Anders Breivik, una persona normale

Sto scrivendo la recensione momento per momento, mentre leggo, senza avere terminato, correggerò le mie impressioni man mano che il testo prosegue, mi è impossibile leggere senza scrivere. Oltre 600 pagine dedicate ad Anders Behring Breivik, supposto pronipote del fondatore dello stretto. Sottolineo, segno, tremo. Poi penso.

Si presenta la madre Wenche, infermiera, e il padre, diplomatico che non ha rapporti col figlio. Madre sola, nessuna inclinazione alla socialità, iper-maltrattata da bambina. Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo, scrive Tolstoj. 

Si scrive della dolcezza e della brutalità della madre verso il figlio, delle richieste di assistenza sociale e psichiatrica, delle valutazioni di rischio, tipiche dei servizi sanitari, della ricerca di una famiglia affidataria, che potrebbe diventare adottiva, della richiesta del padre, che ora sta in Francia, di avere l'affido del figlio, poi la sua ritrattazione. Molto rumore per nulla.

 

L'infanzia di Anders fa venire in mente il Franti di De Amicis. Però, crescendo, il giovane vive un'adolescenza che si potrebbe definire normale, tra hip hop e graffiti. Ma allora, com'è che Breivik decide di commettere una strage? La spiegazione psicogenetica è insufficiente, qui c'è una variazione di potenza, qualcosa che irrompe nella vita, si prepara lentamente, in maniera continua, poi assume la potenza della catastrofe.

È quasi impossibile seguire la storia di Anders Breivik, la sua escalation. Il libro sconvolge visceralmente. Non so come definire questo: romanzo, biografia, saggio sulla vita di Breivik. Racconta i fatti con crudeltà, realismo, così come si sono svolti, dal punto di vista dei giovani massacrati, e dei familiari, uno alla volta, dal punto di vista dell'assassino. Åsne Seierstad lo ha intitolato Uno di noi, la premessa è: ciò che accade in questi casi, dalla parte del carnefice come dalla parte della vittima, può accadere a chiunque

 

“Mi considerate tutti un mostro, non è vero?”

“La consideriamo un essere umano.”

“Mi giustizierete. Me e tutta la mia famiglia.”

“Siamo pronti a proteggere la sua famiglia, se fosse necessario. Per noi una vita è una vita. Lei sarà trattato esattamente come chiunque altro.”

(p.432)

 

Queste risposte sono l'offesa più grave che Breivik può avere ricevuto. Lezione di giustizia che si scaglia, come uno schiaffo, addosso alla convinzione di essere contemporaneamente superiore e inferiore. No, sei uno di noi.

Il piccolo Anders ha rapporti difficili con una madre sofferente, va a scuola e, piano piano, le cose si aggiustano. Incontra amici, per un periodo li mantiene, è uno di loro. Poi li perde, ne trova di nuovi, come tutti, come sempre nella vita. Tenta la carriera nel partito di destra, lo fa organizzando propaganda e pubblicità proprie, a favore del partito, sui social network, ma il partito non gradisce, sembra considerarlo megalomane, gli blocca ogni possibilità di carriera, allora entra in crisi e diventa giocatore patologico, rinchiuso nella sua stanza, dipende da internet. Poi si apre la possibilità di entrare nella massoneria, ci prova, ma fallisce di nuovo. Quando l'occasione della massoneria si presenta, Anders è ormai stanco, se ne sta rintanato in casa con i suoi giochi da computer. 

 

Che diagnosi fare del personaggio descritto nel libro di Seierstad? Fin qui si tratta di un piccolo narcisista depresso, poi si svela che Breivik è la riproduzione planetaria di Pierre Rivière, l'uomo che aveva sgozzato la madre, la sorella e il fratellino in nome del padre. Rivière, interrogato sulle ragioni del massacro aveva detto che se la vandea aveva fatto massacri per il re, lui aveva il dovere di farne per il padre. Breivik fa molto di più: massacra un numero imprecisato di persone in nome di un incarico ricevuto dai Templari, si dichiara cacciatore di marxisti

Un seguace di Esquirol non avrebbe dubbi, si tratta di un caso di monomania, come per Pierre Rivière, o per molti assassini seriali. La psicologia dell'Io direbbe che si tratta di narcisismo grave e di un disordine di personalità antisociale. Ma siamo sicuri che Anders Breivik sia antisociale? 

 

Si tratta di capire se il disordine antisociale è, oppure no, un aggravamento del narcisismo. Io non credo. La psicopatologia narcisista comporta problemi nelle relazioni intime con gli altri, e il Breivik del racconto di certo ne ha avuti. Dunque un narcisista. 

Questo significa che Breivik è antisociale? La psicopatologia classica dice che l'antisociale ha problemi significativi con il Super-Io; in altri termini: l'antisociale è a-morale. Questo non significa che abbia difficoltà nelle relazioni intime, forse è il contrario. 

La biografia di Anders Breivik mostra un sentimento morale smisurato, Breivik si crede un Super-Uomo. Il Super-Io non è scegliere l'oggetto buono contro l'oggetto cattivo. Quando è illimitato, il moralista è aggrappato a regole e principi, ne fa una vera e propria ossessione, come Breivik. Possono essere, secondo i punti di vista, principi “buoni” o “cattivi”, tanto che il bene e il male si confondono. Non c'è neppure bisogno di scomodare Freud, basta il Visconte dimezzato di Italo Calvino. 

