“Stucchevole” e “melenso”

Tra le parole che oggi non ricorrono tanto quanto dovrebbero o che non ricorrono abbastanza dove forse dovrebbero, ci sono gli aggettivi “stucchevole” e “melenso”. Il secondo specificamente in quel suo valore, venuto alla luce, a quanto pare, ora è poco più di un secolo, che lo avvicina, senza renderlo identico, a “lezioso”, “sdolcinato”, “caramelloso”, “svenevole”.

Così inteso, chi scrive lo ha sentito fin da bambino sulle labbra del proprio genitore. Senza avere dottrina, tanto meno dottrina letteraria, egli aveva forse respirato in gioventù un’etica diffusamente pirandelliana. In essa, c’è da ritenere, la rilevazione critica e a tratti irridente, la stigmatizzazione di ciò che era melenso erano praticate più di quanto non lo siano adesso.

 

Ecco appunto: oggi non lo sono. Invece, non ci sarebbero qualificazioni migliori, per la presente temperie culturale in lingua italiana, di quelle che possono fornire quei due aggettivi. Si rischia la carie ad addentare la cultura in lingua italiana, oggi, nei luoghi della sua produzione e del suo smercio. Per venire incontro a un gusto generale che, si opina (e si opina evidentemente bene), inclina al dolciastro, la produzione culturale propone regolarmente pagine leziose e sentimentali, tra “vertigini”, “eccitazioni” e “pugni nello stomaco”, quindi senza escludere, dandosi il caso, temi scabrosi o violenti. E lo stile, pieno di facili effetti, sovente perciò qualificato come “potente”, fa continuo appello all’affettività di chi legge e pullula di petizioni di principio tanto sentenziose quanto vane.

 

Se ci si concentra poi sulla saggistica, si osserva che questioni, cose, autori del passato, persino di quello remoto, con le loro lingue severe, vi sono evocati come si trattasse di inscenare morbose sedute spiritiche. Così (è la pretesa) si entra finalmente nel circolo di misteriose e simpatetiche comunicazioni. Succede allora che col poeta ci si salvi la vita, che si inneggi al latino, che si esclami stupefatti quanto il greco sia geniale o che ci si perda tra le visioni oniriche di un giovane favoloso. Il tutto, appunto, tra un tavolino che balla e un deliquio da medium, quanto al metodo e al suo necessario rigore, e in permanente assenza di uno sguardo critico o anche soltanto di un’attitudine interrogativa. 

 

Da prodotti simili (e dagli elogi che se ne sente fare, in modi, a dire il vero, talvolta inverecondi), fatti, cose, persone, testi, lingue emergono come fantasmi dalle nubi che folate di svenevolezze sollevano da montagne di zucchero a velo. E l’indeterminatezza viene spacciata per aura, le allusioni per indizi di pensosità intellettuale, il patetismo per partecipazione, il moralismo per moralità.

 

È divulgazione, si dirà. Proprio così: è la divulgazione che chi legge in italiano mostra evidentemente di meritarsi. Quindi, niente scandalo, per carità! Affari. E come affari vanno anzitutto trattati. Solo che, fuori della loro giustificazione commerciale, anche gli affari sono un sintomo culturale loquace. E tale sintomo dice che su chi legge oggi in italiano (ed evidentemente non percepisce differenze tra divulgazione e volgarità) stucchevolezza e melensaggine esercitano la massima attrazione.

 

 

Questo articolo è uscito con altro titolo sul "Corriere del Ticino" del 14 luglio 2017

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