Risentimento

Non c’è dubbio: il risentimento è il mood dominante della nostra epoca. Sempre più spesso gli individui provano un senso di animosità verso gli altri, verso il mondo in generale – livore, astio, ostilità, odio, inimicizia, invidia, malignità, acredine, malevolenza, accanimento, vendetta –, come risposta a offese, affronti o frustrazioni che ritengono di aver subito. Ritengono, ma non è detto che sia davvero così, o che sia accaduto nel modo in cui gli individui suppongono e manifestano agli altri. Sempre più spesso accade che le persone covino un’avversione. Si tratta di un sentimento lungamente coltivato che poi esplode all’improvviso, inatteso anche agli stessi protagonisti. In moltissimi casi il rancore ha origine dal senso di vergogna provato. Rancore e vergogna sono strettamente collegati. Col trascorrere del tempo, sostengono gli psicologi, l’interiorizzazione dell’emozione della vergogna, con la visione svalutativa di sé che provoca, con la lacerazione narcisistica che genera, può portare all’elaborazione di forme d’odio occulte nei confronti di coloro che vengono ritenuti, a torto o a ragione non importa, responsabili della frustrazione, o dell’offesa, subita.

 

Risentimento e rancore sono sinonimi. Rancore viene dal latino, rancor, e significa: “lamento, desiderio, richiesta”; come ricorda lo psicoanalista argentino Luis Kancyper, che si è occupato in sede clinica e culturale del tema, rancore ha la medesima radice di rancidus, “astioso”, e anche “stantio” e “zoppo”. Quando si subisce un torto ciò che colpisce è il dolore, l’afflizione che ne scaturisce; la reazione immediata è la paura, accompagnata dall’ansia, ma frequentemente anche da uno stato depressivo. Se il torto, poi, riguarda la sfera morale, e implica un oltraggio o un’insolenza, scattano reazioni come la rabbia o l’ira. Sono queste due emozioni che nell’elaborazione successiva – il ruminare continuo della mente – si trasformano in rancore e in risentimento. Ruminare, o rimuginare, è l’attività di pensiero ripetitivo, coattivo, con cui gli individui covano il proprio rancore; ruminare viene dal latino muginari, ci ricordano gli psicologi: è il dondolare, movimento insistente del pensare e ripensare al medesimo evento. Il risentimento, inteso come “sentire ancora, sentire di nuovo”, è il ritornare incessante sul proprio stato emotivo senza possibilità di allontanare definitivamente l’offesa o il torto. Gli psicoanalisti ritengono che la radice profonda del risentimento si trovi prima di tutto nell’invidia.

 

Perché lui sì e io no? Questa è la domanda principale, forse la sola, che gli invidiosi si pongono. Il filosofo sloveno Slavoj Žižek, ha sostenuto che l'invidia è qualcosa di più, o di meno, del desiderio di possedere quello che ha l’altro – ricchezza, amore, potere. Un sentimento decisamente rivolto al “negativo”: impedire all’altro quel possesso che si agogna. Žižek racconta in vari suoi libri una storiella emblematica. Una strega dice a un contadino: “Farò a te quello che vuoi, ma ti avverto, farò due volte la stessa cosa al tuo vicino!” E il contadino con un sorriso furbo le risponde: “Prendimi un occhio!” 

  

Invidiare

 

Sulla scorta dello psicoanalista francese Jacques Lacan, Žižek sostiene che il vero opposto dell’amore di sé egoistico non è l’altruismo, la preoccupazione per il bene comune, quanto piuttosto l’invidia. O anche il risentimento, suo fratello gemello, sentimento “che mi fa agire contro i miei interessi”. Sant’Agostino in un passo famoso delle Confessioni racconta di un bambino invidioso del proprio fratello che succhia dal seno materno: “Non parlava ancora e già guardava livido, torvo, il suo compagno di latte”. Secondo la teoria lacaniana ciò che muove gli uomini è il desiderio dell’Altro: il bambino che invidia il fratello non invidia il fatto che l’Altro possieda l’oggetto desiderato – il seno materno –, bensì il modo in cui l’Altro può godere di questo oggetto; per cui non gli è sufficiente ottenerne il possesso, deve piuttosto distruggere la capacità del suo compagno di trarre piacere dall’oggetto medesimo. 

