Benjamin in punta di penna
“Was Ist Aura?”. Sono queste le uniche parole che riesco a decifrare. Si leggono in apertura di un documento non datato e manoscritto di Walter Benjamin. Tra i supporti più disparati utilizzati da Benjamin per prendere appunti mi colpisce quello che tenta di definire l’aura, uno dei concetti benjaminiani più indeterminati: una carta intestata “Acqua di S. Pellegrino. La migliore da tavola”. Il logo – una sorta di sponsor dell’Italian Style sul pensiero di Benjamin – non è cambiato: una stella rossa a cinque punte, con l’immagine della bottiglia disposta al centro oppure, come recitavano le pubblicità dei primi del secolo scorso, “la marca stella rossa” da esigere, l’acqua “battericamente pura” rispetto alle altre, che possono contenere “i germi del tifo, della dissenteria e di altre gravi infezioni”. “Was Ist Aura” è riportato giusto sotto l’insegna “S. Pellegrino”, quasi che Benjamin fosse indotto a interrogarsi sulla decadenza e la frantumazione dell’aura a partire non dall’opera d’arte e dalla fotografia contemporanea ma da un marchio pubblicitario. Siamo in piena fantasmagoria della merce: la stella rossa è una materializzazione dell’aura che irradia dal prodotto reclamizzato, un’aureola trasmigrata dal capo dei santi al collo della bottiglia, dall’icona e dalla mistica alla società dei consumi. Forse la sua iconicità funziona per Benjamin anche come un’immagine dell’infanzia, una delle tante che la sua scrittura ha recuperato dal cafarnao della storia.

“Was Ist Aura?” è uno dei documenti esposti nella bellissima mostra Walter Benjamin Archives al Musée d’art et d’histoire du Judaïsme di Parigi (fino al 5 febbraio), una raccolta di quello che Benjamin avrebbe chiamato “kitsch onirico”. Di quale altro filosofo del XX secolo sarebbe pensabile una mostra del genere? L’aura dell’opera d’arte e della pubblicità ha infine coinvolto Walter Benjamin, oggi vera e propria figura allegorica. Lo dimostrano bene le testimonianze di quanti lo hanno conosciuto, snocciolate nel percorso della mostra: Benjamin come mago, con cappello a punta e bacchetta magica (Theodor Adorno), con la fronte spaziosa (Scholem), la capigliatura folta (Adorno) e brizzolata prima dell’età (Jean Selz); Benjamin con i suoi occhiali rotondi come piccoli proiettori (Asja Lacis) e il suo inconfondibile modo di camminare, sbilanciato verso l’avanti (Scholem); Benjamin con il suo modo di parlare, di usare la voce come fosse scrittura, di avanzare lentamente nel discorso, “come scrutando le parole” (Adrienne Monnier); Benjamin intellettuale distinto ma imbranato e maldestro, con i pacchetti che gli cadono dalle mani (Asja Lacis).
Ma ancor più che nelle foto, l’aura benjaminiana irradia nei suoi documenti manoscritti, nelle didascalie riportate sul retro delle fotografie della sua collezione, nei carnets, ognuno diverso dall’altro per copertina, formato, carta e foliazione. Sono impregnati di una scrittura microscopica e appuntita di difficile decifrazione, come una lingua sconosciuta o un messaggio prodigioso indirizzato a un lettore ignoto e da non disvelare alla prima occhiata. In una pagina presa a caso, non la più fitta, conto 55 righe sottili come un filo. La scrittura di Benjamin crea sulla pagina un muro di parole che non lascia al bianco alcuno spazio di manovra. Il bianco non deve insinuarsi ai margini della pagina, nella maglia tra un paragrafo e l’altro, tra una parola e l’altra, tra una lettera e l’altra. Non bisogna lasciare al vuoto, all’insensato, la possibilità di aprire una crepa nel mondo costruito dall’uomo. E i margini non sono necessari perché il testo è già una glossa sul mondo, un tentativo di parafrasarlo, di renderlo leggibile.
