“L’uomo senza talento” di Yoshiharu Tsuge

È spesso bizzarro il destino di alcuni testi che la critica, il pubblico e il passare del tempo finiscono per elevare al rango di capolavoro. L’uomo senza talento di Yoshiharu Tsuge appartiene senza ombra di dubbio a questa categoria: penultimo libro pubblicato in vita dall’autore prima del ritiro dalle scene, questo manga ha nel tempo conosciuto un seguito sempre più ampio a livello internazionale, superando la ritrosia del proprio autore e arrivando a diventare uno dei testi imprescindibili per comprendere a pieno le potenzialità espressive della letteratura disegnata. Ma facciamo un passo indietro. Il percorso da autore di Yoshiharu Tsuge è stato lungo e tortuoso, tanto quanto le sue vicende esistenziali. Il suo talento è precoce e fulminante, con opere che l’allora appena diciassettenne Tsuge realizza nel segno dei primi lavori noir di Yoshihiro Tatsumi. Ma il desiderio di dare forma alle proprie storie sarà per il mangaka sempre intrecciato con un profondo disagio esistenziale che con il tempo diverrà vera e propria malattia. Malgrado i ricoveri e un tentativo di suicidio Tsuge tornerà sempre al manga, prima come assistente di giganti quali Sampei Shirato e Shigeru Mizuki e poi nuovamente come autore sulla rivista di culto Garo. Quelle pagine segnarono uno spartiacque non solo nella vita dell’autore. Sono storie che mescolano introspezione e sperimentalismo, considerate oggi a ragione come vette assolute della storia del manga del secondo ‘900. Ma il percorso professionale di Tsuge continuò ad essere estremamente tortuoso e si interruppe nel 1987, quando l’autore, allora appena cinquantenne, diede alle stampe la sua ultima opera, Betsuri.

 

 

L’uomo senza talento, pubblicato a puntate fra l’85 e l’86, costituisce dunque l’ultima opera compiuta dell’autore prima del forzato autoesilio e rappresenta anche una ulteriore evoluzione nel suo stile, andando ancora più a fondo in quell’approccio legato all’introspezione che ne fa l’esempio forse più compiuto del watakushi manga, il “fumetto dell’io” in cui le parole e il disegno si fondono per sondare le profondità dell’animo del proprio io narrante. Questo libro così speciale arriva finalmente oggi anche nel nostro paese grazie all’encomiabile lavoro della bolognese Canicola e di Vincenzo Filosa, uno dei fondatori della casa editrice che ne ha curato traduzione ed edizione. 

 

Ma cosa si nasconde di così unico in questo testo, a prescindere dall’aura di maledettismo che circonda il suo autore e il suo sventurato percorso esistenziale? L’uomo senza talento è a prima vista un fumetto di una semplicità quasi sconcertante. Un uomo, intuiamo autore di manga un tempo anche apprezzati da pubblico e editori, vive in condizioni di estrema povertà con un figlio piccolo che gli fa da angelo custode e una moglie che palesemente lo disprezza. Ossessionato dal desiderio di diventare ricco, questo doppio di Tsuge rinuncia drasticamente a una possibile carriera da fumettista per imbarcarsi in un’impresa al limite dell’assurdo: vendere pietre trovate lungo l’argine del fiume che scorre vicino a casa. Tradizione antica ma ormai fuori moda, quella del collezionismo di pietre dalle forme curiose e rare fu invero in Giappone attività un tempo seguita e amata, oltre che per alcuni fonte di ottimi affari.

 

 

Ma il fiume lungo il quale vive il protagonista è noto per essere caratterizzato da un fondo di rocce assai comuni, pezzi ordinari, normali, uguali a mille altri, oggetti privi di interesse che il protagonista, armato solo della propria assurda volontà, decide di innalzare al rango di opere d’arte. Poco importa che non riesca a venderne nessuna e che tutti lo prendano in giro per questa scelta bislacca che ha portato la sua famiglia alla rovina. Il protagonista, pur tentennando in balia della propria insicurezza, persevera. Prima o poi anche quelle sue pietre potranno trovare chi sarà in grado di apprezzarle. In un contesto a prima vista narrativamente minimale, Tsuge mette in realtà in scena una dichiarazione di poetica radicale e massimalista: il centro dell’opera è ciò che il resto del mondo considera obsoleto e privo di interesse, secondo una torsione morale, estetica e politica con la quale l’inutile, inteso come ciò che innanzitutto è programmaticamente non in grado di produrre utile, diventa per il proprio artefice motore per una impossibile realizzazione.

 

L’uomo senza talento poggia la sua grandezza su un altro paradosso. Uno dei più grandi capolavori del fumetto giapponese ha come protagonista un mangaka che rifiuta radicalmente il fumetto. Ma a cosa si sottrae veramente il protagonista di Tsuge? Non di certo alla ricerca della poesia e della bellezza, non di certo alla sete di storie e nemmeno in fondo ad alcune regole della narrazione seriale più popolare. Ciò che Tsuge e il suo protagonista vogliono eliminare, in modo più o meno inconsapevole, è l’assoggettamento automatico al sentire comune e alla sua trasformazione in pragmatismo (e qui potremmo includere il processo industriale alla base del manga) in favore di un radicale approccio individuale. Il narratore del libro insegue, spesso in modo grottesco e patetico, il successo e il denaro, ma non è in fondo questo ciò che lo interessa veramente. Il motore della sua tragicomica flânerie, ciò che attrae il suo essere narratore, sono altri outcast come lui, con le loro storie al limite del verosimile, che compongono un piccolo universo di esclusi. I personaggi di Tsuge, nel loro essere relegati ai margini della società, nel loro essere programmaticamente degli sconfitti, hanno saputo sperimentare sulla propria pelle qualcosa di più profondo, un groviglio di sentimenti in grado di metterli in comunicazione diretta con la natura più segreta del vivere.

 

 

L’uomo senza talento diviene così epopea di un microcosmo di personaggi indimenticabili che hanno fatto della “conquista dell’inutile” il cuore pulsante di un talento e di un sentire\raccontare altro. L’uomo senza talento è un fumetto dominato da un tratto tanto minimale quanto estremamente dettagliato dove a forgiare la narrazione sono i silenzi, che scandiscono il ritmo che lega le parole alla precisione di un segno in costante negoziazione con il vuoto\pieno della pagina bianca, segno che arriva ad elevare il realismo verso forme di pura astrazione. L’introspezione poi è in continuo dialogo con il mondo esterno e in particolare con la natura, come nella più piena tradizione della poesia giapponese, ed è proprio il paesaggio e il mondo animale, restituito con una cura vivida ed estrema per il dettaglio, a essere al contempo specchio e testimone alle vicende dei personaggi. Un libro certamente doloroso, quello di Tsuge, che distilla nella sua semplicità una molteplicità di registri e che immerge il lettore nel sublime mistero che si cela nella quotidianità. 

 

Yoshiharu Tsuge, L’uomo senza talento 

Traduzione di Vincenzo Filosa 

224 pagine in b/n, 15×21, 

19 euro.

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