Empatia

Nel 2006, parlando agli studenti della Northwestern University a Chicago, Barack Obama stigmatizza l’esistenza di un “empathy deficit”. Il riferimento all’empatia come fatto positivo è assai frequente nei discorsi del presidente americano, mentre sembra quasi assente nel frasario del suo predecessore, George W. Bush. Tre anni dopo il primatologo Frans de Waal pubblica un libro L’età dell’empatia, e nel medesimo anno esce il libro dell’economista e futurologo Jeremy Rifkin, La civiltà dell’empatia. Da quel momento in poi il tema si diffonde a macchia d’olio e diventa sempre più consueto parlare della capacità di immedesimarsi in un’altra persona fino al punto di coglierne i pensieri e gli stati d’animo. Ma cosa significa esattamente “empatia”? Perché e come è possibile “mettersi nei panni degli altri”?

 

Uno studioso di estetica, Andrea Pinotti, spiega in un ampio studio apparso da poco (Empatia. Storia di un’idea da Platone al postumano, Laterza), che il termine viene dal greco empatheia, composto da en, in, e pathos, affetto; tuttavia a noi moderni la parola arriva dal lessico tedesco: Einfühlung: ein, dentro, e Fühlung, emozione, equivalente dell’inglese feeling, termine che usiamo con una certa frequenza. Ma come si fa a capire l’emozione che c’è dentro l’altro? Dai segni esteriori, dalle espressioni del viso o degli occhi, dal tono di voce, dai movimenti delle mani e del corpo. Insomma guardando il “fuori” per capire il “dentro” dell’altro, un dentro che è altrimenti inaccessibile.

 

A introdurre nel nostro lessico questo termine sono stati due romantici tedeschi, J. G. Herder e Novalis che usarono il termine Einfühlung per spiegare la risonanza che gli oggetti estetici (opere d’arte, quadri, statue, poesie, ecc.) hanno nell’animo delle persone. Insomma, come ha ben inteso Obama, l’empatia richiede un assetto ricettivo, e insieme una virtù proiettiva, dal momento che capiamo gli altri a partire da noi stessi. Herder lo aveva scritto a chiare lettere: “Nel grado di profondità del nostro amor proprio sta anche il grado della nostra simpatia nei confronti degli altri, poiché in un certo modo possiamo sentire noi stessi solo negli altri”. La comprensione dell’altro avviene per via analogica.

 

S’appella all’empatia nei suoi interventi televisivi Roberto Saviano, e parla di empatia per spiegare il successo del suo ultimo libro Massimo Gramellini; e altrettanto potrebbero fare autori di canzoni di successo e di film di cassetta. Ma si tratta di un sentimento che attraversa tutte le culture in tutti i tempi?

 

Pinotti cita uno studioso giapponese della sfera emotiva, Takie Lebra, che spiega come nella sua lingua non esista la parola; quella che più si avvicina sarebbe omoiyari, che suggerisce l’identificazione con una condizione di vita migliore della nostra e non con lo stato sofferente di chi è messo peggio di noi. Bisogna però fare una distinzione tra “compassione” e “empatia”; la filosofa Martha Nussbaum in Intelligenza delle emozioni (il Mulino), spiega che l’empatia si prova prima di tutto in situazioni gioiose, mentre la compassione funziona solo nei confronti di chi si trova in uno stato negativo. Dunque, molti dei sentimenti empatici suscitati da situazioni si sofferenza si devono attribuire più precisamente alla compassione.

 

Detto questo, resta il problema da dove sorga l’empatia. Le neuroscienze ci hanno fornito da poco una spiegazione: i neuroni specchio. Giacomo Rizzolatti e i suoi collaboratori hanno rilevato l’esistenza di neuroni che permettono di comprendere i gesti degli altri proprio come se li stessimo compiendo noi; è quella che Vittorio Gallese ha chiamato “simulazione incarnata”. Ma se le cose stanno così, se tutti abbiamo i “neuroni specchio”, come spiegare azioni come quelle dell’attentatore dell’aeroporto di Burgas, di qualche giorno fa, o dello sparatore di Denver, durante il film di Batman, e gli altri terribili casi degli anni scorsi?

