Il Tramonto della Scuola.Togliamo il disturbo, di Paola Mastrocola

Parte I

Ecco la recensione che ho rinviato in questi mesi, ogni volta cercando una scusa e preferendo occuparmi di altro, fino a quando, dopo aver smaltito stanchezza e malumori di fine scuola mi sono sentito pronto a riprendere il discorso. Sto parlando di Togliamo il disturbo. Saggio sulla libertà di non studiare  della collega e scrittrice Paola Mastrocola, nota voce sul mondo scolastico.

I motivi del mio disagio derivano dal tanto parlare che se ne è fatto, sui giornali, in rete e in sala insegnanti, fino a fare dell’autrice una sorta di bandiera della critica alla scuola attuale, rispetto alla quale sembra essere obbligatorio schierarsi. A favore o contro, aut aut. I due estremi possono essere riassunti come segue: a) finalmente qualcuno descrive il disastro culturale di cui la scuola è la principale responsabile avendo abdicato al compito di educare allo studio; b) un’altra voce passatista, antimoderna e reazionaria che difendendo un’istruzione di alto livello porta acqua al mulino della riforma Gelmini e della distruzione neo-liberale del pubblico in favore del privato.

 

Benché entrambe le sintesi non siano completamente false, il libro è più complesso, ambiguo e non così netto: un discorso aperto, dal respiro letterario e personale che discute il problema dell’educazione nella cultura nel nostro Paese, a partire dalla scuola superiore; e va detto che molta semplificazione è stata fatto dall’uso giornalistico che si è impadronito di alcuni temi ignorando molti altri. Vediamo innanzitutto le intenzioni di Mastrocola: c’è nel libro il sincero dolore di un’insegnante (lettere nel bienno di un liceo scientifico del torinese) che constata la disaffezione dei suoi allievi verso la cultura ‘alta’, la scrittura e la lettura, e soprattutto la grave mancanza di competenze linguistiche di circa un 70% di essi. Effettivamente non si può non constatare come letteratura, storia e filosofia vengano percepite da molti come materie noiose, difficili e astruse, bizzarrie che suscitano sgomento o ilarità; quando poi si arriva a chiarirne aspetti di interesse, attualità e pertinenza attraverso un accorto lavoro di mediazione, alcuni sviluppano fascinazione ed empatia ma sempre più studenti hanno difficoltà enormi a padroneggiarne in modo autonomo i contenuti sul manuale, per non parlare dei testi, finendo per avere con autori e problemi un rapporto episodico, superficiale, mimetico.

 

Mastrocola parla soprattutto dei licei, scuole non dell’obbligo tendenzialmente preparatorie per l’Università in vista di professioni percepite di prestigio e a reddito medio-alto; anche se di fatto il discorso in alcuni casi investe nel suo insieme l’istruzione, includendo quella tecnica e professionale, media ed elementare. Sintetizzo: un tempo scuola di élite, il liceo, lo scientifico in particolare, è diventato la scuola di massa della classe media fino a scontare un abbassamento dei livelli di tipo inflattivo di fronte alla crescente iscrizione di studenti che non mostrano adeguata motivazione, che non gli dedicano il tempo necessario e che sono sempre più insofferenti verso il carico di lavoro previsto (studio, compiti, letture, verifiche, elaborati scritti).

 

