La fine del potere

Il potere è finito, così scrive nel suo ultimo libro, La fine del potere (Mondadori), Moisée Naìm, politologo, ma anche banchiere, nonché in passato ministro dell’Industria e del Commercio in Venezuela. L’illustre ex direttore di “Foreign Polity” spiega nel suo saggio come e perché il potere detenuto un tempo da uomini politici e di governo, da aziende multinazionali, stati e centri economici, non sia più tale. Oggi non si sa bene chi comandi davvero. Non siamo più alla catena di comando individuata da Marx, quella del “comitato d’affari”, per cui l’economia detta alla politica le proprie scelte, e neppure alla SIM (Sistema Imperialistico delle Multinazionali) delle Brigate Rosse. Il potere, almeno quello d’interdizione o di contrasto, sembra risiedere sempre più in piccoli gruppi, siano terroristici internazionali o centri di pressione, delle lobby.

 

 

Tramontata l’epoca delle maggioranze, spiega Naìm, è la volta delle minoranze. Sono le azioni di piccoli gruppi, che si muovono grazie alla Rete puntando a obiettivi intermedi, su scala locale, in grado di influenzare il globale, grazie all’effetto Lorenz, per cui il battito d’ali di una farfalla in Australia è in grado di scatenare un tornado in Europa. Javier Solana, ministro degli Esteri spagnolo, poi segretario della NATO, alto rappresentate della politica estera della UE, ha confidato all’autore che negli ultimi venticinque anni molto difficilmente i vertici politici delle istituzioni in cui si trovava “riuscivano ancora a fare ciò che volevano”: una miriade di nuove forze ostacolavano le potenze più ricche e tecnologicamente avanzate.

 

Ribelli, frange di partiti politici, start up innovative, hacker, giovani privi di leader nelle piazze, nuovi media, personaggi carismatici, che sembrano spuntati dal nulla stanno scuotendo il vecchio ordine. Il caso di Beppe Grillo e di Gianroberto Casaleggio, del loro Movimento Cinque Stelle, è un esempio perfetto di quanto sta succedendo, in Italia, o WikiLeaks di Julian Assange in campo internazionale. Ma gli esempi da citare sarebbero tantissimi. I radicali italiani, con la loro lotta per i diritti civili, sono stati negli anni Settanta un modello emergente del nuovo potere di minoranze attive. Naìm parla di micropoteri: figure minori, sconosciute, un tempo trascurabili, che hanno modo di indebolire, contrastare, bloccare i grandi e tradizionali protagonisti del potere mondiale, le megaorganizzazioni burocratiche che hanno retto il mondo negli ultimi cento anni.

 

Le argomentazioni dell’autore di La fine del potere sono fondate su tre grandi cambiamenti avvenuti, su cui si sofferma nel libro: la rivoluzione del Più; la rivoluzione della Mobilità; la rivoluzione della Mentalità. Il primo fattore, il “Più”, è quello della crescita economica generalizzata: viviamo in un’epoca di abbondanza rispetto al passato. Il secondo, “Mobilità”, riguarda gli spostamenti della popolazione nel globo: 214 milioni di migranti, con un incremento del 37% negli ultimi vent’anni, effetto della crescente urbanizzazione. La terza riguarda la “rivoluzione delle aspettative”: non si dà più nulla per scontato.

 

Questo tema è stato quello più sviluppato dai sociologi contemporanei, soprattutto europei, come Bauman, Beck, Bourdieu, ma anche filosofi, Sloterdjik e Žižek, che hanno mostrato come la crisi ideologica dell’Occidente si fondi sulla fine delle ideologie tradizionali, e delle fedi religiose e politiche dell’ultimo secolo (Naìm cita soprattutto autori americani, ma il tema è il medesimo, forse un po’ meno drammatico di come appare a noi europei).

 

Un esempio del cambiamento in corso che fa l’autore, in cui si uniscono le tre rivoluzioni simultaneamente, è l’industria indiana dell’outsourcing che comprende call center o altre forme di terziarizzazione dislocate nel continente indiano, e non solo lì. Anche qui i casi da citare sarebbero numerosi. Il libro del politologo americano è molto interessante per via degli innumerevoli esempi frutto della sua esperienza diretta di persona inserita nei centri del potere politico in molteplici scacchieri internazionali.

 

Tuttavia se la diagnosi è giusta – i macro-poteri sono in crisi, e qui nessuno sembra più in grado di decidere nulla, anche se a capo di un forte governo, come il caso di Obama nei mesi scorsi –, non c’è tuttavia nel libro di Naìm un’analisi in profondità della crisi del potere attuale, compito che probabilmente il politologo non si è proposto. Dove è cominciato tutto questo? Secondo gli storici la data da ricordare è quella del 16 ottobre 1973, quando le truppe israeliane si acquartierarono sulla riva occidentale, africana, del Canale di Suez. Il successivo 23 dicembre l’Opec, dominata dai paesi arabi, decide il raddoppio del prezzo del petrolio: dai 2,50 dollari prima della guerra del Kippur, ai 10 dollari del 1974.