Tuttavia, come si procede verso la fine degli anni trenta, questi minuscoli segni grafici stipati sulla pagina assumono un altro senso: Benjamin scrive nel timore che ogni pagina possa essere l’ultima o che i suoi carnets siano composti da una sola pagina, come i giornali pubblicati in tempo di guerra. L’aria allarmata del tempo è restituita in Walter Benjamin Archives dalla selezione delle lettere degli ultimi anni, quelli dell’esilio francese e del tentativo di mettersi in salvo fuggendo in Spagna, Portogallo, Stati Uniti. È esposto anche l’affidavit di Horkheimer, necessario per ottenere il visto d’ingresso per gli Stati Uniti, per una New York in cui non metterà mai piede. Le lettere di Benjamin sono spesso redatte in francese anche quando i destinatari sono tedeschi come lui – il francese diventa così la lingua franca in cui comunicare per uno scrittore che, nel maggio 1939, si vede tolta la cittadinanza tedesca.

Mi viene in mente il destino di un altro intellettuale tedesco le cui vicende esistenziali sono state segnate da un’esperienza bellica che ha visto il mondo andare in rovina e che, per questa ragione, ha concepito la sua opera come un immenso archivio: Kurt Schwitters e il suo Merzbau. Guardiamo l’ultima foto che conosciamo di lui, presa in Inghilterra il 20 giugno 1947, in occasione del suo sessantesimo compleanno. Dalla tasca della giacca fuoriesce l’estremità stropicciata di una lettera. È datata 16 giugno e proviene dal Museum of Modern Art di New York. Il museo comunica a Schwitters il conferimento di una borsa di $1,000 ($ 2,000 verranno aggiunti in un secondo momento) per restaurare il Merzbau di Hannover o quello di Oslo o, ancora, per ricostruirne uno ex novo. Schwitters non ne usufruirà mai: morirà sei mesi dopo, e i fondi del MoMA saranno impiegati per coprire le spese del suo funerale.
Di ultime lettere di Benjamin, la mostra parigina è piena, da quella a Gretel Adorno (Lourdes, 19 luglio 1940) a quella ad Adorno del 2 agosto 1940 dove si legge dell’“assoluta incertezza su ciò che porterà il prossimo giorno, la prossima ora”. In un momento in cui l’esperienza quotidiana si fa carica di presagi e minacce incombenti, persino le emissioni radiofoniche sembrano annunciare a Benjamin “la voce del messaggio di sventura”. La situazione sembra precipitare nel giro di pochissimi mesi. Risale all’anno precedente, al 1939, una foto scattata a Pontigny da Gisèle Freund (su cui si tiene in contemporanea un’altra mostra parigina alla Fondation Pierre Bergé - Yves Saint Laurent). Benjamin cammina lungo un fiume, con il profilo di una chiesa sullo sfondo; la postura è raccolta, lo sguardo assorto e obliquo verso il basso, rivolto al passato, se non fosse che tiene tra le dita una margherita. Che si tratti del “fiore azzurro nella terra della tecnologia” di cui parlava Benjamin pensando al “blaue Blume” di Novalis, immagine romantica di un’età dell’oro in cui l’uomo era tutt’uno con la natura e che, nelle mani di Benjamin, si fa immagine di speranza, di redenzione messianica?
L’ultimissima lettera di Benjamin è scritta il 25 settembre 1940 da Port-Bou e indirizzata a Henny Gurland e Theodor Adorno – un documento sorprendente, assolutamente diverso dagli altri. È l’unico manoscritto, il più conciso in mostra con le sue cinque righe, che riesco a decifrare senza l’ausilio delle didascalie. È redatto su un foglio poco più piccolo di un A4, gigante in confronto agli altri documenti di Benjamin. Diversa anche la calligrafia: piana, rotonda e non più ispida, la stesura ferma. Non traspare alcuna inquietudine del filosofo a un passo dalla fine e in bilico tra Francia e Spagna, tra Europa e Stati Uniti, tra il tedesco e il francese. “La mia vita terminerà in un paesino dei Pirenei in cui nessuno mi conosce”, leggo, e resto interdetto nel non riuscire a mettere insieme il pensiero e la sua iscrizione grafica.

Chi conosce bene le vicende benjaminiane e le ipotesi più o meno fondate sorte attorno al suo decesso – emorragia cerebrale, suicidio con assunzione di morfina, persino assassinio per mano di guardie staliniste o della Gestapo – starà ora scuotendo la testa, consapevole che ho preso un grosso abbaglio. In realtà l’originale dell’ultima lettera di Benjamin fu distrutto da Henny Gurland dopo averla mandata a memoria. Fu lei stessa a ricostruirne il contenuto una volta al sicuro in Spagna, per comunicarne il contenuto ad Adorno. In fondo è quello che ci insegna Walter Benjamin Archives: il vincolo indissolubile tra esperienza e ricordo, che questo passi attraverso delle foto, degli oggetti collezionati, delle note, dei disegni o, come nel caso dell’ultimo pensiero di Benjamin, attraverso la penna di un testimone.