 

Žižek ha scritto che questo sentimento perverso va collocato nella triade composta da invidia, avarizia e melanconia, tre forme del non essere in grado di derivare un godimento dell’oggetto, e al tempo stesso di godere di riflesso di questa stessa impossibilità. L’invidia è oggi considerata un peccato sociale, per quanto più grave della gelosia, stimata, invece, un peccato veniale, una sorta di sgradevole accompagnamento della passione amorosa. Lo psicoanalista Leslie H. Faber, in uno studio dedicato a questo tema, sostiene che se l’invidia è un sentimento a due attori, io e tu, la gelosia lo sarebbe a tre: io, lei e lui. Faber considera la gelosia più devastante sul piano dei rapporti personali; riunisce in modo ossessivo sulla scena parti sempre più vaste della realtà, spingendo il dramma verso una sicura rovina, come del resto raccontano innumerevoli romanzi e film. In realtà, l’invidia, da cui scaturisce il risentimento, è probabilmente molto più temibile della gelosia. 

 

Disperazione

 

Hannah Arendt in un passo di un suo scritto degli anni Sessanta, Alcune questioni di filosofia morale, parla della malvagità umana e degli scrittori che ci hanno lasciato alcuni ritratti di grandi malvagi. I grandi della letteratura, come Shakespeare o Melville, non ci dicono molto sulla natura del male, tuttavia, scrive Arendt, ci fanno capire come nella profondità dei personaggi più malvagi delle loro pagine – Iago di Otello e Claggart di Billy Budd – “troviamo sempre la disperazione associata alla sua inseparabile compagna: l’invidia”. Che il male radicale provenga dalla disperazione, prosegue la filosofa tedesca, lo aveva già detto Kierkegaard, ma è proprio l’invidia a farci riflettere. Intorno al grande malfattore circola sempre un’aura di nobiltà, tuttavia Iago e Claggart commettono il male per invidia nei confronti di chi è migliore di loro. Una ben piccola nobiltà a ben pensarci. 

 

L’invidia, sostenevano i Padri della Chiesa, è connessa alla maldicenza e all’avidità, e discende dalla superbia, il primo dei sette peccati capitali. Invidia viene da “in-videre”, “guardare male”, ovvero il malocchio: l’invidioso è uno che non vede bene. Nella dottrina cristiana, l’invidioso sperimenta il peccato senza piacere: il suo è un tarlo interiore che lo rode, una ruggine interna, una putrefazione del pensiero; da cui la sua stretta parentela con il rancore, che rinvia a ciò che è andato a male, al rancido, all’odore acre e disgustoso: un sentimento virulento. Uno psicologo racconta che una volta un ascoltatore di una trasmissione radiofonica, intervenendo da casa, ha definito così il rancore e il risentimento: “È come prendere un veleno e aspettare che l’altro muoia”. Una formidabile definizione.

 

 

Ben prima di Jacques Lacan i Padri della Chiesa avevano capito che l’invidia produce un rovesciamento: provare dolore per il piacere degli altri. San Tommaso scrive che l’invidioso vede nel bene degli altri un male per se stesso. Ancora prima dei teologi cristiani, Aristotele aveva ribadito che non si invidiano i lontani, bensì i vicini: l’invidia come sentimento che serpeggia nella famiglia, tra gli amici, nelle comunità ristrette. Gli psicoanalisti d’indirizzo freudiano – Freud mette in scena l’invidioso per eccellenza, Edipo, e parla di “invidia del pene” da parte delle donne –, sostengono che l’invidia non è generata dal bene dell’altro in generale, ma solo da quel bene che si pensa che possa ledere l’eccellenza dell’invidioso. 

