Il genere effettivo e quello percepito

“Sindaca”? Certo! “Chirurga”? E perché no? “Ministra”? Ci mancherebbe. Anche “ingegnera” e tutto ciò che, oggi, “ditta il core” e impongono le sensibilità che, a dirle nuove, fa ormai ridere. Perché di sensibilità si tratta e di fatti di una categoria linguistica che si vorrebbe qui chiamare genere percepito, per provare a distinguerlo dal genere effettivo. Senza pretesa di scienza, naturalmente. Solo perché chi vuole provi a chiarirsi un po’ le idee, nel proprio foro interiore. Molti fenomeni della società si presentano del resto sotto tale duplice aspetto. E il percepito, che è un fatto, con una sua natura peculiare, oscura sovente l’effettivo. Per cogliere il secondo, che è anch’esso un fatto, serve dunque un punto di vista più freddo, più lontano.

 

Esemplare è il caso di “uomo”. Per indicare in modo generale la “nostra riverita specie” (parole di Manzoni), dire “l’uomo” non tanto non si può, quanto non usa più. Si ricorre così a “l’essere umano”: una perifrasi. Detto a margine, sembra questo il destino ineluttabile dell’eufemismo: la prolissità. La misura è ovviamente opportuna. Per via di una regolarità rigorosa e infrangibile, “essere (umano)” non manca tuttavia di un genere: lo si dice “maschile” per via d’una terminologia che è infausta, soprattutto per la linguistica, e non certo solo a vederla con gli occhi oggi fattisi sensibili. Ecco appunto un maschile effettivo ma non percepito: non c’è uomo o donna, infatti, che non sia “un essere umano”.

 

Ph Nadav Kander.

 

Ancora un esempio. In italiano, a occhio, la quantità delle scritture femminili pare oggi avere di gran lunga sopravanzato quella delle maschili. Non solo per tale ragione, è così capitato che una formula come “la paternità dell’opera”, riferita, si ponga, a un romanzo, abbia smesso di parere anodina. Essa è entrata nel novero delle sospette di scarsa correttezza politica. Ne è sortita (non si sa con qual fortuna) la proposta di sostituirla con “la genitorialità dell’opera”, espressione, si è opinato, meno compromessa. Vero. Ma “genitoriale”, aggettivo apparso solo nella tarda metà del secolo scorso, è un derivato da “genitore”. Orbene, “genitore” porta inscritto in modo indelebile il suo genere, il cosiddetto maschile, seguendo peraltro un modello, come nome d’agente, i cui elementi compositivi rimontano addirittura alla preistoria della famiglia linguistica cui l’italiano appartiene.

 

Del resto, che l’anagrafe comunale dipenda da un “sindaco” o da una “sindaca”, “padre” e “madre”, insieme, restano ancora pacificamente “i genitori”, con un genere effettivo che assorbe la differenza, come capita tradizionalmente ai plurali. Tale genere non è evidentemente ancora tra i percepiti e sfugge alla correzione. Potrebbe però diventarlo (se già non l’è diventato) per via delle evoluzioni in atto degli schemi familiari e di parentela. Se verrà fuori “le genitrici”, anche il valore di “i genitori” cambierà!

Del resto, si sarebbe potuto derubricare il caso di “la paternità dell’opera” e passarlo allo statuto di banale figura, considerato anche il modo con cui, di norma, nascono le opere dell’ingegno. Ma c’è appunto, in chi è sensibile al genere percepito, una qualche magari giusta rivendicazione della corrispondenza tra lingua e realtà che non va confusa con la verità. E capita a tale rivendicazione di scontrarsi con una realtà sempre esorbitante e con una lingua il cui sistema funziona su valori linguisticamente effettivi, quindi tendenti ineluttabilmente all’arbitrarietà.

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