E se, per qualcuno, la Pulce fosse un carneade?

“– Carneade! Chi era costui? – ruminava tra sé don Abbondio seduto sul suo seggiolone, in una stanza del piano superiore, con un libricciolo aperto davanti, quando Perpetua entrò a portargli l’imbasciata. – Carneade! questo nome mi par bene d’averlo letto o sentito; doveva essere un uomo di studio, un letteratone del tempo antico: è un nome di quelli; ma chi diavolo era costui?”. Ecco Alessandro Manzoni dare una pennellata alla figura di don Abbondio, prete di campagna di incerta cultura, descrivendone il tratto umano forse meno antipatico. Altri, come la codardia, sono “troppo umani” e quindi riprovevoli, a coglierli fuori di se stessi. Non così, quando li si pratica in proprio. Qui non si dice però né di psiche né di morale. Di lingua, piuttosto. Con la lingua, Manzoni aveva del resto un rapporto consapevole, lo si sa. 

Il “gag” illustra una proprietà comunicativa del nome proprio nel discorso. Mostra che (si ponga appunto) “Carneade” non è espressione trasparente se, per chi la riceve, designa appunto un carneade. Un gioco di parole? Sì. Oggi possibile grazie al successo della trovata manzoniana. La battuta divenne proverbiale. Nacque un’antonomasia. Di antonomasia, ce ne sono due tipi.

 

Una, la classica, di un nome comune fa una designazione che funziona come un nome proprio: “la Pulce”. L’altra fa di un nome proprio un nome comune: “un mecenate”. Ed è detta vossianica, da chi se ne intende, perché a rifletterci su fu un gran dotto del Seicento, Gerhard Johannes Voss. C’è da supporre Voss sia oggi e per molti un carneade...

Da Manzoni in avanti, si cominciò così a dire “carneade” per designare ‘una persona ignota, mai sentita nominare: «per me è un c[arneade]»’. Così nel Vocabolario Treccani, a prova del passaggio allo stato di nome comune. “Carneade”, nome proprio, continua ovviamente ad avere la sua voce nelle enciclopedie.

L’antonomasia “carneade” non è l’unica tratta dai “Promessi sposi”. Ci sono “perpetua”, per ‘donna di servizio di un sacerdote’, e “azzeccagarbugli”, per ‘avvocato da strapazzo e intrigante’. Diverse, tuttavia, da “carneade”. Alla fantasia dello scrittore si deve il contesto narrativo in cui compare il “Carneade” che ha aperto la strada all’antonomasia. Non le si deve il nome dell’antico filosofo greco: uno scettico che, ai suoi tempi, non fu certo un carneade. Lo divenne duemila anni dopo essere morto. Si dice ci sia sempre ironia nella vita. Per chi, volente e nolente, si fa un nome (proprio), può capitare che ce ne sia appunto anche nel séguito.

 

Ecco allora il succo del “gag” manzoniano. Riferirsi a qualcuno (ma anche a un luogo, a un’opera dell’ingegno, a un evento e così via) con un nome proprio o (che è lo stesso) con un’antonomasia classica dà luogo a una comunicazione felice solo se il riferimento è noto anche a chi l’ascolta o lo legge. Diversamente, le due espressioni dicono poco. Dicono che chi lo proferisce o lo scrive presume di condividere una conoscenza con chi ascolta o legge. O che presume di non condividerla. Nel qual caso, gettati lì e senza spiegazioni, nomi propri e antonomasie classiche sono, nei confronti di chi legge o ascolta, indici di un atto espressivamente supponente e, talvolta, comunicativamente intimidatorio. Colpe di cui s’amerebbe qui non macchiarsi: per chi lo ignorasse, la Pulce è quel Lionel Messi, celebrato calciatore argentino, in forza da alcuni anni al Barça, cioè al Futbol Club Barcelona. Per niente un carneade.

 

Pubblicato, sotto altro titolo, sul Corriere del Ticino (26 gennaio 2017).

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