- Rubriche
- 4 gennaio 2012






trovarsi di fronte ai frammenti materiali di Benjamin dev'essere un'esperienza-ricordo indelebile. grazie per il bel pezzo!
Gentile Riccardo Venturi,
La ringrazio dal profondo del cuore per aver scritto e condiviso questa splendida biografia del mio (così come Suo e di altri...) Benjamin.
Le dico solo che l'aura benjaminiana irradia anche dalle sue parole e la mia non è affatto retorica o facile lusinga, dato che, causa sventura costituitiva (utilizzo la sedia a rotelle), non sono potuta andare a vedere la mostra.
Grazie a Lei è come se ci fossi stata...è come se la glossa, il tentativo di parafrasare, di rendere leggibile Lei l'avesse fatto su Walter scrivendo di lui, del suo vissuto...ed io fossi stata testimone inconsapevole di ciò.
Un profondo e sentito ringraziamento per la meravigliosa foto (che ho salvato sul desktop, centrata, su sfondo nero), in cui Benjamin "cammina lungo un fiume con il profilo di una chiesa sullo sfondo; la postura è raccolta, lo sguardo assorto e obliquo verso il basso, come non fosse che tiene tra le dita una margherita".
Da questa Sua descrizione riluce un meraviglioso ritratto.
E poi, qualche riga dopo, Lei, quasi a svelare mondi di sogno da quella foto, parla del "fiore azzurro" accostandolo all'immagine di speranza, di redenzione...
Quando Le sono grata!
Nella mia traccia di Dottorato mai realizzata avrei voluto dedicarmi alla salvezza benjaminiana, intesa come possibilità, geme di vita in ciò che è compiuto, giunto alla fine...e tra le immagini di redenzione, (stella, angelo ecc...) naturalmente ci sarebbe stato anche, forse proprio all'inizio, il fiore come "potenza dopo l'atto" splendore, vita in ciò che è obsoleto, abbandonato a se stesso perchè "non serve più" , buttato via...
Ma, restituendo io inconsapevolmente, come uno specchio, un riverbero benjaminiano, non ho passato quel concorso perchè maldestra anch'io, perchè amante come Walter le piccole cose, magari intrecciate tra loro nel loro essere disparate...e la filosofia con la "F" maiuscola è per chi non fa "confusione" ed espone in maniera lineare idee chiare e distinte. Io, come Lei ed alri, amo Benjamin, proprio quel kitch onirico, quel compenetrarsi e condensarsi di cose diverse che fà del sogno un segreto affascinante.
Leggendo il Suo articolo mi sono commossa: ho passeggiato insieme a Lei tra i supporti benjaminiani restando ferma davanti al mio PC: una "dialettica nell'immobilità"....
O, se preferisce, "l'apparizione unica di una lontananza, per quanto possa essere vicina"
E, se Lei mi chiedesse "Was ist Aura?" io, sperando che Benjamin mi guardi, gli risponderei "il fantasma di cio che non è mai stato, che non ho vissuto ma che non mi lascia stare".
Infatti, ora che ho salvato quella fotografia sul desktop, facendola emergere dallo sfondo buio, all'accendersi del mio computer, essa mi apparirà davanti, tanto spesso quanto basta per soffermarmici con lo sguardo, scrutandone ogni dettaglio, ogni piccola sfumatura. Perchè della cosa minori sono le dimensioni, maggiore è la sua importanza. I bambini lo sanno. E' il segreto dell'incanto del loro sguardo sul mondo.
Ed io, nel mio piccolo, banbina lo sono, lo sono sempre stata.
Come chiunque ami Benjamin è.
Ancora una volta un commosso "grazie".
Silvia.
Correggo qualche mio errore di battitura: "germe di vita", "Amo in Benjamin proprio quel kitch onirico" e mi sono mangiata una "t" da qualche parte...
Grazie, Portate pazienza, come ho scritto, sono piuttosto maldestra...l'elemento di novità in questo mio riscrivere sul già scritto è che mi firmo per intero...
Un caro saluto,
Silvia Migliaccio
Gentile Riccardo Venturi,
Mi perdoni, ancora una volta.