 

La domanda è cruciale e uno studioso di Cambridge, Simon Baron-Cohen, cerca di darci una risposta in La scienza del male. L’empatia e le origini della crudeltà (Cortina), pubblicato in queste settimane. Vi sarebbero due tipi differenti di situazioni che contemplano un abbassamento a zero del grado di empatia presente nelle persone: una negativa e una positiva. Al primo gruppo, analizzato in dettaglio da Baron-Cohen appartengono i borderline, gli psicopatici e i narcisisti; mentre i primi possono commettere atti crudeli (lo psicopatico percepisce perfettamente quando fa il male), il terzo è solo fortemente egocentrico, ma non riesce, come gli altri due, a riconoscere l’importanza della bidirezionalità nelle relazioni. Al gruppo zero positivo appartengono invece coloro che sono affetti dalla sindrome di Aspenger, resa celebre dal film Rain man, e più in generale tutte le persone autistiche.

 

Questa parte dello studio dello psicologo suggerisce considerazioni interessanti sulla mancanza di empatia e sulla contemporanea capacità, che possiedono queste persone, d’analizzare solo una cosa per volta, in modo ossessivo, e spesso geniale. L’empatia richiede infatti di contemplare contemporaneamente, e ad alta velocità, punti di vista diversi e stati d’animo fluttuanti nel corso dell’interazione sociale. Non sempre noi tutti siamo così rapidi e capaci di sintonizzarci sulla lunghezza d’onda dell’altro. Forse, al contrario di quanto pensano i neuroscienziati, non basta la fisiologia, ci vuole anche un po’ di ideologia, ovvero di allenamento continuato e costante, offerto dalla società, all’altruismo introspettivo.



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Commenti: 23

Riccardo Massidda Mar, 31/07/2012 - 12:01

interessante è il gradiente di Baron-Cohen sul deficit di empatia che va da forme dello spettro autistico verso manifestazioni più distruttive. c'è carenza di empatia(solidarietà) per cui ne sentiamo maggiormente la mancanza?rimetterci nei panni dei più deboli ci permette di ricostruire quella rete sociale di cui parla Pietro Barbetta? grazie

Silvia Migliaccio Mar, 31/07/2012 - 12:16

Egregio Prof. Belpoliti,

Nel mio piccolo e senza presunzione alcuna, mi permetta di esprimere alcune considerazioni sul suo erudito, ricco, articolato, contributo.
A mio modestissimo parere, la sola empatia possibile fa ritornare a se stessi, in quanto, come riluce dalle bellissime pagine di Susan Sontag "Davanti al dolore degli altri" non è possibile "capire" il dolore dell'altro.
Date le seguenti premesse quindi, proseguo dicendo che il dolore, proprio perchè pathos e affetto - come Lei opportunamente sottolinea - è inesprimibile, è ciò che Benjamin chiama "esperienza interiore" un grande dolore che, come il filosofo sottolinea - in particolar modo nei "passages di Parigi" e ne "il Narratore" - si "consolida e si propaga" si accumula ed espode".
Dentro,
E' il morente. Per questo ritengo non ci possa essere alcuna identificazione o rispecchiamento nell'altro, così come ritengo sia inopportuna e fuorviante qualsiasi ricerca di significato, la quale rimanda all'interpretazione di "cos'è empatia".
L'empatia credo non sia un concetto, un'idea, qualcosa da concettualizzare. Perchè si possa concettualizzare è necessario afferrare.
Ma non è possibile afferrare l'nafferrabile.
Così come, - e lo dico grazie a esperienza personale - scrivere poesie non serve a nulla, non sono specchi in qui ci si può riconoscere (ma poi, davanti allo specchio, ci si riconosce veramente?) o in cui riflettersi.
L'empatia che nella poesia si manifesta, è, credo, ritornare a se stessi, essere restituiti a sè.
Forse l'emozione riluce proprio nell'aura benjaminiana, quell'incorniciatura luminosa in cui l'oggetto è calato come in un fodero (cfr. Benjamin "Sull'Haschisch") ma che essendo un'apparizione che compare per un breve attimo prima di scomparire (cfr. Benjamin "Breve storia della fotografia") è quindi soggetta all'apparizione e alla scomparsa:
un fantasma quindi, quel "qualcosa di spettrale che appare nella prime fotografie" (cfr. I passages di Parigi").
Questa è, e con ciò mi dispongo a concludere, a parer mio, l'empatia: ritornare a sè, ai propri fantasmi che aleggiano intorno a noi in ogni momento della nostra vita, fantasmi che vorticosamente ritornano, restituendo ciascuno a sè stesso, all'incompiuto del proprio cuore.

