L'arte di non avere niente

Ogni tanto fa bene fermarsi, per rifiatare con la mente e il corpo, per dare un occhio al nostro macchinario e valutare l’insieme della vita che conduciamo. In corsa questo non si può fare senza il rischio di non capire, di non vedere e di decidere malamente sul da farsi futuro. Questa è la lunghezza d’onda in cui si muove Less is more. Sull’arte di non avere niente (Il Saggiatore 2018) di Salvatore La Porta. E diciamo subito che è difficile non aderire alle idee del suo libro, per una semplice questione di buonsenso. 

Il tema non è certo nuovo, che noi umani potremmo vivere meglio con meno è già ben noto ai cinici e a Epicuro, quindi il punto non è questo. La Porta, piuttosto, ci dice che proprio quell’idea è all’altezza dei nostri tempi, che esattamente quel punto di vista può funzionare benissimo nelle società dalle iperboli consumistiche che siamo riusciti a sviluppare qui nel West economico, dove l’ipereconomia sta plasmando il globo con dinamiche ultradimensionate. Noi possiamo esercitare la nostra volontà, anzi la nostra capacità di volere ciò che in realtà siamo, proprio qui, nel giardinetto che ciascuno di noi si è tirato su, riempiendolo con meticolosità di un mucchio di cose, di “proprietà”, come le chiama La Porta, fino a formare una specie di corazza che ci protegge, e che, anche, ci rappresenta e significa nel mondo. 

Less is more non è un manualetto di istruzioni per vivere con pochi soldi; magari lo fosse, magari si potesse consegnare le nostre coscienze a un piccolo know-how book per campare meglio (e il motto di Mies van der Rohe direi che c’entra molto poco). La posta in gioco analizzata da La Porta è assai più ambiziosa: si tratta di capire che siamo schiacciati da una massa di “cose” per il raggiungimento delle quali, senza accorgercene, sacrifichiamo la vera essenza della nostra vita, di ciascuno di noi. Ci si agita e si soffre e si affrontano conflitti quotidiani per aggiungere una nuova tra le diverse altre “proprietà”: oggetti, rapporti di lavoro, situazioni sociali, ambizioni, aspirazioni. E poi si vive nelle precise conseguenze che dal possesso di queste “proprietà” derivano, sino a dimenticare o a non vedere più che “la vita è altrove”, per dirla con Kundera. 

 

Tuttavia “slegarsi dai falsi bisogni e dalle imposizioni che questi seminano nelle nostre esistenze, in modo da essere liberi di seguire più fedelmente le nostre idee” (p. 12) non è un percorso di semplice meccanica della vita, non basta dirlo. Bisogna prima “accettare la possibilità della sconfitta, comprendere che la perdita della propria posizione non è la fine del combattimento, ma una nuova opportunità di attacco” (p. 16), dice La Porta rinviando al pensiero di Jigoro Kano, fondatore del judo. 

La paura di perdere le nostre conquiste, le nostre proprietà, è il vero nemico che ci impedisce di uscire dalla schiavitù imposta dai nostri averi ai quali pensiamo sia legata la nostra stessa identità. Così, con questa inconsapevole certezza, c’è chi sa liberare il proprio coraggio e sconfiggere l’oppressione degli averi. Mark Twain perseguirà (anche con quel buffo pseudonimo) per tutta la vita reale l’arte del gioco con la completa serietà del bambino – che la paura non ce l’ha –, e ci consegnerà il suo idealtipo Huckleberry Finn, “l’icona per eccellenza dell’arte di non avere niente” (p.41), perfetta incarnazione di Eros nella descrizione di Platone.

