La matita di Tullio Pericoli

Che cos’è una matita? Un tracciante, alla pari di carboncini e gessi: strumenti friabili che strofinandosi su una superficie si granulano lasciando una traccia composta della loro medesima materia. Ma è anche un oggetto essenziale per la civilizzazione umana, oggetto umile, che passa spesso inosservato, salvo quando se ne ha bisogno: per disegnare, scrivere, sottolineare.

 

 

Sebbene il digitale e il virtuale avanzino, ogni giorno sempre più, di matite se ne producono ancora moltissime. Poco tempo fa la Faber-Castell, l’azienda tedesca, festeggiando il 250° anniversario della sua fondazione, ha dichiarato di produrne oltre due miliardi l’anno. Henry Petroski, ingegnere e studioso del design, gli ha dedicato un libro voluminoso: The Pencil (Knopf), dove racconta tutto o quasi della sua storia. La matita esiste da tantissimo tempo, anche se la forma attuale è stata realizzata solo alla fine del Settecento da Nicholas-Jacques Conté; gli americani invece sostengono che è stato Joseph Dixon nel 1829. Ma tant’è, le invenzioni più importanti dell’umanità sono sempre in condivisione. Quale sarà la matita che uno dei più famosi disegnatori italiani, Tullio Pericoli, tiene in tasca? Un mozzicone, cioè una matita molto consumata, ridotta a poco. È il suo sesto dito, come racconta in Storie della mia matita (Edizioni Henry Beyle, pp. 33, con raccoglitore di sessanta immagini, 75 euro); lo tiene da parte, e ogni tanto l’aggiunge agli altri cinque.

 

 

La matita, specifica Pericoli, non si tiene in mano, ma si ha in mano: “dovrebbe essere nella mano, essere nelle dita”. Ha perfettamente ragione, dato che fa parte del nostro arto superiore. Alla fine dell’era secondaria, quando un ramo dei rettili alzò il proprio corpo dal suolo, sostenendosi sulle quattro membra, ebbe inizio la salita che porta all’uomo: dalla pinna all’artiglio, poi all’ala e infine alla mano. La nostra mano. Occorse molto tempo. Come ha scritto Giuseppe Di Napoli in, Disegnare e conoscere (Einaudi), con l’Homo Erectus la mano compie un atto aurorale: apre lo spazio e muove il tempo. Il mozzicone di matita di Tullio Pericoli compie questo genere d’azioni. Lo dice lui stesso all’inizio del libro. Racconta di aver compiuto con il mozzicone, il sesto dito, su un foglio a beneficio del figlio piccolo, Matteo, il medesimo gesto degli uomini del Paleolitico sulle pareti delle caverne. Matteo ride. Il papà rifà il gesto sul foglio, e di nuovo sgorga allegra la risata: è quella dei progenitori. Sono loro che hanno inventano il mondo attraverso il disegno operando con i tizzoni sulle pareti. Con il segno si sono distaccati dal mondo cui appartenevano: disegnare è conoscere. Ontogenesi e filogenesi insieme, racconta Pericoli, ma senza usare questi termini. Il suo sguardo è sempre stupefatto ogni volta che deve, o vuole, raccontare quello che fa, quasi non sapesse bene che cosa ha davvero realizzato.

 

 

Anche qui. Il libricino, stampato in un numero limitato di copie, è accompagnato da un raccoglitore dove ci sono sessanta piccoli fogli, su cui Pericoli ha tracciato segni con la matita. L’ha fatto ascoltando l’Incompiuta di Schubert diretta da Muti. Ha usato la matita come se fosse la bacchetta del direttore d’orchestra e ha dato forma ai suoni con i segni, dice. Se non si sapesse che c’è questa musica dietro i segni – prima dei segni – sarebbe probabilmente la stessa cosa. Sono linee, tratti, scarabocchi, sgorbi, strofinamenti, tracce. Ogni foglio è diverso dall’altro; il disegnatore è ritornato nella caverna originaria, munito della sua matita, e l’ha punta sulla parete. In modo impulsivo, irrefrenabile, senza progetto, così come gli veniva, seguendo solo il suo istinto o la sua volizione. Il risultato è quello che Di Napoli chiama “visione eidetica” propria dei bambini, dei primitivi e degli artisti, visione periferica che fa emergere qualcosa che appartiene alle regioni profonde della psiche.

 

 

Quella collezione di segni sui fogli offerti dall’editore milanese al sesto dito del disegnatore marchigiano non si sa bene cosa sia. Proprio perché indefinibili, i segni rendono visibile la sua visione (“il disegno rende visibile la visione stessa”, ha scritto Merleau-Ponty). Pericoli ha tracciato dei disegni che l’occhio non vede. Gesti incontrollati prodotti da una mano duttile, morbida, sicura, e al tempo stesso incerta e zoppicante. Ha danzato sui foglietti al seguito di quel brano musicale che ha avuto il merito di liberare la sua mente da ogni problema cognitivo. Gesto irruente anche quando è esitante. Questi sono i più bei disegni che Tullio Pericoli ha fatto nel corso della sua lunga carriera. Ha distrutto lo spazio ottico del pittore e del disegnatore che abitano in lui creando uno spazio manuale puro. Si è liberato di tutto, lasciando che il sesto dito, la matita, facesse da sola seguendo Schubert, e oltre.

 

Domenica 28 giugno, sarà assegnato a Tullio Pericoli il Premio Lo Straniero, attribuito ogni anno dal 1992 dalla redazione della rivista diretta da Goffredo Fofi.

 

La cerimonia di premiazione è inserita nel festival Inequilibrio 2015 promosso e realizzato da Armunia al Castello Pasquini di Castiglioncello (Livorno).

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