Mi scusi per il mio essermi dilungata, ma sentivo il bisogno di condividere, in uno spazio comune come "doppiozero" riflessioni che, nonostante i riferimenti benjaminiani, possano essere condivisibili.

Mi congedo, ringraziandoLa per gli autori e le opere da Lei citate.
Ne farò tesoro.

Distinti Saluti,
Silvia Migliaccio.

marco liberatore Mar, 31/07/2012 - 12:36

Tra la fine degli anni novanta e l'inizio degli anni 2000 alla Statale di Milano si parlava spesso di empatia in ambito estetico e morale. Era un momento di rinascita di alcuni studi fenomenologici. Essere introdotto a quei pensieri e a quei discorsi da Andrea Pinotti, e Laura Boella (tra gli altri) è stato un momento importante di crescita culturale e personale. Da allora il mio approccio alla filosofia non stato più lo stesso.

marco liberatore Mar, 31/07/2012 - 12:38

errata: "Da allora il mio approccio alla filosofia non è stato più lo stesso".

Silvia Migliaccio Mar, 31/07/2012 - 12:43

Mi scuso per le due sviste di battitura presenti nel mio commento e Le chiedo umilmente perdono qualora abbia avvertito un tono a Lei non gradito nelle mie parole.

Le rinnovo il mio più sentito ringraziamento.

Distinti Saluti,
Silvia Migliaccio.

Sterzi A. Mar, 31/07/2012 - 13:12

Io personalmente non credo nell'empatia, non credo in generale che si possano condividere sentimenti (che siano di gioia o di dolore). Credo che in atti come quello di Denver non ci sia altro che il non senso, una scelta dell'individuo di fronte alla vita e alle sue frustrazioni di prendere la via della distruttività ( ha quindi a che fare con un'assenza di senso, piuttosto che di empatia ). L'uomo è un animale fondamentalmente egoista, anzi l'egoismo è un principio che regola la vita di tutti gli animali, perciò nell'idea dell'empatia trovo ci sia una certa forzatura.

Silvia Migliaccio Mar, 31/07/2012 - 15:16

Sono d'accordo con te, Sterzi A.

Anch'io ritengo non sia possibile condividere sentimenti (di gioia e di dolore che siano) e, pur concordando con te riguardo l'egoismo umano, penso tuttavia che si debba insistere su ciò che è comune,,che riguarda tutti, nessuno escluso.
E' dall'egoismo estremizzato che credo nascano autoreferenzialità e, nella sua accentuazione più intensa sovradeterminazione e sadismo di chi arriva ad oltrepassare gli altri con ostentata erudizione nei casi meno grave o con atti di assoluta, ingiustificabile follia ritenendo l'altrui presenza accidentalità disturbante la propria sopravvivenza, qualcosa su cui "vivere sopra" appunto, non pensando che è l'accidentalità ciò che accomuna ciò che è umano e animale.
Anche a me il termine empatia non entusiasma.
Credo però ci sia un'ineludibile stato di bisogno, che tocca ed affetta tutti.
Ego - ismo come tutti gli -ismi come ad es (totalitari - smo ecc...) è anch'esso, a parer mio, una forzatura.
Ed oltre ad esso, negli aminali c'è anche quello che in etologia chiamano "attaccamento".
Che poi si venga abbandonati e per (troppa) solitudine ed incapacità di fare fronte ad essa, si infligga e/o ci si infligga morte, è qualcosa su cui tutti, credo siamo chiamati a interrogarci e a fare i conti, magari mettendo in campo, praticamente, esitazione ed amabilità.