 

Da bambini si esprime nel gioco l’arte di non avere niente, poi si cresce e il viaggio diventa la sua concretizzazione. Sono i viaggi alla ricerca dell’Apeiron, l’indefinito di Anassimandro “dove ogni cosa è indistinta e in pace” (p.81). Quello di Arthur Riambaud, l’adolescente estremo che attua il coraggio di lasciare tutto per perdersi nell’indefinito e lì trovarsi. Di Paul Gauguin, uno che fa l’agente di cambio con grande successo a Parigi e che decide di staccarsi dalla sua vita, famiglia e figli, e andare verso un mondo altro, e dipingerlo. O di Marcel Proust che chiude i battenti sul mondo per aprire l’infinito scenario interiore in cui trovare compimento. O il viaggio Into the Wild, titolo del film che lo racconta, di Christopher McCandless, un ragazzo che dona i suoi 24.000 dollari di risparmi a una Ong e va verso l’indefinito. Sono tutti Gregor Samsa, imprigionati in un loro esoscheletro che a un certo punto si rivela insopportabile. Perché, dice La Porta, “L’unica via possibile per tornare ad avere un quadro assoluto e indefinito è spogliarsi di ogni definizione, inventando un nuovo linguaggio capace di fondere insieme gli opposti, liberandosi di ogni forma di pensiero razionale.” (p. 79) 

 

C’è un lieve sentore di New Age in queste pagine, le complessità della realtà sembra quasi che a volte si possano anche non vedere. Ma l’autore (che si occupa di economia) ha ben saldi i confini della questione: “Per l’uomo è normale accumulare oggetti, costruire case, selezionare gli affetti, innamorarsi e scegliere una compagna” (p. 93). E però è altrettanto normale che a un certo punto provi disagio, si svegli e senta addosso la fisicità estranea dello scarafaggio che si è costruito addosso.

Forse l’arte di non avere niente è proprio la tensione, più che a sbarazzarsi degli averi, a pensare altro, a immaginare dimensioni di vita distanti dal  mero “possedere”, per orientarsi via via, per discernere di volta in volta tra che cosa sia un mero avere accessorio e che cosa diventi un nostro proprio valore. E ammirare chi è stato in grado di praticare in modo assoluto l’arte di non avere niente “ci indica una via per coltivarla, che non sia un algoritmo, ma un’euristica” (p. 116), dice La Porta. Quel filo della remota utopia “hippy”, di questi tempi, non pare inutile. Sembra quasi di parlare della distanza tra il samsara (le tribolazioni in cui viviamo) e il nirvana (la beatitudine della liberazione) e di ciò che diceva l’antico saggio indiano per cui “distinguere fra samsara e nirvana significa essere ancora nel samsara. Non distinguere più significa essere nel nirvana” (con questo Emmanuel Carrère concludeva il suo Regno, libro a suo modo non completamente avulso da questo di cui parliamo). 

 

“Io… sono arrivato al punto di poter dormire nudo per terra e divorare l’erba. Dio conceda a tutti una vita simile. Non ho bisogno di nulla e non temo nessuno, e a mio parere non c’è uomo più ricco e libero di me”. Ecco il nirvana dell’arte di non avere niente. È Anton Cechov, Al confino, citato da Solženicyn in Arcipelago Gulag. La Porta mostra come anche lì, nella peggiore delle condizioni umane, c’è chi ha saputo trovare un frammento di intelligenza per sopravvivere, per lavorare in funzione di sé e degli altri. 

L’arte di non avere niente “è praticata principalmente da chi non ha alcuna visibilità, da chi in ogni parte del mondo spende quel poco che possiede per seguire le proprie idee” (p. 167), gli anonimi gestori del forno Casita del Sol di Cordoba che insegnano agli adolescenti sbandati della favela a fare il pane, in Argentina, o in Brasile, in Colombia. La Porta invita a vedere e a mettere a fuoco quegli sconosciuti, volontari che rinunciano ai loro averi, che si dedicano ai ragazzini perduti nella periferia di Catania, insegnando loro il judo e la giocoleria. Gli artisti del non avere niente che si fanno carico dell’altro, a Napoli, a Roma o a Istanbul o a Kingshasa, che con coraggio hanno oltrepassato la paura di perdere le “proprietà” recuperando civiltà. Persone che hanno realizzato il passaggio dal distacco dalle “cose” a un nuovo orientamento di sé, un salto dalle superfici degli “averi” alle profondità dell’eticità. Una melodia che ne ricorda altre, più o meno laiche, più o meno religiose.   

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