Il ghetto e la crisi

1 Dicembre 2011

Il ghetto e la crisi sono la stessa cosa, una sul piano spaziale, l’altra temporale. Non sto riferendomi al ghetto nazista, bensì al ghetto tradizionale. Quello era luogo di transito verso lo sterminio, questo mantenimento di una distanza nella contiguità. Louis Wirth (1897-1952) svelò il segreto del ghetto attraverso una ricerca terminata con la pubblicazione del libro omonimo, del1928. Il razzista della sua epoca ha bisogno della sopravvivenza dei neri per denigrarli, sono parte costitutiva della sua esistenza borghese.

 

Perché ci sia un ghetto, sostiene Wirth, non basta che ci sia un mondo borghese che emargina un gruppo razziale, etnico, culturale, è necessario un fenomeno d’identificazione collettiva interna al ghetto, una dinamica di assoggettamento e soggettivazione. Il ghetto si compone di due parti. La parte interna marca una comunità specifica, la testimonianza di una differenza. La parte esterna è reclusione, emarginazione.

 

La clinica studia dall’interno le relazioni tra la parte interna e quella esterna. La costituzione di uno spazio continuo dal centro al confine, che marca una discontinuità etica, etnica, etologica, fisiologica, circadiana, urbana, religiosa, razziale, culturale, sessuale, abitudinaria, culinaria, olfattiva, uditiva, propriocettiva. La continuità urbana, che definisce la comunità dello spazio esterno, interdice il ghetto. Nel ghetto si fa ciò che non si deve.

 

L’interdizione si traduce in una sensazione epidemica. Avete mai passeggiato dentro qualcosa come un ghetto? Senza rendervene conto la velocità del passo aumenta, lo sguardo tende allo sbieco, man mano avvicinate il confine cresce la sudorazione, una volta a casa ci si lava. Spesso si entra senza rendersene conto. A un tratto sulla metropolitana rimangono soltanto volti neri e voi v’immaginate, con la vostra maschera bianca, osservato. Al contrario dell’immigrato nero di Fanon a Parigi, là siete voi a cercare d’indossare una maschera nera.

Per chi sta dentro il ghetto, la questione cambia. Movendosi dal centro alla periferia la velocità tende a zero, lo spazio interno si deforma verso infinito, meno della velocità del movimento. Il confine si avvicina sempre più, senza mai essere raggiunto, sviluppo asintotico.

 

La crisi dall’interno è cosa simile. E se passi dallo spazio al tempo (che già è intuizione interna) la sostanza si complica. Il tempo è la grama sostanza della Meditazione milanese. Corrompe:

“Il concetto di sostanza è una fisima, una chimera. Io immagino un permanere inalterato di alcuni elementi solo in riguardo alla deformazione di altri. La mia grama sostanza esiste in quanto soltanto esistono dei mutamenti e corrompimenti: essa è, per esprimermi con una grossa immagine, la parte ancora dura e coriacea di un pollo qua e là putrescente.” (Gadda, Meditazione milanese, 1928).

 

Achille è un ingegnere. Si taglia, beve, si droga, ingurgita enormi quantità di cibo, è preoccupato d’ingrassare, ci tiene al corpo, va in palestra. Vorrebbe essere come Dorian Gray, odia l’invecchiamento, l’inevitabile corruzione del corpo. Frequenta persone di cui s’innamora perdutamente, ma perde contatto quasi subito. Non le vuole più vedere. No, sono loro a non volere più incontrarlo. Il test di Rorschach dice che Achille non riesce a passare attraverso la posizione depressiva. Dice, il test, che non ha idee suicidarie, ma che, con quel che fa, potrebbe morire di autolesionismo. Glielo leggo. Dice: “Beh lo so, dovrei anche diventare depresso?”.

 

La clinica psicoanalitica sostiene che attraversare la posizione depressiva significa diventare adulti, normalmente neurotici. La clinica psichiatrica dice che la depressione comporta idee che sfociano sovente nel suicidio. La clinica è un insieme d’idee discutibili, per fortuna. Se la clinica diventa monologo, scompare. La diagnosi istituzionale è disturbo borderline. Bisogna sempre rendere tutto così semplice. Non ci si accorge che decretare disturbi secondo il manuale produce danni. La storia del pensiero clinico è rimossa, il soggetto devitalizzato diventa come un dente presente, ma assente.

 

Achille è a letto in un bagno di sangue, pronto soccorso, visita psichiatrica, dimissione. Non può passare attraverso la parte dura e coriacea. Avvicinandola sperimenta l’angoscia che cresce da qui a infinito. Man mano la sostanza si corrompe. Si avvicina una fine che non accade. Lo rivedo appena dimesso, mi mostra, con belle indifférence, le sue braccia. Stavolta i tagli sono quasi verticali, lo guardo scosso, lui mi sorride, chiede un abbraccio, piange. Forse la sua domanda si sta trasformando.

 

Achille però non agisce per punire l’altro che non trova. Sembra voler chiamare l’altro al suo accampamento, ripetutamente, come per farsi invitare a uscire, come un istrione alla satira. Quando accade molti dei suoi amori accorrono, poi la famiglia, gli amici. A quel punto si risolleva, si fa tamponare le ferite e vorrebbe aprire del vino in convivialità, ma gli altri, spaventati, lo portano al pronto soccorso.

 

Nostalgico, isterico, doppia diagnosi. Oppure ogni isterico soffre di nostalgia, la seconda ipotesi è più interessante, ha ragioni estetiche - “doppia diagnosi” sta diventando un termine buono per tutte le occasioni – perché la nostalgia, dolore del ritorno, è bisogno radicato di tornare indietro, al centro del ghetto, dove si nasce, al tempo in cui il corpo si trasformava suscitando ammirazione e desiderio nella relazione con l’altro.

Poi come recita una bella canzone di Silvio Rodriguez: “El tiempo pasa, nos vamos poniendo viejos”. 

 

Sono passati anni. Mi scrive dall’estero, fa il cuoco: “Sono il primo ingegnere capocuoco”. Mi piace immaginare che una vecchia fiamma, che gestisce un noto ristorante di Bogotà (Andres Carne de Res), lo abbia ingaggiato come capocuoco per restargli vicino. Lo vedo tra gli astanti con la sua toque blanche, grembiule, braccia muscolose, a raccontare le ricette, come a teatro. “Sono ancora dentro la crisi, ma non posso permettere che la carne si deteriori. Finché reggo la carne mi salva.”

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