Ciao caro, complimenti per i tuoi commenti,
Ti leggo con stima.

Silvia.

Sterzi Alessandro Mer, 01/08/2012 - 05:07

Sì, sono d'accordo sull'insistere su ciò che è comune e penso inoltre che bisogna insistere sulla questione del senso. In un'azione distruttiva non possiamo semplicemente pensare che ci sia un caso patologico, qualcosa di sbagliato, come un meccanismo di un orologio che non funziona più bene. Non penso si possa semplicemente affermare che nel caso di Denver ciò che è mancata è l'empatia. Se si riduce la questione ai neuroni specchio (un tema su cui ammetto la mia totale ignoranza), mi pare che ciò che si perda sia la questione del "perchè". L'azione di Denver non è meno insensata dell'agire del capitalista che passa tutta la vita ad accumulare denaro, non è meno insensata della libertà come noi la concepiamo oggi -- essenzialmente libertà di fare quello che si vuole. Noi oggi, se abbiamo i soldi, possiamo fare quasi tutto, ma la domanda sul senso dell'agire rimane aperta. Detto questo, non penso che l'egoismo vada condannato. L'egoismo esiste anche negli animali; un animale lotta per sopravvivere, vive per crescere, per sfogare la sua forza. Ma tutto questo, nonostante l'egoismo, rimane innocente. C'è un passo molto bello in Delitto e castigo in cui un ubriacone racconta di come va a spendere tutti i soldi della famiglia per bere. L'egoismo di questo bevitore che trascura la sua famiglia per un vizio rimane innocente, al di là di tutto. E Dostoevskij fa dire a questo signore che dio è venuto proprio per quelli come lui, per i deboli. Non viene dio a perdonare i campioni dell'altruismo, i campioni di empatia, ma viene per gli ultimi, per i più egoisti paradossalmente, per coloro che non credono di meritarsi un posto in paradiso.

Silvia Migliaccio Mer, 01/08/2012 - 12:28

Caro Sterzi A.

Concordo con te su tutta la linea.
Dell'egoisno del capitalista che accumula denaro e che crede di meritarsi per questo un posto in paradiso ne so qualcosa.
Sono d'accordo sul fatto che non si possa giustificare azioni come quella di Denver semplicemente come mancanza di empatia.
Avendo già sottolineato, insieme a te, quanto possa essere insufficiente questo termine, credo che il problema (o l'intreccio di più problemi) sia l'indifferenza. Pensare "io di una cosa simile non sarei mai capace" oppure "A me questo non capiterà mai" .
In altri termini: la superbia.
Se c'è vergogna, credo che questa la si senta proprio quando si è ultimi, quando si è nudi, esposti al mondo. Da una prospettiva che avvicina le cose, si vede, credo, anche l'indifferenza superba di chi si pensa immune dalla violenza (sia essa arrecata che subita).
E' questa virtualità cercata tendenzialmete da tutti e messa in atto (lo si spera sempre, almeno) da alcuni (anche se tanti) che fa male: è perseguire una purezza incontaminata da incrostazioni corporee, che nella ha a che fare con l'umano, che fa male.
Nietzche, come certamente tu, carissimo Sterzi A., saprai, dice in un frammento che dall'egoismo deriva ogni grande amore" e se il corpo è nietzchianamente, la "grande ragione" e la sensibilità delle forze così come sottolinea Deleuze che interpreta Nietzsche, la manifestazione della volontà di potenza, credo che il volersi immunizzare per rifuggire da ciò che si è, sia l'origine a cui ritornare ad interrogarci.
E, concordo con te, tutto questo non è una questione di empatia.

