Di pala in brand. Crusca alla Crusca

“Cruscaio”, “cruscante”, “cruscata”, “cruscheggiante” e “cruscheggiare”, “cruscherìa” e “cruschesco”, “cruschevole” e “cruschevolmente”... Un'intera famiglia di parole. Ma chi le usa più? Nessuno. E chi saprebbe come usarle? Forse poche e pochi. Eppure sono parole italianissime e inimitabili. Parole a denominazione di origine controllata e garantita. 

Un buon dizionario, in proposito, può aiutare chi vuole saperne di più. Per esempio, il “Grande Dizionario della Lingua Italiana” di Salvatore Battaglia. Si vedrà come parole siffatte si trovino sotto le penne di Foscolo e Leopardi, di Baretti e Berchet, di Ojetti e D'Annunzio, di Settembrini e Tommaseo. Erano tempi forse più vivaci dei presenti? Tempi di "pane al pane, vino al vino e Crusca alla Crusca”? Forse. 

Il merito dell'esistenza di queste parole, in italiano, va infatti alla celebre Accademia della Crusca. Ma è un merito involontario. In anni lontani, l'Accademia della Crusca fecondò la lingua in proposito. E la lingua partorì simili espressioni. Non lo fece di certo per esprimere lodi. In passato, poteva succedere che la Crusca e le attitudini linguistiche da essa incoraggiate fossero biasimate. E, come si vede, non dal primo venuto. Lo si è detto: altri tempi, tempi di “Crusca alla Crusca”. 

 

 

Tra la Crusca d'un tempo e quella d'oggi pare esserci una grande differenza. Quella divideva, questa fa l'unanimità intorno a sé. E gode di indiscutibile e meritata autorevolezza. Non solo tra gli addetti ai lavori, come sarebbe ovvio, considerando gli studi sofisticati che essa promuove in modo benemerito. 

Gran parte della gente che le tributa tali sentimenti ignora d'altra parte i modi con cui l'Accademia della Crusca e la sua fama si sono storicamente formate. Ma cosa importa, oggi, della storia e della filologia? Oggi, è tutta una faccenda di brand. E la Crusca ha un nome arcano che circola da secoli. Pronto a essere un brand di successo. C'è del resto da immaginare che nemmeno all'Inquisizione farebbe oggi difetto il successo, se a qualcuno venisse in mente di riesumarla come brand, ovviamente con opportuno maquillage.  

 

I presenti sono infatti tempi di zelo. Zelo è forse anch'essa una parola un po' in disuso. Chiosano i dizionari, in proposito: infervoramento, meticolosità, scrupolo, pignoleria. Sì, è vero. Lo zelo d'oggi gira un po' a vuoto. Dà sovente la sensazione di essere riflesso superficiale di un sentimento profondo di impotenza. Comunque sia, tra il molto altro, esso ha messo nel suo mirino (così oggi s'usa dire) la lingua, anzi l'espressione altrui. Star lì a segnalare errori, a indignarsi per gli svarioni, ad additare immoralità grammaticali è oggidì un'attività di massa. Il numero di sfaccendate e sfaccendati è andato d'altra parte crescendo, negli ultimi secoli. Prima lentamente. Negli ultimi anni, vertiginosamente. Far le pulci linguistiche al mondo intero, non potendo fare altro, fa evidentemente sentire meno disutili. 

Un dì, uno zelo di questo genere, lo si sarebbe detto effetto di una pedanteria praticata da eruditi anziani e malmostosi, barricati tra vecchi tomi di polverose biblioteche di provincia. Ma i tempi non sono più quelli. Oggi, anche zelo e pedanteria vivono i loro fasti sociali. O “sousciol”, come forse bisogna proferire per chiarire di qual genere di teatro sociale si tratta.

 

Ecco allora l'Accademia della Crusca tentata, in tale teatro sociale, dal ruolo di primadonna: sono diventati di recente più di trecentomila i “mi piace” raggiunti dalla sua pagina nella più popolare rete sociale. E il consistente drappello degli e delle zelanti della lingua le si rivolge per le vie brevi. Non c'è zelante che non sia, nel profondo del suo animo, tanto esitante quanto è inflessibile nei comportamenti superficiali. Per essere in pace con la propria coscienza, non c'è zelante dunque che non debba, meglio che non voglia ricorrere a una autorità, per sapere il suo fervore e i suoi comportamenti linguistici approvati e benedetti. 

Di qui, un rinnovato spazio sociale per la Crusca, nei tempi mutati. Uno spazio che resta tuttavia nel solco della sua tradizione più propria e nobile. La tradizione che ne giustifica l'esistenza dalla nascita. Anche nel momento in cui autorizza (appunto, autorizza) apparenti novità e innocenti devianze, la Crusca infatti continua a farsi garante, se non propugnatrice, di una conformità linguistica venata di zelante conformismo.

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