 

Breivik è abitato dal desiderio di essere un capo, come furono Hitler, Mussolini o Stalin, ma non riesce a fare fortuna, a ottenere i gradi di Capo. Si dà da fare un sacco, spende tutte le energie vitali che ha in corpo per ottenere un grado qualsiasi, anche quello di Caporale, ce la mette tutta. Questo lo rende socialmente integrato, non antisociale. A prima vista, si presenta bene. 

Nello stesso tempo smania per diventare il capo dei graffitari, di quelli che ballano l'hip hop, del partito per il progresso, della destra norvegese, vuole arrivare al comando nei videogiochi, tanto da diventare giocatore patologico, sogna di fare carriera nella massoneria, poi cerca di entrare in un movimento anti-islamico, infine cerca di crearlo e inizia un delirio totalitario che si propone lo sterminio, in crescendo, degli intellettuali (sono sempre i primi a finire male, in ogni delirio totalitario), dei marxisti laburisti e la deportazione di massa degli islamici. 

 

Diventa il Capo di se stesso. Eppure le sue idee sono le idee che allignano nel fondo dell'animo di buona parte degli europei, anche se non osano dirlo, le sue idee sono l'osceno dell'Europa. La forma del suo pensiero avrebbe potuto essere applicata a qualsiasi altro fanatico: comunista, cristiano, islamico, fascista. In fondo Breivik prende un po' di qua e un po' di là. Il suo programma sembra il Mein Kampf, ma si dichiara filo israeliano, vuole massacrare tutti i norvegesi marxisti, ma si ispira alle tecniche della Frazione Armata Rossa nella Germania anni Settanta.

 

Il Breivik del racconto di Seierstad ha tutti i tratti del Mack degli studi sulla Personalità autoritaria, ricerca sociale condotta da Adorno, Horkheimer e alcuni psicologi per comprendere il tipo di soggetto che aderisce al totalitarismo fascista. Mack è modello di personalità altamente etnocentrico. L'uso di un test psicologico proiettivo, in quella ricerca, mostra che l'incombente presenza di un padre potente e irraggiungibile può configurare un disordine morale fatto di principi astratti, indiscutibili. 

I principi autoritari contano più per la forma dell'enunciato, che per il contenuto del messaggio. Come viene detto, ciò che viene detto, è più potente di ciò che viene detto. La ricerca sulla personalità autoritaria scoprì che un enunciato troppo radicale non discriminava le persone autoritarie da quelle democratiche, pochi fanatici aderiscono a un messaggio del tipo “bisogna sterminare i marxisti culturali”, molti di più a un messaggio come “bisogna fermare l'immigrazione islamica”. 

 

Breivik ci prova a dare messaggi meno potenti, a cercare alleanze, ma non gli riesce, non gli riesce mai, ma ci prova, ci prova sempre, ha uno spirito gregario che non è affatto antisociale, semmai si isola quando cade in depressione. Vede gli amici fare carriera nella destra norvegese, vede scrittori che vendono libri che teorizzano la guerra anti-islamica, ma lui riempie solo testi su testi che rimangono nel computer.

Breivik è, prima di tutto, vittima di una potenza enunciativa che non controlla, che non riesce a creare consensi e, mano a mano che enuncia i suoi proclami, questi diventano sempre meno accettabili, ma sempre più potenti. Si tratta di un paradosso, il contenuto è così esagerato da depotenziare la forza dell'enunciato, nessuno, neanche un fascista, aderirebbe a un programma di sterminio dei marxisti culturali, qualsiasi cosa siano, e di deportazione degli islamici. 

Breivik non ottiene consensi e decide di passare all'atto. In quel momento, quanto accumulato dalla posizione narcisista porta una variazione di potenza. Inventa un movimento, composto da lui solo. Si fa soggetto collettivo. 

 

Questa è la parte delirante della sua vita, il discorso si trasforma in delirio, il narcisista sviluppa nuclei psicotici man mano che fallisce nella sua missione di dominio. Il suo delirio, raramente paranoico, il più delle volte di rivendicazione e di grandezza, cresce con la crescita della frustrazione sociale, cerca sempre di conciliarsi con la realtà, ma manca sempre. Suo padre è il paradigma della sua frustrazione, potente come un console, di un'assenza assordante. Quante persone ho visto delirare in relazione a un padre che non c'è mai stato ed è stato sempre presente come potenza simbolica. Ma per arrivare a Breivik ce ne vuole. 

Quel che accade, quando gli enunciati non bastano, o sono finiti, quando non c'è più parola, è l'azione. Breivik si prepara meticolosamente come fosse un esercito clandestino. Impara a costruire armi potenti leggendo gli scritti dei terroristi rossi degli anni Settanta e passa all'azione. 

Sarà davvero così? Davvero Anders Breivik è il solo esponente del movimento di resistenza anticomunista norvegese? Davvero è l'unico cacciatore di marxisti?

Oppure Breivik è la voce fuori campo dell'Europa? Chi ha osato disseppellire i sogni più nascosti del cittadino europeo medio? A giudicare dai consensi alle destre xenofobe, Breivik è soggetto collettivo, moltitudine. Tutto accade nel paese più ricco d'Europa, dove il fair play, la democrazia e lo stato sociale sono al massimo dello “splendore”: la Norvegia.

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