La vera parola del momento

Ci si faccia caso, la parola del momento non è una delle tante gettate come petardi e mortaretti (in attesa magari di farsi bombe vere e proprie) che fanno tanto rumore e attirano l’attenzione. La parola del momento è parola, tema che si sta gonfiando con un uragano di parole. Non c’è nessuno che non abbia parole da dire e non c’è nessuno che non abbia da dire parole sulle parole. E le parole crescono sulle parole, in un contesto sempre più parolaio.

 

C’è chi dice parole cattive. Le dice e mentre le dice si guarda, compiaciuto. Mentre le dice, si ascolta soddisfatto. Non ci vuole molto a capire e del resto non nasconde di dirle anzitutto per vedere l’effetto che fanno: su se medesimo e sugli altri. Ma appunto non di nascosto. Apertamente. Guardarsi, ascoltarsi è un’attività sociale. Se non lo si fa sotto gli occhi di tutti, è come non farlo. Sembra narcisismo, ma non lo è. Del resto, bruttini e piuttosto avanti negli anni come complessivamente si è, chi avrebbe mai veramente il coraggio di specchiarsi? Ci si scorda sempre, quando si parla di narcisismo dilagante, che Narciso era carino. La circostanza non ebbe certamente scarso peso nella sua predilezione: magari ce ne fossero, di narcisi! Ci sarebbe perlomeno gente carina, in giro. E allora, sembra narcisismo, ma è esibizionismo. E si esibiscono laidezze destinate a un pubblico presso il quale dilaga un’evidente inclinazione per l’orrido, il disgustoso, il rivoltante: c’è chi ci grufola, c’è chi se ne indigna. Si può avere il sospetto che si somiglino più di quanto non credano? Con le parole cattive correnti, peraltro, il gioco smaccato (ma lo si può ancora chiamare gioco?) consiste nell’impersonare il Cecco del celebre quadretto popolare di “Mamma, Cecco mi tocca… Toccami, Cecco...”. Paiono strategie comunicative sopraffine. Come sempre in Italia, è soprattutto strapaese. E pour cause.

 

Così, le parole cattive sembrano spesso solo l’innesco della discussione sulle parole. Ma sono già, a ben vedere, meta-parole, parole su parole. La discussione sulle parole, in altre parole, comincia nel momento in cui le prime parole vengono proferite in quanto tali. Sono proferite perché se ne parli, delle parole. Sono d’altra parte palesemente meta-parole quasi tutte le parole non-cattive che così prendono origine. Oltre a tutte le non-cattive che reagiscono alle cattive, sono parole sulle parole anche le non-cattive che fanno l’esame delle cattive e delle non-cattive. 

Si tocca con ciò un tema delicatissimo, per la cosiddetta società intellettuale. Al di là del merito, al di là di cattiveria e no, come si sa, c’è sempre il metodo, quando si tratta di lingua. Almeno, c’è sempre per chi ancora pratica quei principî di ragionamento che per qualche secolo hanno innervato la critica, cioè il discernimento (forse non lo fanno più: cresce, di conseguenza, la necessità di testimonianze).

Quanto alla lingua, fino a qualche tempo fa, la scena pubblica intellettuale abbondava di grammatici. Se ne incontrava uno ad apertura di rete sociale, al primo girare di pagina di un quotidiano, a uno sguardo anche distratto alla tv. Il grammatico è rapidamente passato di moda, come c’era da attendersi. Adesso, senza che se ne declini esplicitamente la specialità (la parola sarebbe ostica), va per la maggiore il filologo. Nel quadro culturale millenario della nostra civiltà, si tratta dell’osservante (sì, dell’osservante) di quella disciplina cui sono (stati) affidati per secoli studio della storia della parola e sua correlata analisi. Della parola scritta, soprattutto, ma, dandosi il caso, di ogni altra.