Anche qui c’è del vero. Quando chiedo ai miei studenti quanto tempo dedicano allo studio fuori dall’orario curriculare, scopro che nella maggior parte dei casi si tratta al massimo di due ore al giorno. Non continuative, con computer (chat e facebook), cellulari e televisioni accese, a immediato ridosso delle verifiche, feste e vacanze escluse. Esattamente la metà di quello che viene loro proposto nelle giornate di orientamento. Molti non usano più il manuale, preferendo sintesi provenienti dalla galassia studentesca in rete o fotocopie di appunti delle lezioni redatte dai più bravi e poi tramandate. Le nozioni di studio e comprensione assumono contorni sfumati e il risultato di una lettura superficiale, spesso derivante dall’incapacità di organizzare il tempo-studio sul lungo periodo, nella verifica si trasforma in vaghezza, mancanza di precisione, defaillance mnemonica, confusioni varie. Assenti le letture personali, salvo casi rari; i libri dati da leggere in periodo estivo, classici o testi decisivi per la comprensione dell’attualità, sono motivo di malumore e discussione continua: per i più sono lunghi, incomprensibili, assurdi, inadatti ad adolescenti che rivendicano il loro diritto alla vita sociale e allo svago prima di diventare adulti (sic!). La scuola è sì vissuta come un luogo positivo e importante di socialità, ma si patisce il lavoro che questa comporta, con manifestazioni di stanchezza e avvilimento che sfiorano il malessere forte o degenerano in fenomeni plateali di menefreghismo, atteggiamenti fraudolenti e tentativi più o meno maldestri di sottrarsi alle consegne, spesso con vaga complicità delle famiglie se non vera e propria copertura.

 

La prima parte del libro è insomma un’amara denuncia: c’è un problema con la cultura, e se c’è sempre stato il grave è che oggi sono venute a mancare le nozioni di dovere, sforzo, impegno e sempre più anche la ‘vergogna’ di fronte alla palese impreparazione e al mancato rispetto degli obiettivi. Condivisibile è anche la parte che riguarda la sopravvalutazione della nuove tecnologie in campo didattico. Mi limito a ribadire che gli strumenti multimediali sono ottimi per chi abbia già competenze medio-alte e si sia formato con il metodo studio-schematizzazione-rielaborazione; la rete è formidabile per chi sa cosa cercare e sa distinguere le fonti e la loro attendibilità; il computer è una memoria potentissima che si aggiunge al privato schedario trascendentale di rielaborazione dei saperi, che è la nostra mente, se si è capaci di organizzare archivio e gestione delle informazioni anche in vista della scrittura.

 

Gustosa è nel libro la descrizione dello stile di vita della grande massa studentesca appiattito su consumismo, edonismo, superficialità e trivialità diffusa, che hanno effettivamente trasformato le scuole superiori in incubatori sociali specchio della società italiana, innanzitutto luogo di narcisistica mostra di sé, in cui sempre più spesso si tira a campare cercando di finire l’anno con il minor danno possibile. E sempre più spesso gli insegnanti devono costruire con gli allievi, prima ancora della motivazione, il modo in cui si sta in classe, le condizioni di ascolto, l’attenzione reciproca. Una vera e propria rieducazione alla cultura, a cominciare dalle ‘correzioni’, dell’odioso vocativo abbreviato ‘hei, prof’ ormai universale, per finire con ingressi, ritardi, pasti in aula, utilizzo di apparecchi elettronici, posture improbabili etc etc.

 

Viscerale è poi l’attacco alla retorica delle competenze, la presunta rivoluzione cognitiva che viene dall’Unione Europea e che per una volta mette d’accordo tutte le voci critiche sulle scuole, siano esse passatiste o modernizzanti: si tratta di una massa di buone intenzioni che, naufragando nella vaghezza e nel funambolismo verbale, configurano la mascheratura ideologica di una concezione servile della manodopera nel mondo del lavoro globalizzato e precarizzato; la burocrazia ministeriale si rende ridicola nell’ossessione per la certificazione oggettiva mutuata dall’organizzazione di impresa e nella continua ridefinizione del proprio linguaggio attraverso cui fornisce indicazioni ambigue, contraddittorie, che a volte sfidano la logica. A volte si ha l’impressione che le indicazioni del ministero siano studiate a tavolino da un team di professionisti della destabilizzazione psichica dei docenti; altre volte sembra incompetenza mista al tentativo di declinare in senso pragmatico la cultura di governo, cercando di far stare insieme cultura aziendalista, fondamentalismo cattolico, regionalismo bieco, risparmio miope, vecchio e nuovo autoritarismo; la formalizzazione burocratica e la paranoia legalitaria fanno il resto.