Un caro saluto,
Con rinnovata stima,
Silvia.

maria Gio, 02/08/2012 - 10:16

Che argomento inesauribile! Credo che l'empatia non possa esserci se non a partire da un sentimento di comunanza. Neuroni specchio a parte, o forse proprio grazie a una loro ancora non ben compresa raffinatezza, per essere empatici occorre sentirsi in qualche modo comuni all'altro, pur nella diversità. Più si riescono a cogliere aspetti condivisi, condivisibili, anche solo immaginariamente condivisibili con chi ci sta di fronte, più si sarà empatici, credo. Più è diverso da me il soggetto, più è difficile trovare aspetti comuni - ma animali, piante, pietre, il cosmo intero - possono offire aspetti di comunanza. Più si amplia il sentimento del proprio piccolo "io", più si sarà capaci di provare empatia, anche per esseri che appaiono profondamente diversi da noi. Forse l'empatia è una sorta di capacità metaforica che travalica le capacità linguistiche per approdare nel territorio delle capacità emotive. Grazie a doppiozero e ai suoi autori per le sempre interessanti riflessioni.

Silvia Migliaccio Gio, 02/08/2012 - 17:20

Quando si dice aver centrato il punto.
Complimenti Maria!
Adoro le capacità metaforiche e se consentono di approdare nel territorio delle capacità emotive, di ogni vissuto singolare e comune, ecco che allora ha davvero importanza e consistenza pratica la loro funzione di "transfert": non solo linguistico, ma anche d'amore, sia pure con sfumature differenti!

Grazie!

Assunta Gio, 02/08/2012 - 21:42

" Temevo che Aboulaye non avesse un soldo in tasca, ma non volevo chiederglielo per non offenderlo. Allora ho comprato un panino per entrambi e l'ho lasciato lì, sul sedile. Poi mi sono addormentato e al risveglio lui non c'era più. Nel sogno desideravo potessimo stare insieme su un treno che attraversava la Francia (forse) , e stessimo lì senza sapere dove stavamo andando, raccontandoci le nostre storie. "

G. Celati - Passar la vita a Diol Kadd

Leggendo di Empatia ho ripensato alla chiusa del libro di Celati e ho deciso di trascriverla qui. Grazie.

Sterzi Alessandro Sab, 04/08/2012 - 05:08

Contraccambio la stima e condivido pienamente ciò che ha scritto. Per me il problema della superbia, l' incapacità di essere umili mi sta molto a cuore (io stesso ho difficoltà in questo senso). Riuscire ad unire un sano egoismo con l'umiltà, col saper prendere partito per chi in questo mondo è ultimo è la cosa più difficile, ma allo stesso tempo fondamentale. Significa riuscire ad avere uno sguardo diverso sulla vita, non più relegata al luogo della competizione, ma aperta alla speranza e alla gioia.

Alessandro

Sterzi Alessandro Sab, 04/08/2012 - 05:33

Riguardo il problema della superbia mi pare che la difficoltà stia anche nel fatto che siamo abituati ad aspettarci che qualcuno ci dica bravo, ci dia il bel voto per quello che diciamo o facciamo. Riuscire a fare qualcosa senza aspettarci nulla in cambio, premi, onoroficienze, paradisi, questo sì che è difficile. Perchè sì, finchè ci chiediamo se la nostra parte piaccia recita anche la morte, l'indifferenza, il voler essere migliori degli altri.

