Il termine latino gestus ha un doppio significato. Da un lato, indica i movimenti di tutto il corpo e dall’altro, solo quelli delle mani. Nel corso del medioevo i gesti erano tenuti in grande sospetto, in particolare nel mondo monastico. Gli eretici erano identificati dal fatto che gesticolavano in modo eccessivo, ma già i predicatori francescani studiavano la mimica per rendere più efficace la loro predicazione. Che cos’è dunque un gesto?, si chiede una giovane studiosa Emanuela Campisi (Che cos’è la gestualità, Carocci, pp. 124, € 12). L’argomento ha una sua attualità se, sulla scia di un libretto di Bruno Munari del 1958, Supplemento al dizionario d’italiano (Corraini), continuamente ristampato, Lilia Angela Cavallo, architetto e fotografa, ha realizzato Il dizionario dei gesti (Iacobelli editore, pp. 509, € 18) composto di 243 gesti censiti nel corso degli anni fotografando amici e conoscenti.

 

Noi italiani, come si sa, non solo gesticoliamo molto, e per questo siamo oggetto da molti anni di studi di semiologi e linguisti di tutto il mondo, ma vantiamo anche un libro anticipatore redatto da Andrea de Jorio nel 1832, studioso napoletano (ripubblicato da Forni nel 2002), La mimica degli antichi investigata nel gestire napoletano. Archeologo e canonico, de Jorio aveva mostrato come i gesti dei partenopei discendessero direttamente da quelli degli antichi greci che aveva studiato sui vasi e nei reperti. La domanda che si sono posti gli studiosi è: i gesti sono innati o invece appresi? Nel 1941 un allievo dell’antropologo Franz Boas, David Efron aveva risposto alle ideologie razziste dei nazisti, per cui il comportamento è derivato da un’eredità biologica, mostrando come il modo tipico di gesticolare di ebrei e italiani appena arrivati in America scompare man mano che gli individui sono assimilati nella nuova comunità. Il suo Gesto, razza, cultura, la cui traduzione italiana nel 1974 era stata voluta da Umberto Eco, mostrava come i gesti dipendano non solo dalla cultura da cui si proviene, ma anche da quella in cui si vive. Ma i gesti sono un linguaggio a sé, o invece dipendono e interagiscono con il parlato?

 

Ph Duane Michals.


Negli anni Sessanta e Settanta del XX secolo Adam Kendon, grande studioso di gestualità, autore di saggi come Gesture: Visible Action as Utterance (Cambridge University Press, 2004) ha approfondito la questione studiando la lingua dei segni degli aborigeni australiani come i gesti delle mani dei napoletani. È stato lui a sviluppare quella che si chiama l’analisi cinetica del gesto e a creare la terminologia sulla gestualità oggi in uso. Come spiega Campisi, ci sono gesti delle mani e delle braccia totalmente dipendenti dal parlato; ad esempio, il movimento verso il basso che indica lo scendere le scale; poi ci sono gesti che si integrano nel parlato e aggiungono qualcosa a quello che si sta dicendo: una frase che termina con un gesto non compreso nella espressione verbale; poi c’è la pantomima, dove i gesti mimano azioni o oggetti senza usare il parlato; e infine gli “emblemi”, detti Italianate gestures: sostituiscono il parlato e sono altamente convenzionali, come OK o il gesto della mano a borsa o a grappolo, ritenuto il gesto italiano più famoso del mondo, che si trova sulla copertina del libro di Munari e indica dubbio o domanda. Oltre a questi ci sono le lingue dei gesti, come quelle usate dalle comunità dei sordi, dai monaci, dagli indiani d’America e dalle donne aborigene australiane, che usano i gesti quando è loro vietato parlare. Sono questi i gesti che attirarono l’attenzione di de Jorio e anche di Desmond Morris in un libro oggi introvabile, Gesti (Mondadori).

 

Gli emblemi che dicono di sì o di no senza ricorrere al parlato sembrano abbastanza simili in molte culture. Tuttavia è assai difficile, come mostra la rassegna di Campisi, distinguere nettamente tra gesti con il parlato e gesti senza parlato. La leggenda narra che in un viaggio in treno Pietro Sraffa, geniale economista italiano riparato a Cambridge per salvarsi dai fascisti, chiese a Wittgenstein, autore del Tractatus, che di genialità ne aveva altrettanta, a che logica rispondesse il gesto napoletano in cui l’indice e il medio sono strofinati sotto il mento. Da qui nacque la teoria dei “giochi linguistici” delle Ricerche filosofiche: il significato del gesto deriva dall’insieme dei suoi usi, dipende dal contesto e dalle intenzioni del parlante. Una serie di altri gesti sono detti deittici, quelli con cui si mostra qualcosa: indicare con un dito un oggetto, una posizione, una direzione. Sembrano gesti semplici, e invece sono molto complessi da descrivere. Si tratta dei gesti che tutti noi abbiamo usato da bambini: mano aperta, pollice, dito medio, testa, labbra o con lo sguardo.

 

Nel libro di Lilia Angela Cavallo ci sono moltissimi gesti accompagnati dalle espressioni del viso: occhi, fronte, labbra, guance. Sono gesti che vengono condivisi in una cultura e non accettati in un’altra; nelle culture aborigene australiane, e in alcune africane, il mezzo più usato per indicare sono le labbra e non l’indice. Insomma, il gesto non è così semplice come appare. Per quanto sia una delle prime forme di comunicazione, il modo con cui si sviluppa la gesticolazione negli esseri umani è piuttosto complessa, dal momento che cercano di rappresentare con un’immagine ciò a cui si riferiscono. Come sono nati i gesti? Michael C. Corballis in un suo libro, Dalla mano alla bocca (Cortina), argomenta che ci derivano dalle scimmie antropomorfe, nostre progenitrici. Il linguaggio vocale viene dai gesti possibili con le mani anche in assenza del pollice opponibile. A favorirli sarebbe stata la necessità di essere silenziosi nella caccia, in cui i gesti deittici sono più efficaci. Perché allora è sorto il linguaggio vocale? Per la complessità imposta della vita di gruppo: comunicare nel buio, dover comunicare mentre le mani erano occupate, esprimere sentimenti ed emozioni. Corballis è stato criticato, ma il suo libro è senza dubbio affascinante. I gesti e il loro studio hanno infatti a che fare con qualcosa d’ancestrale e d’arcaico che c’è in noi, qualcosa che l’evoluzione non ha cancellato, anzi ha provveduto a mantenere. Delegheremo anche questo alle macchine nel prossimo futuro?

 

Questo articolo è comparso in forma più breve su “La Repubblica” che ringraziamo.

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