 

Ma torniamo al libro, che fin qui scorre sul filo dell’ironia, animato dall’indignazione dell’umanista che crede nel miglioramento della società e della vita dei suoi allievi facendo correttamente e con dedizione il proprio mestiere, peraltro amato e essenzialmente motivazionale. I problemi sorgono nella seconda parte del saggio, quando si arriva a delineare le cause che negli ultimi quarant’anni avrebbero portato all’attuale scenario. Sul banco degli accusati finiscono Don Milani, Gianni Rodari, e il gruppo Giscel, a cui si devono le note tesi per una linguistica democratica, che vengono letti in modo riduzionista e macchiettistico e diventano i primi responsabili del disastro odierno. Ora, che la colpa dell’apocalisse sia di alcuni dei più attenti pedagogisti e intellettuali che hanno letteralmente ricostruito la scuola italiana in senso democratico e antiautoritario è una tesi che ti aspetti dal meeting di CL, dagli ambienti ministeriali, da qualche editorialista in vena di fare della memorialistica moraleggiante, non da una scrittrice che cita con competenza Camus e Adorno.

 

È un dato storico: la scuola, in particolare la superiore, fino agli anni sessanta era ancora fascistizzata nei programmi e nelle pratiche; dove non lo era era cattolicizzata, in senso preconciliare, e se non lo era era fortemente ‘borghese’: ipocrita, perbenista, censuale e provinciale, sorretta da tutele antropologiche e solidarietà di ceto che passavano sopra alla decantata severità che produceva buoni traduttori dal greco; animata da docenti gentilianamente autoreferenziali, capaci tanto di carisma e di costruire vocazioni genuine quanto di allontanare per sempre dalla propria materia studenti traumatizzati. Un’istituzione che sui grandi numeri produceva già allora ignoranti, abulici e rancorosi, ancora oggi memori di pratiche didattiche poco tollerabili. Lo dimostrano le statistiche sulle competenze degli adulti di oggi, in termini generali, per non dire dell’ignoranza che molti professionisti stimati hanno in ambiti diversi dal loro, senza che nessuno si scandalizzi più di tanto.

 

La democratizzazione è servita allora, sostiene Mastrocola, a livello di istruzione dell’obbligo per un paese in crescita, demografica ed economica, e poi si è trasformata in diritto al successo formativo che è falsa democrazia, appiattimento culturale e svilimento di contenuti, con la scuola che diventa la palude-parcheggio attuale. Ecco quindi la stanca canzone da organetto già sentita: la colpa principale è dunque del Sessantotto che ha spazzato via ogni competenza e difficoltà scambiando banalità e superficialità per allargamento della base democratica, addirittura deliberatamente arrivando a colpire le élite e costruendo complotti ai danni dei migliori per sfregio di classe e rancore sociale (!).

 

Sono nato negli anni settanta e faccio fatica a capire il punto di vista dei nati nei cinquanta, davvero non riesco a capire i continui richiami generazionali del tipo ‘noi abbiamo fatto questo’, ‘noi non abbiamo più educato i nostri figli’ etc etc. Posso dire che quando ho fatto le scuole, tra gli ottanta e i novanta, di quel Sessantotto così tanto vituperato e odiato, ne ho visto proprio poco. Piuttosto, la cultura dei licei era già in difficoltà rispetto alla colonizzazione della sfera dell’immaginazione, degli affetti e del desiderio che emergeva in modo evidente con i primi anni di massiccia televisione privata, l’esplosione della pubblicità, il craxismo, l’emulazione impacciata del mondo americano, i fast food e gli yuppies, il cattivo gusto imperante.

 

Il problema per quanto mi riguarda non è il Sessantotto, che invece ha permesso a un paio di generazioni di vestirsi come volevano, senza mimare ridicoli atteggiamenti bigotti e/o modaioli, di scegliere la facoltà preferita contro il volere dei genitori (a costi sostenibili), di fare l’obiettore di coscienza, di uscire dalla provincia italiana, di sviluppare passioni personali in fatto di letture, ascolti e pratiche sociali che costituiscono tratti salienti dell’identità personale.

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