Silvia Migliaccio Sab, 04/08/2012 - 09:27

Caro Alessandro,

Non sai quanto sono concorde con tutto quello che hai scritto.
Per vissuti personali molto travagliati, fino a poco tempo fa, ritenevo che il modo migliore per essere amata (e non dimenticata) fosse essere sempre conforme alle aspettative altrui. Era l'unico modo in cui sopravvivevo al mondo.
L'anno scorso, forte del mio 110 conseguito solo con i voti e della Lode, forte di un libretto universitario troppo perfetto per essere reale, ho deciso di tentare il Dottorato. Lo desideravo ardentemente:: essere riconosciuta e ammirata, stimata, richiesta, e nel mio caso specifico, potermi spostare autonomamente per lavoro, erano i motivi che mi avevano indotta ad investire in un concorso tutte le mie forze, le mie speranze.
Malgrado i ripetuti avvertimenti del mio Relatore (che puntualmente disilludeva ogni mia attesa di un "brava" sapendo benissimo di questo mio desiderio), il quale mi ribadiva costantemente che si trattava solo di una prova suscettibile di successo o meno e di una serie di "variabili"", che l'esito non doveva intaccare la mia intelligenza e capacita, io,satura di troppa tensione, al presentarmi al concorso, dinnanzi al foglio bianco e ad una traccia da tema di maturità, fui presa da panico e isteria: mi è girata la testa e cominciai ad avere movimenti illogici.
Scrissi tutto quello che potevo, come potevo. Volevo semplicemente che fosse finita.
Del "bene e del male, e della nozione di libertà" non me ne fregava un accidente, anche perchè Benjamin, in quell'argomento ci entrava forzatamente e non avevo nessuna voglia di snaturarlo a mio uso e consumo.
Detto questo misi nel mio tema un pò di tutto: filosofia, letteratura, citazioni....come credo a Benjamin sarebbe piaciuto.
Risultato: è avvenuto il miracolo di "Lazzaro alzati e cammina" sì, mi hanno buttato fuori dai "magnifici 8" con un calcio nel sedere, perchè il mio "tema non era articolato".
Sono stata posta di fronte a me stessa, alla mia emotività, a ciò che sono e la mia virtualità di cristallo se n'è andata in frantumi.
Sono ancora in depressione da allora, ma è uno stato necessario in cui devo stare per ritrovarmi. Piano piano, sono, credo, sulla strada giusta.
Ho imparato a voler bene al mio relatore non solo per la "svolta esistenziale" che ha portato nella mia vita con le sue lezioni, ma proprio come essere umano, con un nome ed un cognome, che per diventare ciò che è, ha fatto un percorso.
Volevo essere qualcuno, per non essere "sostituita" da chi è "migliore di me" venendo dimenticata.
Questo è un fantasma che, quando penso di averlo dimenticato, ritorna. Ma, in fondo, qualuno lo sono già, come lo siamo tutti. Sono io: con un mio vissuto, una mia storia, una mia memoria.
E l'amore per la ricerca farà sempre, comunque, parte di me. Perchè è una passione. Esistenziale prima ancora che intellettuale.

Perdonami se ti ho annoiato, Alessandro, volevo scriverti questa mia esperienza. E se accetti un consiglio, da tua stimatrice quale sono, ti prego, non cadere in questa trappola ordita dalla una società sadica, anaffettiva.
Non è detto che, i cosisddetti "migliori" che sanno adeguarsi all'indifferenza del tessuto sociale in cui siamo, abbiano davvero qualcosa d'importante da dire.

Un abbraccio.
Silvia.

Anonymous Sab, 04/08/2012 - 15:03

Anch'io adesso non so se esista davvero questa Empatia. Però in passato mi è capitato di pensare ' questa persona è davvero empatica' ( che come espressione non risuona con Bellezza ) e si trattava di persona che ascoltava in un modo speciale e misterioso e poi magari raccontava in un modo pure speciale e senza fissa dimora , senza la pretesa di invadermi la testa. Poi , mi rendo conto che forse dico un'enormità, mi è capitato di pensare che le persone davvero empatiche sono molte. Solo che sono tutte morte , ma questo non cambia di un soffio la loro grande capacità di accoglienza e , appunto, empatia.Umili, generose, Indifese , vanno ascoltate in un modo assai difficile da avere , altrimenti le si usa a proprio vantaggio e questo non è bello. Tanti saluti a tutti voi.

