Il vecchio con gli stivali di Vitaliano Brancati

«Barilli, Brancati... sembra che la morte vada per ordine alfabetico. Non mi meraviglierebbe, ho sempre visto la morte come un’insegnante caparbia, che scorre il suo registro per scoprire gli alunni meno preparati». È Ennio Flaiano a parlare: il quarantasettenne Vitaliano Brancati è spirato durante un intervento di chirurgia toracica e ora gli amici e gli scrittori a lui più cari si ritrovano allo scalo merci della stazione Termini, «davanti a un carro con sopra una bara». I due si erano incontrati all’uscita di un caffè alcuni giorni prima che Brancati si recasse a Torino per farsi operare; era il settembre del 1954. Si salutarono rapidamente, poi lo scrittore siciliano tornò indietro e strinse la mano a Flaiano: «Parto tra poco e non sono sicuro che ci rivedremo».

 

Prima edizione di Il vecchio con gli stivali, Bompiani, 1946. 

 

La sua morte è un’eclissi improvvisa, che offusca la traiettoria di una carriera di cui ignoriamo il compimento. Ne conosciamo almeno due fasi, però. La prima, quella di un ventenne della Sicilia orientale che resta affascinato dal vigorismo, dal giovanilismo del regime. Collabora con la testata “Tevere” e da autore teatrale scrive pièce che gli valgono l’encomio pubblico di Mussolini. Ammetterà, in I fascisti invecchiano, d’esser stato un fanatico: «Sui vent’anni, io ero fascista fino alla radice dei capelli. [...] Provai la gioia dell’animale da gregge: di esser d’accordo con milioni di persone». La seconda, quella dell’adulto che dal fascismo si discosta sempre più, notandone precocemente, già dal 1944, la pervasività nella società del dopo 8 settembre, ossia la sua incapacità di evitare che i fascisti potessero riciclarsi, e di farlo col minimo sforzo, cambiando semplicemente il simbolo all’occhiello delle proprie giacche.

È nel ’44, infatti, che viene pubblicato sulla rivista “Aretusa” Il vecchio con gli stivali, racconto lungo poi inserito nella raccolta omonima data alle stampe da Valentino Bompiani il 7 marzo 1946. Sembra però che l’editore avesse deciso di pubblicare quei testi senza averli letti per intero: in una lettera del 26 febbraio 1946 – ossia solo dieci giorni prima del finito di stampare – scrive a Brancati: «Adesso che, finalmente, ho letto i tuoi racconti, posso dirti, e con gioia, che erano bellissimi. Quel tuo mondo slittato dalla placida realtà e raccontato ora con voce di falsetto ora con voce commossa e amara, è di una suggestione fortissima».

 

Illustrazione di copertina comparsa sulle prime edizioni Bompiani. 

 

Il vecchio con gli stivali rappresenta, per dirla con Marco Dondero, la prima azione di una «vera e propria battaglia intellettuale» intrapresa da Brancati contro i sedimenti del ventennio. È la storia di Aldo Piscitello, impiegato in un piccolo comune siciliano; un padre di famiglia, uomo semplice che di politica non si è mai interessato. Il narratore ne segue la vita a partire dal 1930, quando rischia di essere licenziato perché non in possesso della tessera fascista. Il senso di responsabilità nei confronti della famiglia, e le pressioni della moglie, lo convinceranno a iscriversi.

«Ma Rosina – si oppone lui – io non sono fascista!»

«E lo diventi! [...] Sai cosa ha detto il Papa? Che quell’uomo lo ha mandato la Provvidenza! [...] No, tu mi devi dire questo: ti credi meglio del Papa?»

La moglie, appreso che il governo avrebbe dato duemila lire ai fascisti della prima ora, riuscì addirittura a farlo risultare squadrista, tesserato sin dal 1921. Ma in lui, che «adempiva scrupolosamente tutti i suoi doveri di iscritto al Partito, come per vent’anni aveva adempiuto quelli d’impiegato municipale», qualcosa ribolle dentro. È una protesta intima e individuale, che – come molto spesso accade nei personaggi brancatiani di quei racconti, si veda anche il Vannatò di La noia del ’937 – non coinvolge gli altri, non fa massa.

 

Perché la narrativa di Brancati racconta proprio di una statura morale individuale, in aperta contrapposizione a quella della folla, che non può giocare un ruolo positivo: «Come siamo deformi, bontà divina! – esclama il protagonista in casa – altro che popolo guerriero!». Piscitello cova una rabbia che arriva al comico: quando si trova solo, schiaccia il distintivo del partito, ma poi si affretta a riappuntarselo alla meglio; getta la camicia nera in terra e ci balla sopra, ma poi deve con urgenza stirarla perché necessaria alla prossima imminente parata. Non che il fascismo gli avesse procurato direttamente qualche guaio: egli non aveva «grandi ideali né ambizioni né bisogno di spazio e libertà per i suoi progetti. In quale punto segreto lo avevano toccato? E così, senza parere, come aveva potuto, la società in cui egli viveva, stringerlo per il collo sino a farlo starnazzare come un pollo che ha capito improvvisamente le intenzioni della mano che pareva accarezzarlo?».

 

È una opposizione avvertita alla bocca dello stomaco, la sua, e per questo la più sincera e al tempo stesso la più solitaria. Tutti, intorno, nelle sere delle giornate festive, tornando a casa liberavano le pance allentando le cinture dei pantaloni alla zuava. Aldo Piscitello era fra questi, ma con quanta malinconia per qualcosa di sconosciuto lo faceva.

