo. La seconda invece sarebbe quella che riguarda l’Ottocento e la prima parte del Novecento ed è dominata dall’idealismo e dal positivismo. Di conseguenza, Mordacci può permettersi di accusare diversi pensatori postmoderni, rei a suo avviso di aver sbagliato il loro bersaglio, in quanto hanno colpito non la vera modernità (la prima), ma soltanto la seconda, avendo erroneamente scambiato questa per l’altra. La quale ha invece prodotto un sistema di pensiero, quello illuministico, che può ancora essere estremamente utile per fare funzionare l’attuale contesto sociale. Anzi, secondo Mordacci, la fase storica attraversata dalla prima modernità è molto simile a quella contemporanea, sebbene questa sia caratterizzata dalla globalizzazione e dall’accelerazione dei fenomeni sociali. Dunque, sembrerebbe, secondo tale autore, che oggi sia possibile applicare con ottimi risultati i principi che appartengono al pensiero illuminista del Settecento. 

 

Mordacci, poiché trascura gli effettivi processi evolutivi della società, ignora però il fatto che la prima modernità è stata una fase estremamente differente rispetto a quella attuale, perché è stata una fase nella quale il potere era saldamente nelle mani di un gruppo sociale potente come l’aristocrazia. La stragrande maggioranza delle persone viveva in una condizione di estrema indigenza ed era esclusa da qualsiasi possibilità espressiva. Era cioè semplicemente parte del popolo e aveva come principale preoccupazione la sopravvivenza. Ci sono voluti diversi secoli perché l’idea di modernità si diffondesse in maniera omogenea nella società e venisse condivisa, grazie a quell’intenso sviluppo industriale e commerciale che ha consentito un progressivo miglioramento delle condizioni di vita di tutte le persone. E ha consentito di attraversare diverse fasi, ciascuna delle quali è stata determinata dall’introduzione di una qualche tecnologia. Si pensi, ad esempio, a cosa ha comportato per le condizioni di vita l’arrivo delle macchine nelle fabbriche o delle apparecchiature per la stampa nella vita sociale. Ora siamo di fronte all’impatto generato da tecnologie ancora più potenti, come il personal computer e le reti informatiche, e dobbiamo parlare pertanto di ipermodernità. 

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