Anonymous Sab, 04/08/2012 - 20:19

Trovo molto suggestivo quello che dici.
Anche se, credo, che se leb persone empatiche sono tutte morte, allora si cade credo nella dicotomia morto-vivo, quando tutti, a mio avviso, siamo morti.
Costitutivamente. Dentro.
Riguardo al raccontare, credo che se un racconto invade la testa, ritengo che questo non dipenda dal racconto in sè, ma da ciò che del racconto stesso sopravvive invadendo la testa di chi lo legge.
Non c'è pretesa, a parer mio, nel raccontare, è un atto che è ciò che è. Un gesto.
Mi chiedo inoltre quale modo è questo il quale è "assai difficile da avere".
A mio modestissimo parere, si tratta di una predisposizione, che non è possibile avere, semplicemente perchè non è soggetta ad essere in qualche modo avuta, posseduta.
E come è possibile usare a proprio vantaggio umiltà, la generosità, l'essere indifesi, se tutto ciò è ontologicamente costitutivo, e potenzialmente manifestabile in ogni essere umano?
Che vantaggio si può trarre dallo svantaggio dell'impotenza, della nudità che ci accomuna tutti?
Così come, ribadisco, a mio parere, non ci sono modi per ascoltare, ma solo "sentirsi predisporsi a" allo stesso modo non credo si possa reificare in alcuna maniera l'esposizione dell'umano, esposizione comune. Infine credo che,
l'unica generosità possibile sia quella di predisporsi all'attesa di ciò che vorrà donarsi a noi, donandoci di rinnovata amabilità.
Tendere senza sforzo, metodo, modo, pretesa.
Se le persone empatiche sono tutte morte allora, ma questo è il mio parere personale, dovremmo essere tutti teneri dentro. Ma questo, ahimè non sarà mai possible, almeno finché si crede che ci sia un modo di ascoltare, che esso sia difficile. E non ci si abbandona, restando nell'abbandono di tutti costitutivo.

Un caro saluto.

Silvia Migliaccio Sab, 04/08/2012 - 20:24

Scusami, non mi sono firmata.

Un caro saluto,
Silvia.

AnonymousGustavo Dom, 05/08/2012 - 12:53

Ringrazio di cuore per la risposta. Mi ha messo un po' in soggezione , credo di non aver capito molto ma mi ha fatto venir voglia di approfondire. Solo volevo dire che nell'indicare possibili difficoltà nell'arte di ascoltare non intendevo esprimere un giudizio su chi 'sa' o non 'sa' ascoltare. Non so se ci sia un modo di ascoltare, credo sia una faccenda delicata. Nella vita di tutti i giorni capita di osservare che ognuno è così preso da sè stesso e dalle proprie paure e delusioni e fallimenti che il pensiero dominante diventa quello e si vaga come sordi a tuto il resto. parlo di me, ad esempio. Questo non favorisce il mettersi nei panni degli altri ad esempio. Oppure capita di sentire lunghi discorsi difficili e ben articolati che sono però privi di qualsiasi risonanza , sono un'esposizione , come su una bancarella, delle pretese , dell'impeto seduttivo , del bisogno di valere qualcosa e avere conferme. Dubito che ci si possa davvero liberare da questo, anche nel mio gesto di ringraziarLa, i n fondo, ci sono molte pretese, molta autocentrazione. Così se mi arrogo il diritto di dire che in compagnia degli scomparsi mi sento bene, in sintonia empatica, corro il rischio di usarli per confermare me stesso, trovare prove della mia ragione. In questo senso dicevo che è 'difficile' avere il modo rispettoso di trattare con i morti. Ma forse sono del tutto fuori strada e non riesco a spiegarmi . Lei è stata molto gentile. Pardon per l'assenza di firma in precedenza. Buone cose alla sua vita, che sia luminosa come Lei. Gustavo