Mentre le città della costa libica cadevano nelle mani degli alleati, i tedeschi affluivano in Sicilia e la sconfitta appariva prossima. Ecco allora che quei fieri personaggi del mondo di Piscitello, per anni tanto sicuri della guida del duce, cominciano a tessere le trame per garantirsi un futuro ricco di soddisfazioni anche dopo l’arrivo degli americani. «Vuoi che il mondo si faccia battere da un popolo in stivaloni e da un esercito senza scarpe?», dichiara il podestà, e frattanto confessa al sottoposto che in cuor suo il fascismo lo odiava, e anche l’Impero, e «se stesso in divisa». Nel medesimo modo, maestre di naturale trasformismo si rivelano essere la moglie Rosina e la figlia, fotografate dall’autore in una vispa discussione sulle qualità degli alleati: «Io preferisco gli americani!... No, guarda che gl’inglesi sono signori in tutto!... Sì, ma gli americani hanno qualche cosa!». Tuttavia, dopo lo sbarco, sarà breve la gioia per l’impiegato comunale: il licenziamento giungerà improvviso e ineluttabile. È il sacrificio dell’individuo sull’altare della massa, il destino di quelle anime morte tanto care, da lettore di Gogol qual egli era, a Brancati. «Non posso fare altrimenti – proclama il sindaco – So come lei la pensava. Ma il fatto è che lei è squadrista! Diamine, squadrista!» È l’affermazione e la sconfitta di due caratteri che Brancati sembra attribuire agli italiani: l’opportunismo e la passività. Il primo vincitore, mentre la seconda – incarnata dal protagonista – umiliata.

 

Fotogramma del film Anni difficili, con Umberto Spadaro nel ruolo di Aldo Piscitello e Ave Ninchi in quello della moglie Rosina.

 

Sono, questi, episodi di finzione ispirati da suggestioni, racconti, fatti reali. Non trascurabile è perciò il dato biografico: il superomismo fascista viene sostituito con il bigottismo clericale e Vitaliano Brancati si troverà di fronte ai problemi con la censura. Ecco che la continuità fra fascismo e repubblica si fa realtà, sia per l’istituto in sé (la censura, appunto); sia per i luoghi (nel 1952, anno in cui la commedia La governante fu vietata per i riferimenti all’omosessualità della protagonista, gli uffici della censura repubblicana, diretti da Giulio Andreotti, si trovavano al numero 56 di via Veneto, stessa sede del Minculpop fascista); sia infine, per l’organico (Nicola De Pirro e Leopoldo Zurlo, censori teatrali nel ventennio, erano ancora in attività).

Brancati già aveva subito le attenzioni dei Servizi per la stampa, lo spettacolo e il turismo (questo il nome della censura democristiana) nel 1948, ma con esiti migliori. In quell’anno uscì nelle sale Anni difficili, film tratto dal racconto Il vecchio con gli stivali, e primo di tre pellicole (le altre saranno Anni facili e L’arte d’arrangiarsi) che videro lo scrittore lavorare al fianco del regista Luigi Zampa. In luglio Brancati scriveva al padre: «Il film ha lasciato molto turbati i funzionari che dovrebbero sceglierlo e metterlo fra i quattro che andranno al festival di Venezia, funzionari che sono quelli stessi (De Pirro in testa) del ministero della Cultura popolare; essi non sono riusciti a sorridere davanti alla caricatura di sé stessi – cosa del resto molto naturale». Già perché nella pellicola gli uomini del Minculpop vengono letteralmente presi in giro; sono essi grossi, boriosi, ignoranti: sudano freddo quando concedono l’autorizzazione a mettere in scena Norma di Vincenzo Bellini, accorgendosi troppo tardi e con imbarazzo che essa sarebbe stata da ritenersi antifascista in quanto «vi si parla male di Roma». «Ma è stata scritta cento anni fa!», è la risposta dell’incredulo direttore del teatro.

 

L’autorizzazione per Anni difficili arriva. In che modo, ce lo spiega lo stesso Brancati in Ritorno alla censura: «La vera ragione si trovava nelle tradizioni del nostro Paese: era stato messo in tutta fretta tra i nomi degli sceneggiatori del film quello di un ragazzo che aveva assistito due o tre volte, con gli occhi imbambolati e in silenzio, alle nostre ultime sedute di lavoro. Questo ragazzo faceva parte del gabinetto del sottosegretario, ed era suo amico».

Scopo del film, come del racconto, è quello di mettere gli italiani di fronte alle loro vergogne, siano essi considerati come individui, siano essi osservati come popolo. Il lungometraggio dà la possibilità di inserire alcuni dettagli non presenti nel racconto; spiccano allora le riunioni di un gruppetto di uomini nel retro della farmacia del paese: sono gli antifascisti, che si illudono di preconizzare la fine del regime in ogni suo errore e spesso si rinfacciano vicendevolmente il passato. A tutti è dunque richiesto un esame di coscienza, ma sono queste – scrive Brancati sul “Corriere della Sera” subito dopo l’uscita del film – «tre parole gravemente discreditate in Italia [...]. Un paese che da quarant’anni va coprendo tutti gli specchi per dimenticare la sua vera faccia. [...] Il pubblico italiano non vuole che il sipario si alzi su uno specchio in cui possa mirare sé stesso. [...] La massa, nella superstizione degli intellettuali d’oggi, è priva di difetti [...]. In questo modo le più gravi esperienze non servono a nulla, il tempo perduto si torna a perderlo, e il piacere di ricadere in un vecchio peccato è più dolce di ogni redenzione».

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