Saussure, principe di Danimarca

Tra linguisti e semiologi, prima ancora di far fatica a trovare ascolto, il punto di vista di Ferdinand de Saussure fa da sempre fatica a trovare chi se ne faccia carico sperimentalmente. Il panorama degli studi ha vantato e continua a vantare un numero variabile ma sempre consistente di saussurologi. Studiosi che parlano di Saussure quando capita loro di fare storia della linguistica o della semiologia, con annessa teoresi, e di fare teoresi linguistica o semiologica, con le annesse cronache disciplinari. Lo stesso panorama lamenta però non da oggi una penuria di studiosi operativamente ispirati dalla lezione saussuriana. Manca in altre parole di studiosi che, nel concreto lavoro di ricerca e giorno dopo giorno, pongano in opera quanto il linguista ginevrino dettò come metodo consapevole a chi vuole occuparsi di lingua con il crisma della scienza. Dichiarando infatti la sua intenzione di “montrer au linguiste ce qu’il fait”, Saussure poneva con chiarezza al centro del suo impegno una questione metodologica strettamente legata alla determinazione procedurale di valori correlativi. 

 

Ecco, reso qui in italiano, un appunto di suo pugno: “Noi non fissiamo nessuna seria differenza tra i termini valore, senso, significazione, funzione o uso di una forma, nemmeno con l’idea come contenuto di una forma; questi termini sono sinonimi. Va tuttavia riconosciuto che valore esprime meglio di ogni altra parola l’essenza del fatto, che è anche l’essenza della lingua, e cioè che una forma non significa ma vale: qui sta il punto-cardine. Essa vale, di conseguenza essa implica l’esistenza di altri valori” (F. de Saussure,  Écrits de linguistique générale, Texte établi et édité par Simon Bouquet et Rudolf Engler, Gallimard, Paris 2002, p. 28;  i corsivi sono nell’originale). Sono parole che bastano già da sole a ridimensionare, se non a demistificare  questioni che, per decenni, hanno fatto da pretesto a infocate discussioni teoriche, oltre che da base a fortunate carriere intellettuali. 

 

Al sobrio magistero di Saussure, del resto, si accede oggi proprio districandosi dalla foresta di sofisticherie che gli è cresciuta intorno. Anche quando l’intento di commenti e interpretazioni è stato probo (in alcuni casi, c’è da dubitarne), il loro esito si è rivelato più o meno sempre il medesimo: ricondurre la lezione saussuriana proprio in quel recinto da cui il linguista ginevrino voleva che la sua disciplina finalmente evadesse. Indicò in proposito una via maestra, per la sua linguistica e la sua semiologia, che è come dire, ancora una volta, un metodo. 

 

Ciò che ha valore nell’espressione umana, deve tale valore a rapporti. E i rapporti sono esclusivamente d’ordine sintagmatico (in altre parole, si determinano sull’asse della combinazione) e d’ordine associativo (in altre parole, si determinano sull’asse della sostituzione; da Louis Hjelmslev in avanti, tale ordine è stato detto paradigmatico). Il linguista lavora con attenzione alla determinazione di tali valori e, a ben considerare, si tratta di un’impresa titanica, mai tentata prima e nemmeno immaginata, per via dell’abbandono o perlomeno della sospensione di ogni comodo appiglio ontologico e di ogni facile certezza categoriale. Per Saussure, il suo impegno comporta, più ancora che fedeltà, costanza nel perseguire un simile indirizzo. Comporta correlativamente di non cedere alla seduzione, al fascino maliardo dei canti coi quali si sono esercitate secolari sirene dottrinali, ancora oggi in pieno e sempre rinnovato servizio. Esse invitano a prendere rotte rapide e forse brillanti per dottrina, ma esiziali per la disciplina, visto che conducono ai consueti gorghi. 

