L’imperfetto, inattuale e così umano

“Facciamo che io ero una principessa e che tu eri il mio cavaliere”: la formula stava e sta sulle labbra infantili. Cambiano i personaggi che la completano. Se “una principessa” e “un cavaliere” sono usciti dal novero dei menzionati, poco male. Bimbe e bimbi d’oggi sanno certo bene, giocando, chi “erano”: una influencer, per esempio, e un rapper. 

C’è una dichiarazione di simulazione alla base di un gioco siffatto. L’accompagna una sospensione dell’incredulità: tacita, ma indiscutibile. In nuce e quasi per intero, ecco l’umano. L’imperfetto vi compare con naturalezza e non è l’insegnamento di adulti a suggerirvelo. Come mai? Cos’è l’imperfetto? Per le grammatiche, un tempo del passato. Così lo presentano nelle loro tabelle. E allora?

 

Con la lingua, gli esseri umani hanno una mirabile facoltà. Possono esprimersi anche a proposito di ciò che non è in atto. Ciò che non è in atto ha un numero indefinito di faccette. Il passato è solo una di esse, a sua volta sfaccettata. Passato è ciò che non è più in atto, che non è più attuale. 

L’imperfetto è allora un modo (non il solo, del resto) per esprimere la non attualità di ciò di cui si sta dicendo. Dandosi il caso, quella correlata allo scorrere del tempo. Prospettando il passato come indefinita continuità, l’imperfetto prende dunque un valore temporale. Tale valore è incluso nella modalità non attuale: “…ero un professore dell’Università di Zurigo...”. Un tempo o “Facciamo che…”? Importa saperlo?

 

Come marca superficiale di non attualità, l’imperfetto s’inserisce perciò alla perfezione in quel gioco infantile e, in genere, nella narrazione: “Per una di queste stradicciole, tornava bel bello dalla passeggiata verso casa […] don Abbondio...”. Lo fa indefettibilmente, se si tratta della narrazione di un sogno: “Penso che un sogno così non ritorni mai più, mi dipingevo le mani e la faccia di blu, poi d’improvviso venivo dal vento rapito e cominciavo a volare nel cielo infinito. Volare oh oh…”. Nulla è in effetti meno attuale dei sogni. Ne sono discese, nei secoli, fortuna e fama di chi se n’è fatto interprete e li ha dotati di simbolica attualità. 

 

C’è imperfetto anche in “Se stavo bene a casa mia, secondo te, emigravo?”: l’esempio, come pretesto, è d’attualità, ma ovviamente in un senso diverso da quello qui in questione. In tal caso, è la non attualità della condizione, che appunto non si realizza, a trovare forma nell’imperfetto. La norma dice in proposito che si tratta di una sciatteria, se non di un errore. Che la norma abbia ragione è fuori discussione, com’era indiscutibile che Bruto fosse un uomo d’onore. Al pari d’altri casi, ciò che esula dalla norma è però conforme alla logica funzionale che vige e si svela nella parola infantile e in quella che narra: ambiti che, con i cosiddetti errori, capita contino più di norme e grammatiche, per capir lingua e esseri umani.

 

Comparso, in versione ridotta, sul “Corriere del Ticino” il 5 settembre 2018.

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