 

 

Secondo alcuni economisti questo conflitto accelerò il passaggio dalla economia keynesiana dello stato sociale, statalista, al modello a rete del neoliberismo. Nello stesso periodo la produzione industriale cominciò la sua migrazione verso i settori immateriali, e la tecnologia analogica si trasformò via via in quella digitale, producendo il modello delle reti flessibili e dinamiche. Che il cambio tecnologico sia il vero fattore attuale di trasformazione, di distruzione del lavoro e dei redditi collegati, lo dicono numerosi testi e ricerche pubblicate negli Stati Uniti negli ultimi due anni.

 

La distribuzione del potere seguirebbe infatti le linee prodotte dal cambio di paradigma lavorativo e la conseguente distruzione delle forme tradizionali. Ma questo è un discorso ulteriore, assai complesso, che solo in parte nel libro di Naìm trova spazio. La risposta alla domanda: Dove è cominciato?, la si può forse trovare in un vecchio articolo di Italo Calvino, pubblicato nell’agosto del 1974 (il periodo è sempre quello, metà degli anni Settanta) su “il Corriere della sera”, intitolato Il potere intercambiabile.

 

La questione che lo scrittore italiano discute è la caduta di Nixon in seguito allo scandalo del Watergate. A volte gli scrittori, più ancora dei politici e dei sociologi, o degli economisti, sono in grado di percepire piccoli segni del cambiamento in virtù del loro potere d’immaginazione. Calvino è colpito dalla vicenda dei microfoni introdotti nella sede del comitato elettorale democratico dagli spioni al soldo del presidente americano, e dai nastri di registratori utilizzati.

 

Gli pare che si tratti di una vicenda di gadget, congegni tecnici che funzionano troppo oppure male (per la storia dello spionaggio e della sua scoperta che provocò le dimissioni dell’uomo più potente del mondo, rimando a libri o alle pagine Web). Nell’articolo lo scrittore italiano nota, sulla base di questo indizio, come il modello su cui si regge il potere in America sia di tipo meccanico e non biologico: “il governante deve garantire il funzionamento del grande impianto, lo scorrimento silenzioso senza raschi e sibili che attirino l’attenzione sui guasti mal aggiustati, sugli intrighi di ripiego che devono restare segreti”.

 

La conclusione cui arriva Calvino è che la scelta di Nixon, poi la sua caduta, e quindi il passaggio del potere al vicepresidente, mostra come in America domini una sostanziale impersonalità del potere medesimo: “la società americana chiede al presidente di incarnare la rapida sostituibilità dei pezzi di ricambio che garantisce il perpetuo funzionamento del meccanismo globale, il suo continuo deperimento e rinnovamento”.

 

Appena detto questo, Calvino ha però una sorta di ravvedimento: forse non bisogna fidarsi delle immagini troppo semplicistiche. E subito arriva a una conclusione ulteriore davvero notevole: “La società moderna tende a una configurazione estremamente complicata che gravita su un centro vuoto ed è in questo centro vuoto che si addensano tutti i poteri e i valori”. Nixon, il presidente che voleva impersonificare il cittadino medio, è pur sempre un “personaggio”, come lo sono stati Clinton, e ora Obama, si può aggiungere. Il vuoto, scrive Calvino, convive con questa personificazione.

 

Non so se tutto sia davvero cominciato con la guerra del Kippur, e con la caduta di Nixon, ma è vero che un sismografo sensibile come lo scrittore italiano legge questo secondo episodio come l’emblema di quel vuoto che è divenuto il potere contemporaneo. Addirittura lo identifica in un modello che è quello stesso dell’Italia: “che affacciata su questo vuoto vive bene o male da anni, ma con costi sempre più pesanti che altrove, perché per gravitare su un centro pneumatico ci vorrebbe una società molto più solida”. Parole scritte trentanove anni fa, ma sembrano valere ancora oggi, dopo gli ultimi passaggi da Monti a Letta e poi al giovane Renzi.

 

Il centro vuoto è quello che Moisés Naìm descrive nel suo libro, anche se non usa questa metafora. Di certo “il trono è vuoto”, per usare il titolo del libro di uno scrittore e regista, Roberto Andò; e tutto questo da un bel pezzo. Tuttavia per trarre delle conclusioni, e forse anche delle previsioni, abbiamo atteso parecchio. Non che il potere sia scomparso, ma, come ha mostrato lo stesso ventennio berlusconiano, in cui un tycoon televisivo ha conquistato il Palazzo mediante un mezzo allora molto moderno, la televisione, senza però essere altrettanto moderno nel gestirlo, il centro vuoto è ancora lì, in attesa di essere riempito. La fine del potere ci avvisa che non ci sarà più qualcuno, o qualcosa, in grado di farlo nei prossimi decenni, o almeno di imprimere una rotta unica e duratura al sistema-mondo. Grande sarà il disordine sotto il cielo? Difficile dirlo.

Una versione più breve di questo articolo è apparsa su L’Espresso

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