 

Scrive Hannah Arendt riguardo alla disperazione: il senso di essere perduti spinge verso la malvagità, e l’invidia è vista come una via d’uscita, una possibilità per ristabilire in modo aggressivo il proprio Io diminuito e offeso. Per questo è la mediocrità a produrre più facilmente la malvagità, smentendo l’idea luciferina e seduttiva del Male proposta dai grandi moralisti del passato. Adolf Eichmann, genio del male contemporaneo, è per Hannah Arendt l’esempio del malvagio sostanzialmente mediocre. Una considerazione che fa molto riflettere sulla capacità che possiede il male di corrompere non secondo una grande prospettiva, ma mediante piccole cose, atti, pensieri. La “banalità del male” della Arendt, quella che le consente di interpretare in questa chiave la figura di Eichmann sottraendolo a una visione luciferina del male stesso, ben si coniuga con l’idea della “zona grigia” proposta da Levi: il male non ha intrinseca grandezza, può scaturire da piccoli gesti e piccoli atti e avere conseguenze catastrofiche.

 

Glamour

 

Gli psicoanalisti che hanno analizzato questi temi – rancore, invidia, vergogna – e che hanno lavorato intorno a questi sentimenti ed emozioni negative nel corso dell’ultimo secolo – ad esempio, Melanie Klein, autrice di Invidia e gratitudine –, hanno delineato al riguardo uno scenario ben più infernale di quello descritto dai Padri della Chiesa. La Klein lega il sentimento dell’invidia alla pulsione di morte, a una forza distruttiva innata. L’invidia nascerebbe dal rapporto tra il neonato e la madre, al contatto con il seno materno, dispensatore di nutrimento e di piacere; in questa situazione il bambino proverebbe insieme senso di gratificazione e invidia. 

Alcuni psicoanalisti di scuola freudiana affermano che l’invidioso non riesce a vedere, e proprio per questo perderebbe la capacità di amare, come accade ai peccatori nell’Inferno di Dante: hanno le palpebre cucite con il filo di ferro. Lo scrittore inglese John Berger sostiene che nel mondo moderno il potere della pubblicità, grande motore del consumo e forza economica senza pari, risieda proprio nel sentimento d’invidia che è capace di innescare: essere invidiati dagli altri. Di più: le persone diventano invidiose di loro stesse, di ciò che potranno essere attraverso l’acquisto di quel certo prodotto; si tratta di una forma di reificazione di sé. La pubblicità non parla infatti di oggetti, bensì di relazioni sociali, non offre piacere, ma felicità misurata dall’esterno, sul metro di giudizio degli altri: “La felicità di essere invidiati è glamour”. 

 

Nessuna parola rende bene come glamour la condizione contemporanea, che è fatta appunto di un impasto inedito d’invidia e di risentimento, alimentatori del consumo e insieme dispensatori di forme subdole di vergogna. Il motore della pubblicità e della moda sarebbe quindi la fascinazione prodotta dall’invidia, una invidia attenuata, certo, ma pur sempre invidia. In questo modo un sentimento disdicevole è diventato uno dei motori del processo di cambiamento sociale? Grazie all’invidia ci trasformano sempre più in oggetti di noi stessi? 

 Secondo i sociologi l’inseguimento consumistico, l’ostentazione, il bisogno di aumentare il proprio potere d’acquisto – le merci e le ipermerci, come sono oggi chiamate – portano a insoddisfazioni, forme ossessive di ripiegamento su se stessi, dalle quali scaturisce la malattia del risentimento. La stessa vergogna di non aver successo, di non aver raggiunto quella notorietà propagandata dalla società dello spettacolo – i quindici minuti di celebrità di Andy Warhol –, portano a forme di rancore che attraversano il tessuto sociale e trovano spesso nei capri espiatori di turno – gli ebrei, gli stranieri, i migranti, i rom, gli omosessuali ecc. – il punto di sfogo, alimentando così gli istinti che il processo di civilizzazione aveva faticosamente cercato di contenere e instradare mediante vari strumenti sociali. 