 

Non c’è persona che concioni in pubblico, che prenda la penna in mano, che batta sopra una tastiera che in effetti non abbia frattanto disposto un suo personale banchettino filologico. Non essere presente con qualche riflessione sopra un’assortita congerie di parole mette a rischio, oggi, d’irrilevanza. I mercati dello spirito chiedono che si parli di parole e, si sa, sono i mercati a decidere. Così che è tutto un agitarsi, appunto, sulla piazza del mercato: “Parole, parole fresche e sviscerate sul momento...”, “Parole appena pescate...”, “Parole, parolacce, paroline… per tutti i gusti, per tutti i palati: avvicinatevi, c’è una parola che fa sicuramente al caso vostro”, “Signora, mi dica: come la vuole questa parola? Vuole che gliela sfiletti io o lo fa lei a casa?”, “Guardi, per i suoi ospiti. Se li vuole indignati, non può mettere sulla tavola niente di meglio: è una parola indecente, saranno indignatissimi. Dice che li vuole incarogniti? Allora le consiglio quest’altra: una parola buona, da fare incarognire anche un santo”.

 

La circostanza è paradossale, dalla prospettiva culturale. Culturale (va precisato, come si faceva una volta e adesso non usa più) non solo dalla prospettiva antropologica. Se c’è una disciplina severa e arcigna per metodi ed esercizio, è proprio la filologia. Non è difficile capire perché: la parola è materia tanto evanescente che solo un accertamento metodologico rigoroso può riuscire a darle il solido statuto di dato affidabile. Bisogna passare mesi nelle biblioteche, fare noiose ricerche, accertarsi dei contesti di ricorrenza. Leggerli, provare a capirli, situarli storicamente, ideologicamente, linguisticamente.

Da qualche decennio, nei luoghi deputati alla sua osservanza (sì, proprio osservanza), se c’è una disciplina che sta vivendo una crisi (quasi) mortale non solo di vocazioni, ma anche di prospettive, è proprio la filologia. Disciplina moderna, la filologia; nata quando si sognò di fare scienza di tutto. Persino della storia, persino delle parole. Oggi, come si sa, è tutto “narrazione”. Anche la scienza, se non è narrazione, non se la filano più nemmeno gli scienziati (o, almeno, i sedicenti tali).

La lentezza della filologia, la sua circospezione, la sua attitudine al dubbio, la sua (non sempre positiva) pedanteria l’hanno resa del resto veramente straniera alla temperie. Questa non è veloce. La velocità fu mito della modernità. Non lo è per nulla della putrefazione del moderno. Il moderno putrefatto è approssimativo: qualcuno ha detto liquido, appunto. 

 

Liquida: esattamente ciò che la filologia, per molti secoli, ha provato a non essere, ciò contro cui la filologia ha combattuto, tentando di rendere salda non solo la parola, ma anche la delicata parola sulla parola. L’ha fatto non sempre con probità, non sempre con intelligenza: esseri umani anch’essi, i filologi, come i medici, gli ingegneri, gli avvocati, i macellai. Per ciò che concerne la parola, la filologia è (stata) comunque il meno peggio a disposizione, per la nostra civiltà. Del resto, professione, non hobby. E anche coloro che esaltano l’attitudine dilettantesca, per quanto ne sappia chi scrive, a cena non si affidano a dilettanti. Frequentano invece tavole imbandite da (reputati) professionisti. E del relativo buon gusto pretendono di fare professione. Ma spesso sono solo parole.

 

Oggi, di tutto, si vuol fare mercato: al diavolo professione o scienza. Sulla pubblica piazza della parola, sulla parola in piazza, si pratica di conseguenza una filologia singolare, tanto più singolare perché costruita intorno a un criterio metodologico singolare. Quello che ottimizza la resa mercantile: massimo rendimento con il minimo sforzo. Si tratta della celebre libera associazione. Praticata senza limiti da coloro che una qualsivoglia nomea di intellettuali autorizza, la libera associazione è l’idiosincratica filologia del momento. “Ti dico una parola” o “Il tale ha detto una parola. Cosa ti fa pensare?”: e vai con le parole. Tanto più adatte allo smercio, quanto più evocative, vaghe, viscerali (se cattive) o sentimentali (se non-cattive).

Roba da non crederci. Roba da ammutolire, da restare senza parole.

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