Scorrendo nuovamente con lo sguardo il mio commento, mi sono accorta d'essermi - involontariariamente - rivolta a Lei dandoLe del "tu"... ero così presa, immersa nei miei sogni ad occhi aperti, in un'atmosfera di fantasmatica confidenza, che avrei voluto - colpita dalla Sua sensibilità che traspare dalle Sue parole e immagini - conoscerLa da sempre...e così mi è sfuggito un "gli" invece di un "Le (risponderei)" ...
Arrivederci,
Silvia Migliaccio.
Cara Silvia (posso?),
la ringrazio di cuore per le sue parole su Benjamin e su quanto lasciano trasparire in filigrana. Mi hanno colpito e commosso, ed è solo dopo averle lette che mi sono reso conto dell’importanza che il nostro beniamino – il “figlio della felicità” – ha per lei, per me come per tanti altri.
Siamo rimasti indifferenti, disinteressati, a volte ostili, nei confronti di quei pensatori della “totalità” e non dell’“infinito”, per riprendere i termini di Levinas. Sì, a volte siamo rimasti affascinati davanti alle architetture mirabili allestite dai pensatori della totalità, davanti alla loro capacità di organizzare il disordine, di creare cristalli di senso, orizzonti nitidi cui non sfugge neanche il filo d’erba. Ma abbiamo anche sentito che le parole di questi pensatori della totalità non ci parlavano, non giungevano fino a noi, non risuonavano con la nostra esperienza, con il nostro sentire. Che erano documenti puntigliosamente elaborati piuttosto che testimonianze.
Con Benjamin le cose sono andate altrimenti. Più che un filosofo tedesco del XX secolo, Benjamin ci appare come un complice. Ci siamo affezionati al progetto incompiuto che è la sua opera e la sua esistenza, al senso di incompletezza e di fragilità del suo pensiero, delle sue parole, della sua vita, persino ai suoi insuccessi universitari (anche io, come lei, maldestri – o non raccomandati? – ho fallito il concorso di dottorato in Italia). Abbiamo riconosciuto in questa fragilità una forza sconosciuta, quella di chi resiste a chiudere il cerchio, a irrigidire, a definire.
Il destino di Benjamin si è caricato di un’intimità che ci è, in qualche modo e per ragioni diverse, familiare – come se ognuno avesse i suoi Passages, la sua Port Bou, il suo fiore blu, il suo angelo. Per questo una foto come quella di Gisèle Freund può caricarsi di un senso di sospensione, di tregua, una foto in bianco e nero colorata dal fiore della speranza. E sempre per questo ho sempre amato i carteggi di Benjamin. Le sue lettere dall’Italia mi hanno insegnato a osservare il nostro Paese con occhi diversi, persino ad amare Napoli in un momento in cui, in trasferta partenopea per motivi di studio, la “porosità” della città era un ostacolo più che il segreto per coglierla nelle sue viscere.
Insomma, abbiamo sentito che è possibile pensare assieme e attraverso Benjamin, che la sua resta una parola non-finita, aperta, che può essere riformulata senza utilizzare i suoi stessi termini. E’ la ragione per cui lo preferisco ad Heidegger, che non sono mai riuscito a spiegare se non riutilizzando le sue stesse parole, il suo “linguaggio dell’autenticità”, se non parafrasandolo, “scimmiottandolo”, se non diventando una brutta caricatura. Benjamin, al contrario, lascia visibili le tracce e le peripezie del suo pensiero, come se non scrivesse il pensiero ma il pensare, non il senso compiuto ma il farsi del senso, non l’esposizione dei risultati ma il groviglio che li precede.
Davanti ai pompieri della filosofia che estinguono sotto il getto dell’erudizione ogni anomalia, che esorcizzano le inquietudini del pensiero, Benjamin ha acceso e alimentato fuochi. Sta ora a noi continuare a soffiarci sopra.
Con i miei più sentiti auguri per i suoi progetti,
Riccardo Venturi
PS
Le consiglio di procurarsi il catalogo della mostra, che è ben fatto. Mancano solo alcuni documenti video in cui Adorno, Scholem, Hannah Arendt ricordano il loro amico. A proposito, conosce il bellissimo catalogo di Arno Gisinger e Nathalie Raoux, Konstellation. Walter Benjamin en exil, Editions Trans Photographic Press 2010? Sono sicuro che le piacerebbe molto. Mi permetto infine di segnalarle un’altra recensione sulla mostra che ho scritto per “Alias – Il Manifesto” il 18 dicembre scorso.
Caro Riccardo (posso anch'io?)
Anche la Sua risposta mi ha molto commossa...
