Olimpia Zagnoli. La leggerezza è pop

Un segno, tracciato su un foglio, può farsi segno di molte cose: può dare vita a un volto e costruirgli intorno una storia, può intagliare un marchio o definire un progetto grafico. E dietro il packaging di un prodotto può esserci lo stesso lavoro che c’è dietro una copertina del New Yorker.

Disegnare, ovvero, può dirsi in molti modi. E l’impero dei segni e dei disegni, per strizzare l’occhio a Roland Barthes, ha confini frastagliati, che separano e allo stesso tempo mettono in contatto mondi molto diversi tra loro: l’illustrazione, la grafica editoriale, il fumetto.

Puntata dopo puntata cercheremo di esplorare questi territori, raccontandoli attraverso le parole e le immagini di quanti, in Italia e all’estero, si sono distinti come autori di graphic novel o di libri per ragazzi, come illustratori o grafici. Per tracciare la rotta, sempre in movimento, di alcuni dei più importanti protagonisti del disegno e contemporaneamente mettere insieme un piccolo atlante di questi mondi, divisi solo da un sottile filo di matita.

 


 

 

Campiture piatte, senza sfumature. Linee decise, senza esitazioni: se non sono curve, allora sono spigoli. Figure stilizzate, bidimensionali, essenziali: basta un’occhiata per coglierle al volo, per inserirle nel contesto di un articolo, per sorriderne. Ecco, se dietro quell’immagine, irresistibilmente polite e un po’ naïf, intravedete un’ironia garbata e precisa come la punta di una matita, probabilmente state guardando un’illustrazione di Olimpia Zagnoli.

 

Marry me!, illustrazione per il magazine francese Be

 

Olimpia, neanche trent’anni, ha lavorato e lavora per il New Yorker, la Harvard Business Review, Internazionale, Repubblica, il New York Times, Rolling Stone, Vice, la Yale University, su progetti editoriali e di comunicazione. Progetti diversi, ma tutti caratterizzati da una forte identità di stile: nelle sue illustrazioni, pulite e lineari, il protagonista assoluto è il colore. Il disegno, se c’è, non delimita, non chiude – al limite rifinisce quelle forme che trovano nell’incontro con un altro colore il loro confine naturale.

 

Le chiediamo una parola, per definire il suo lavoro. “Morbidezza”, dice semplicemente Olimpia.

E in effetti “morbidezza” rende bene l’idea: restituisce l’immagine di un mondo leggero e piacevole – tenero e confortevole, forse, ma mai stucchevole. Dietro una superficie perfettamente liscia, da goloso cupcake dai colori fluo, c’è sempre qualcos’altro: un piccolo calembour visivo, una trovata grafica, uno spostamento di senso che parte da uno scarto talmente minimo da essere, proprio per questo, assolutamente efficace.

 

Mano a mano, illustrazione per la copertina di American Illustration, 30

 

Copertina per il The New York Times Book Review

 

Il gioco – il movimento che governa questo scarto – funziona così: dietro due forme simili, così simili da sovrapporsi, a prima vista, può introdursi una piccola differenza che fa esplodere il segno (e il senso) in più direzioni.

E anche la scrittura, in quanto traccia grafica, può giocare seguendo queste stesse regole, proprio come insegnava Steinberg – imponendosi sulla pagina come un oggetto visivo, come forma tra le forme. A patto, però, di essere rigorosamente manuale, lo-fi, in movimento.

 

Ci si può divertire anche con la scrittura, dunque? “Certo, la scrittura a mano in qualche modo è una forma di illustrazione”.

 

Illustrazione per The Harvard Business Review

 

In breve, Olimpia diverte e si diverte – lo si vede bene – a di-vertire, a volgere altrove, in modi inaspettati, quello che volta per volta ha per le mani: forme che si trasformano in altre forme, cifre e lettere che diventano oggetti visivi a tutti gli effetti, corpi che perdono il loro peso per ritornare semplicemente forme, puri giochi grafici.

 

Happysm, cover per La Repubblica/Cult

 

Illustrazione per Tropico del Capricorno di Miller (Feltrinelli)

 

È proprio questo stile rapido, visivamente ricercato e indubbiamente efficace ad aver reso Olimpia richiestissima dalle riviste e dai giornali più glam e a consentirle di girare il mondo, a partire dal suo studio di Milano.

 

“Chi o cosa ha fatto la differenza, nella tua formazione?”, le chiediamo. “Grazie a cosa o a chi hai sviluppato il tuo stile? Autori, libri, ricordi, esperienze…”

Olimpia, qui, stila un piccolo elenco: “Il mio asilo [Olimpia ha frequentato uno degli asili di Reggio Emilia che seguono il metodo Malaguzzi, in cui la parola d’ordine è sperimentare, in tutta libertà, forme espressive diverse, NdR]. “Il libro degli errori” di Gianni Rodari. Mia mamma e mio papà [entrambi artisti, NdR]. Tutti i musei del mondo. I fondali marini. Il planetario di Milano. I tortelli di zucca di mia nonna Clotilde. Pablo Picasso. Il giardino di Monet”.

 

OZ – altro modo in cui si firma – non ha paura del confronto e della contaminazione, e passa dalle illustrazioni per libri e riviste alla regia di video musicali (come quello per Non ho tempo di Bugo) o all’ideazione delle icone e della grafica per l’app del New York Times su New York.

 

Illustrazione per la guida del The New York Times 36 Hours - 125 Weekends in Europe

 

 “Hai declinato il tuo stile in tanti modi”, le chiediamo. “In cosa ti sei sentita più a tuo agio?”

“Non c’è una cosa che preferisco. Mi piace testare l’elasticità dei miei lavori ogni giorno e capire come meglio si applichino ai diversi contesti.”

E non c’è un particolare progetto cui sia più affezionata, dice: “Non ho un progetto preferito. Spesso faccio lavori dei quali mi dimentico completamente che poi rispuntano anni dopo dal cestino della carta. Tutto è speciale e tutto non lo è. Sono solo immagini in sequenza impazzita.”

 

Colorata, versatile, divertente, a volte anche squisitamente rétro: facile definirla pop. Le sue illustrazioni sono un continuo gioco, sul filo dell’ironia – eppure, pur essendo leggere, a volte leggerissime quasi da spiccare il volo, non sono vuote. Quello scarto che chi legge è chiamato a mettere a fuoco le ancora saldamente sulla pagina.

Se c’è leggerezza, nel lavoro di Olimpia Zagnoli, è piuttosto la leggerezza delle Lezioni americane, quella “gravità senza peso” che è una “speciale connessione tra melanconia e umorismo”, capace di alleggerire la tristezza e di togliere al comico la sua pesantezza corporea.

 

“Ti senti più leggera, nel senso di Calvino, o più pop?”, le domandiamo, in chiusura.

“Pop non è necessariamente sinonimo di vuoto. Se mai di comunitario, di qualche cosa che riassume in un simbolo le emozioni e i ricordi di molti. La melanconia, l’umorismo e tutto quello che c’è in mezzo è pop! E forse lo sono anche i miei lavori”.

 

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