Il lettore, coscienza dell’autore

“Pro captu lectoris habent sua fata libelli”: Terenziano Mauro, grammatico successivo all’epoca di Adriano (l’imperatore romano del libro di Marguerite Yourcenar), diede forma e cadenza di esametro a un’osservazione ovvia; di quel tipo d’ovvietà mai trascurabile, però. I destini dei libri dipendono della capacità di chi li legge, dalla sua intelligenza di ciò che legge, dice quel verso. E le cose stanno così, incontrovertibilmente.

Un libro o, più generalmente, un testo non è un oggetto inerte. È sempre un processo, un’operazione. Vi gioca un ruolo l’autore. Fuori dell’aspetto funzionale, dell’autore, può accadere si sappia poco o nulla: casi celebri, in proposito. Comunque sia, l’autore resta la funzione più esposta dell’operazione testuale, la saliente. 

 

L’autore è però lungi dall’essere il solo termine del testo, la sua sola funzione. Il testo ha un certo numero di funzioni indispensabili al suo procedere. Tra queste, c’è appunto il lettore. Umberto Eco ne scrisse largamente quaranta anni fa dalla prospettiva dell’interpretazione. Qualcosa va aggiunto (e forse precisato) da quella propriamente linguistica. 

Non avesse altro lettore, il testo ha infatti l’autore medesimo che prende, anche non lo volesse, la funzione di lettore della sua espressione, nel momento stesso in cui s’esprime. C’è insomma un aspetto riflessivo, nell’espressione. Non c’è parola, per quanto ancora silenziosa, che non abbia chi l’ascolta; non c’è scritto, per quanto ancora inedito, che non abbia chi lo legge. Si vuole chiamare coscienza tale funzione? Perché no? L’ineluttabile circostanza ha del resto molto da spartire col pudore.

 

Ci sono parole che non vengono mai proferite: le ferma chi le ascolta per primo, nel suo foro interiore. E ci sono scritti che finiscono nel cestino, grazie al primo lettore. Sono circostanze neglette da chi tratta il testo come fatto comunicativo e dimentica che esso è anzitutto un processo espressivo: quel processo in cui autore e lettore convergono. Così che di un cattivo libro e, in genere, d’un testo indegno, chi se ne fa autore è sì responsabile come autore, ma anche e forse soprattutto come lettore. Alla luce dell’osservazione di Terenziano Mauro, se ne rivela in effetti lettore di scarsa capacità e, qui s’aggiunge, manchevole conseguentemente di coscienza e di pudore.

 

Comparso sotto altro titolo sul Corriere del Ticino del 17 febbraio 2018

Sei arrivato fin qui da solo, ora andiamo avanti insieme: SOSTIENI DOPPIOZERO e diventa parte del nostro progetto. Basta anche 1 euro!