Lei ha toccato il cuore di di ciò che mi è così caro in Benjamin. Proprio quella fragilità dell'esistenza, quella sua incompiutezza è ciò che fa sì che io senta - come Lei e tanti altri del resto - Benjamin così vicino....
Fragilità, incompiutezza erano anche le fibre più delicate del mio mai stato tema di Dottorato... traccia che tuttavia, nonostante la delusione ancora cocente, non ho gettato via, bensì conservato nel cassetto...perchè di fragilità, incompiutezza, amore per ciò che fugge ne sento la contingente necessità, la necessità contingente di scrivere non "dell'esistenza", ma di scrivere dall'esistenza, dalle fragilità che le nostre contingenze di vita, e noi stessi in quanto esseri accidentali siamo...perchè accidentale è la nostra essenza nell'esistere stesso.
Ho capito anch'io quanto sconveniente possa essere l'essere ontologicamente incompiuti se si vuole entrare nell'istituzione universitaria.
Certo, avrei potuto far finta di non conoscere il mio - Suo - Walter, e reificarlo, levigarlo, lucidarlo, semplificarlo per passare quel concorso...ma avrei tradito lui e me. Non avendo fatto questo...
Ma, dato che lo straordinario è proprio nello sprofondare in se stessi in ciò che dall'ombra trama per venire alla luce....eccoLa qui, sì proprio Lei, mio caro (a proposito di confidenza...mi concede l'espressione?) Riccardo.
Aver letto la sua appassionata risposta mi ha reso lieta...lieta a tal punto da sentirmi felice...
Concordo appieno quanto Lei dice riguardo al fatto che ognuno di noi può avere - per ragioni diverse - i suoi Passages, la sua Port Bou, il suo fiore blu, il suo angelo...per me è proprio così
E anch'io, come Lei e come coloro che amano Benjamin, ho riconosciuto nella fragilità benjaminiana una forza sconosciuta...la stessa che mi ha insegnato ad amare il mio fedele male di vivere, la disperazione, la depressione che imcombe quando, sprofondando in me stessa, penso di non aver più speranza.
Walter mi ha insegnato ad amare ciò che fugge.
Perchè l'amore è necessario e simultaneamente contingente.
Questa, credo, sia la salvezza benjaminiana
P.S. La ringrazio dal profondo del cuore per i consigli. Farò il possibile (sulla base di quanto
la mia fragilità fisica mi consente) per procurarmi il catalogo della mostra. Grazie anche per avermi segnalato la sua recensione, che cercherò sicuramente con enorme piacere.
Nel congedarmi, mi consenta di tingere questa confidenza che aleggia nell'aria tra me e Lei, di speranza: gradirebbe, liberissimo dal declinare la cosa, se le inviassi via posta o per altro tramite a Sua discrezione la mia Tesi di Laurea sull'immagine dialettica benjaminiana e la mia (ormai obsoleta) traccia di Dottorato sulla salvezza benjaminiana....Le assicuro di non aver affatto cattive intenzioni, semplicemente ho colto un'affinità elettiva tra il mio ed il Suo sentire tanto intensa da indurmi a pensare che forse reale e virtuale possano incontrarsi, dando ragione, almeno per una volta, ad un filosofo concettuale come Deleuze....
E chissà che non sia possibile incontrarci di persona.
Ne sarei lieta.
Lei non sa quanto.
Sperando di non essere stata indelicata, indiscreta od inopportuna, attendo Sua gentile risposta
La ringrazio nuovamenteperi avermi concesso così tanto del suo cuore e della sua sensibilità.
A presto, se Lei vorrà...
Silvia Migliaccio
Cara Silvia,
mi farebbe molto piacere ricevere e leggere il suo lavoro benjaminiano, così come continuare la nostra conversazione. Ma forse questa rubrica è troppo stretta e sospesa tra il domestico e il sociale, un po' come un passage.
Che ne dice di lasciare il suo indirizzo mail a: info@doppiozero.com ?
A prestissimo spero,
Riccardo
Caro Riccardo,
Seguirò il Suo consiglio.
La ringrazio, per l'ennesima volta, di cuore
A prestissimo.
Silvia.
posso dire che la bellezza del reportage di Venturi è pari alla bellezza del dialogo fra il Venturi suddetto e la signora Migliaccio? un grazie di cuore a tutti e due: de l'ame pour l'ame.
Eu também fiquei emocionada pelo lugar de quem imagina a escrita como sopro na alma. Obrigada pelas palavras Silvia e Venturini.