Erano gli inizi dei Settanta del Novecento: la “Contestazione” (così si diceva allora in italiano, con un’antonomasia esemplare) viveva ancora i suoi fasti. Robin Lakoff stava in una pattuglia di giovani scavezzacollo americani usciti da dottorati ispirati al credo chomskiano. Irrequieta, s’era già gettata in altre avventure intellettuali, tra le tante aperte dalla linguistica. Dalla sintassi, s’era perciò trasferita alla semantica e oltre. 

Girovagando, le capitò di interrogarsi sulla congiunzione avversativa “but”, ‘ma’, e tirò fuori come esemplare il caso di “John is a Republican but he's honest”. L’esempio divenne celebre, tra i linguisti, come l’articolo che lo conteneva. Si capisce meglio perché, se si ricorda che erano gli anni del primo mandato del repubblicano Richard Nixon, un presidente pochissimo amato dalla gioventù contestatrice di allora. Si sa come finì poi il secondo mandato: Nixon non lo portò a termine, travolto, come disonesto, dal “Watergate” (metonimia e antonomasia, in tale designazione: qui non è il caso di tirarle in ballo; capitasse, un’altra volta). 

 

 

Cosa mostrava l’esempio di Lakoff? Anzitutto che a chi è curioso della lingua e vuole capirci qualcosa non basta definire “ma” una congiunzione avversativa. In effetti, se ci si tiene a ciò che lì è esplicitamente detto e alle eventuali glosse dei dizionari, non c'è niente in “onesto” che avversi “repubblicano. Che ci sta allora a fare, tra i due, la congiunzione? 

Per intenderlo, bisogna entrare in un livello implicito del discorso. Nel discorso, ci sono infatti un dire e un non-dire e ambedue vanno tenuti presenti per capire. Così avrebbe affermato pochi anni dopo il francese Oswald Ducrot, aggiungendo in proposito argomenti a quelli di Lakoff. Quel “ma” non mette in contrasto significati espliciti. Blocca un’inferenza. Quale? Quella che, in quanto repubblicano, John sia disonesto. Bloccandola (e qui sta l’aspetto diabolico della faccenda) ne svela tuttavia e ne conferma la plausibilità. Insomma, John è salvo, per dire così. Ma senza che una sola parola lo dica esplicitamente, la disonestà dei repubblicani viene presentata come discorsivamente indubbia. Essa è data come solido e fertile terreno sul quale fiorirebbe naturalmente l’inferenza, se, senza “ma”, fosse lasciata libera di farlo. Difficile trattenersi dal pensare che sia ciò che vuole affermare chi proferisce l’espressione. Fai mostra di salvarne uno, di repubblicani, e così, indiscutibilmente, li condanni in massa. Bel colpo.

 

Un gioco del genere può tuttavia essere pericoloso, per chi non sa controllarlo. Capita sveli infatti idee preconcette non sempre commendevoli. Un triste esempio, in italiano. Qualche anno fa, a un’età in cui il pericolo incombe ma, subdolo, può non dare segni premonitori, morì d’improvviso un importante studioso di arte e di comunicazione. Per la cultura d’espressione italiana una notizia per nulla trascurabile. La diede infatti anche l'edizione on-line di un autorevole quotidiano. Per  presentare la figura, vi si leggeva: "Insegnava a... [e qui la menzione di un’illustre città universitaria italiana], ma aveva tenuto lezioni a Parigi, Harvard, Yale e Barcellona". “Ma”?

Non è difficile intendere su cosa galleggiasse e cosa rivelasse la sortita mentre è difficile capire in cosa essa fosse stata ritenuta migliore di "Insegnava a… e aveva tenuto lezioni a…", se non nella lampante funzione di mal controllata manifestazione di provincialismo.

 

Comparso il 12 aprile 2017 sul «Corriere del Ticino» con altro titolo.

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