 

 

Figli della democrazia

 

Il risentimento appare dunque come il risultato della continua competizione per l’affermazione di sé che, appunto, è uno dei tratti più caratteristici della società attuale. Gli individui mostrano, rispetto al passato, una sempre maggior incapacità a sopportare le massicce dosi di frustrazione necessarie alla riproduzione del sistema sociale. Friedrich Nietzsche nella Genealogia della morale ha sostenuto che il risentimento è la malattia delle emozioni nelle società moderne, delle democrazie in particolare, che rovesciano la morale aristocratica ed elitaria dell’età precristiana. 

La democrazia e il socialismo, figli legittimi della “religione degli schiavi”, il cristianesimo, sviluppano il risentimento e fanno del rancore il motore stesso della modernità. 

Forse non è un caso che la parola stessa – “risentimento” – sia entrata nel vocabolario moderno attraverso un libello del 1593, intitolato Dialogue du Français et du Savoysien, in cui si parla del malcontento dell’aristocrazia di fronte all’accesso dei borghesi, i nuovi arricchiti, ai titoli nobiliari, come ha spiegato Stefano Tomelleri. In definitiva, il risentimento è la condizione sentimentale, scrive, di chi per lungo tempo ha desiderato, senza mai realizzare ciò cui aspirava, e sente ora che quanto aveva immaginato non si concretizzerà mai. Per questo il risentimento costituisce una vera e propria intossicazione dell’anima contemporanea.

 

Il rancore si presenta così sotto forma di “un demone prigioniero”, che continua il suo eterno lavorio, imprigionato dentro di noi, alimentatore di rovelli inestinguibili, tenuto in vita dal nostro stesso desiderio. Il demone rumina, rimugina, rimastica sempre il medesimo bolo, come se il tempo della digestione definitiva non dovesse mai giungere. Kancyper, che ha dedicato all’argomento del risentimento uno studio, sostiene che questa emozione è legata alla dimensione temporale, differenziando tra due tipi di memorie: la memoria del dolore, che continua nel tempo della rassegnazione, e la memoria del risentimento e del rancore, che “si trincera e si nutre dell’aspettativa della vendetta in un tempo futuro”. Per questo il risentimento appare allo psicoanalista legato a pulsioni di morte: “la compulsione ripetitiva e insaziabile del potere vendicativo”; si regge, dunque, sul principio del “tormento”, un pensare calamitoso, come lo chiama un paziente dello psicoanalista argentino, in cui la collera diventa la sola via di fuga dal tormento interiore. 

 

C’è un passaggio eloquente in un libro di Primo Levi, La tregua, che spiega molto bene come il sentimento della vergogna possa diventare un terribile strumento nella “memoria del dolore” e insieme nella “memoria del risentimento”. Dopo aver raccontato cosa aveva provato al momento della liberazione dal Lager, dopo aver descritto quanto i segni dell’offesa fossero così radicati nei sopravvissuti, così da non suscitare alcuna gioia per la libertà ritrovata e per averla scampata allo sterminio, lo scrittore torinese descrive come l’offesa ricevuta – in questo caso, ma ciò vale anche per l’offesa immaginata o ritenuta tale – diventi una fonte inesauribile di male: “Spezza il corpo e l’anima dei sommersi, li spegne e li rende abietti; risale come infamia sugli oppressori, si perpetua come odio nei superstiti, e pullula in mille modi, contro la stessa volontà di tutti, come sete di vendetta, come cedimento morale, come negazione, come stanchezza, come rinuncia”. Come non leggere in questa descrizione quello che è accaduto e accade anche in tanti conflitti in giro per il mondo, tra popoli e religioni diverse? Nessuno ne è esente. Il risentimento e il rancore non necessariamente, ci avverte Levi, hanno un’origine non motivata. Ma quando ce l’hanno, l’effetto è il medesimo: cedimento morale, vendetta, stanchezza, rinuncia. Non esiste una giustizia umana che estingua l’offesa, ci ricorda l’ex deportato di Auschwitz. 

 

(continua)

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