 

Il magistero metodologico di Saussure fu insomma di una semplicità scandalosa. Ma solo una semplicità scandalosa permette di sortire dal recinto plurimillenario in cui la lingua era stata appunto fatta oggetto di rumorose diatribe filosofiche e di pedanti cure filologiche, le une e le altre inconcludenti, dalla sua prospettiva. Persino dannose, per la crescita di una disciplina sperimentale di un genere completamente nuovo, come egli la immaginava e come essa (oggi lo si può dire) ha mancato di svilupparsi. Non intermedia tra scienze della natura e dello spirito e quindi, in sostanza, riducibile, secondo i casi, un po’ al modello delle une, un po’ a quello delle altre, ma irriducibile ai modelli e ai metodi fin lì praticati, anche perché capace di definirsi nella definizione medesima di un oggetto di studio anch’esso nuovo: la facoltà di espressione dell’essere umano. 

 

Così, nel cuore del Novecento, sembrò infatti avesse cominciato a svilupparsi la linguistica. Meno, per maggiori difficoltà operative, una semiologia saussuriana, poi imbastardita nel connubio innaturale con la cosiddetta semiotica, che le ha anche usurpato, pare definitivamente, il diritto ad avere un suo proprio nome. Così si sviluppò la linguistica con Émile Benveniste, per esempio, o, pur nelle non trascurabili differenze, con Roman Jakobson e con pochi altri. Lo fece peraltro in funzione del clima culturale di una modernità rivelatasi frattanto così matura da essere sulla soglia dell’avvizzimento. 

 

Osservata dall’oggi, la linguistica saussuriana (e forse la linguistica tout court) ha tutta l’aria d’essere infatti uno dei molti compiti che, facendo abuso d’intelligenza, la modernità prese su se stessa. Non c’è abuso che non sia sciocco e le sfuggì di conseguenza che le sarebbe mancato il tempo non tanto per assolvere compiutamente a tali compiti, quanto anche solo per dimostrare la plausibilità di uno sforzo che, a dire il vero, si presentava già in molti casi come ultra-umano. E Saussure, sempre nei suoi appunti strettamente privati: “Bisogna noi si dica qual è il nostro intimo pensiero? C’è da temere che una visione esatta di cosa è la lingua conduca a dubitare dell’avvenire della linguistica”.

 

Quanto è successo negli ultimi cinquant’anni non è d’altra parte difficile da intendere. Sopra temi eterni, come sono appunto la lingua e complessivamente l’espressione umana, ciò che, per (con)senso comune, il mondo pratica e tiene per certo da millenni ritorna inesorabilmente e si impone. Può sembrare nuovo, perché non c’è vecchia idea che, a ogni sua ricomparsa, non si vesta secondo le mode del tempo. Oggi, quanto alla lingua, vanno per esempio per la maggiore la moda scientista e quella codina. Ed è tutto un convergente parlare, da un lato, di cervello, dall’altro, dei modi con cui ci si dovrebbe comportare.

Essere “out of joint”, fuori del cardine, è del resto carattere specifico e permanente del tempo, per dirla con Amleto. Tipico del matto è accompagnare una consapevolezza del genere, da vivere serenamente, con la presuntuosa pretesa d’essere “born to set it right”. E fu questa l’interiore e inquieta attitudine di Saussure: matto non solo e comprensibilmente nella sua esplosiva giovinezza, ma ancora nella sua implosa maturità. Ne seguirono, a quanto è dato di sapere, un grave tormento personale e un profilo umano nella cui realtà (che resta nebulosa, malgrado una recente e monumentale biografia) si riconoscono tratti esemplarmente assegnati dalla finzione scenica al principe danese.

 

“Though this be madness, yet there is method in’t”: ecco, appunto. Non è necessario lo si dica troppo in giro. Del resto, c’è da dubitare ne valga la pena. Non tocca in ogni caso a un punto di vista peregrino, come fu e resta quello del linguista ginevrino, di sommuovere l’imperturbabile. Ma ai pochi felici che si accostano con curiosità autentica all’espressione umana, si può dire che, quando si tratta di Saussure, la teoresi che l’ha preso a campione involontario va semplicemente lasciata da canto: di norma, si tratta solo di fumisterie mistificatorie. Latenti e ancora quasi interamente inespresse, ci sono invece la sua linguistica e la sua semiologia sperimentali, alla luce delle quali, quanto alla lingua e all’espressione umana, c’è ancora molto, se non tutto da fare. Latenti e ancora quasi interamente inespresse, ci sono insomma discipline scientifiche integralmente moderne, dove è questione di metodo. Niente altro che questione di metodo.

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