Anonymous Dom, 05/08/2012 - 17:49

Gustavo carissimo,

Mi spiace molto averti messo in soggezione e sono io che ti ringrazio (dato che mi sono addentrata nella confidenza dandoti del "tu" , sperando di non essere stata indelicata, ti prego, di non darmi del Lei, solo Silvia, ok?).
Credo anch'io che la maggior parte delle persone sia troppo ripiegata, avvolta su sè stessa, satura tanto dal proprio dolore, da non poter essere certo una tregua per il dolore altrui.
Mi scuso se ho involontariamente usato, nel risponderti, accenti amari, ma questo conferma che hai ragione, è davvero delicato ascoltare.
Come puoi notare, sono piuttosto diretta, proprio perchè non amo i discorsi lunghi e articolati (quelli li uso anch'io, ma per ragioni di sopravvivenza, essendo in sedia a rotelle alla gente proprio perchè sorda e cieca, fa comodo espardere la mia invalidità motoria a tutto il corpo pensandomi interdetta, così infarcisco i discorsi, ma solo per svelare la pochezza delle rappresentazioni mentali che tutti quanti abbiamo).
E non ti sbagli e non sei affatto fuori strada. Abbiamo percorso lo stesso tragitto solo da due punti lontani e ci siamo avvicinati ora. Perchè? Anch'io mi trovo bene in compagnia degli scomparsi.
Con mia nonna, scomparsa da undici anni sto meravigliosamente in compagnia. Ma, credo che dovunque lei sia in questo momento (io penso dentro di me, quando canto, in silenzio una ninna nanna in polacco, che lei mi cantava da bimba, e che, facendomi fa tornare la nonna ed essendo piena di dolore rimasto dentro come un morto, non traduco mai ad altri) dicevo, credo che dovunque lei sia, mi darebbe una padella in testa se mi azzerdassi ad "usarla" per avere conferma di me stessa.
Credo che lei, la mia nonna, torni a farmi compagnia per ricordarmi la mia accidentalità e quella di tutti, di imparare a lasciare andare le cose care, che tanto ritorneranno sempre mutate in bene. E di lasciarmi andare anch'io in quanto poca cosa che oggi c'è e domani....
Grazie per aver colto luminosità in me. Purtroppo se essa traspare dipende tanto, credo dalle mie ombre. Dai miei fantasmi che accompagnano la mia vita, così come, suppongo, la vita di tutti.
Buone cose alla tua vita, caro Gustavo!

Silvia Migliaccio Dom, 05/08/2012 - 17:51

Oh, scusa Gustavo,

anche questa volta ho dimenticato di firmarmi.

Un caro saluto,
Silvia.

Gustavo Lun, 06/08/2012 - 11:41

Generosa solo Silvia ,
sono in confusione. E non pensare sia per via del cocchio sul quale devi stare per muoverti ( ecco che ora arriva una vera magia: siccome io sarei uno che 'puo' muoversi ' ma è talmente deficiente di forza d'animo da rimanere inchiodato al suo Ego, decido che tra me depresso- mobile e te Luminosa su cocchio trainato dalle ombreluci che porti e porgi e condividi - Grazie!- , si possa fare un accordo - accordarsi , come due chitarre - e tutte le volte che vogliamo facciamo cambio, e ci scambiamo anche i fantasmi- tu dirai ? giù le mani da me e dai miei fantasmi!!'- ; scusa se oso in confidenza, sei autorizzata a mandarmi davvero al diavolo ma mi è venuto questo pensiero e allora te l'ho detto e basta) . Sono in confusione perchè sono un gran presuntuoso e vorrei nascondermi dentro il panino di Gianni Celati ( vd .il commento sopra) , vorrei dire delle cose e invece m'è venuta solo l'immagine del cocchio e di Silvia come Principessa . Così penso che hai ragione, e forse ci si puo' 'avvicinare','tendere senza sforzo', considerare apparizioni e sparizioni , fare i conti con il linguaggio ( " Il linguaggio è l'anima frantumata in parole" - Plotino) e poi- anzi prima- 'abbandonarsi'. Poi questo discorso dell'Empatia era iniziato anche a partire dall'America e dal suo presidente quindi dalla politica e allora mi viene in mente una frase che mi ha passato un mi amico e che dice ' Nutrire il creato con l'essere autenticamente ciò che siamo chiamati ad essere è l'azione politica più radicale ed incisiva'. Io non so ancora a cosa sia chiamato ad essere ma tu sei senz'altro incisiva e allora solo Grazie della Grazia di aver scamabiato queste parole che chissà se c'entrano con l'Empatia che come parola non ci piace per niente. Ciao

Silvia Migliaccio Mar, 07/08/2012 - 14:32

Ciao caro Gustavo,

Mi hai commossa. Davvero. Chi è presuntuoso è chi si dà per scontato, non mettendosi in discussione. E tu, credimi, presuntuoso non sei affatto.

Un bacio grande,
Silvia

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