Quinlan
Andrea Cortellessa

Andrea Cortellessa insegna all'Università Roma Tre. Collabora a giornali e riviste, è redattore del verri e di alfabeta2. Per Le Lettere ha diretto la collana fuoriformato. Ha curato testi, tra i quali Le notti chiare erano tutte un'alba: antologia dei poeti italiani nella Prima guerra mondiale, Bruno Mondadori, Milano 1998; Scuole segrete: il Novecento italiano e Tommaso Landolfi, Milano, Aragno, 2009. Tra i suoi saggi, La fisica del senso: saggi e interventi su poeti italiani dal 1940 a oggi, Fazi, Roma 2006; Libri segreti: autori-critici nel Novecento italiano, Le Lettere, Firenze 2008.

28.06.2017

Un ritratto / Michele Mari, il ritorno del Demone

La porta socchiusa è logora, macchiata; la maniglia, in basso, annerita di ruggine annosa. Dall’apertura sporgono le dita di una mano: le dita della persona che sta entrando. Una persona? Quelle dita sono deformi, raggrinzite e bitorzolute, la pelle scorticata d’un rosso violaceo e malsano. Quelle dita non hanno unghie. Il Demone attende il momento di ghermirci. Ci si ricorda della scena famosa di Shining: Jack Torrance (Jack Nicholson) fa toc toc alla porta del bagno in cui s’è rifugiata, in preda al terrore, la moglie Wendy (Shelley Duvall): «Wendy? Sono a casa, amore… cappuccetto rosso? Su, apri la porta… non hai sentito il mio toc toc toc? Sono il lupo cattivo!». Per poi mettere mano all’ascia. Il lupo cattivo, come ben sa chi conosca le statistiche sui fatti di sangue che per lo più...

25.06.2017

Da Venezia a Reggio Emilia / Damien Hirst. Fantasmagorie della finzione

In un grande lightbox liquido inabissato a Punta della Dogana – come la prua di un vascello arenato, nella città dell’acqua per antonomasia – ci troviamo in uno spazio sottomarino, appunto, dai colori squillanti. Due masse confuse, intuiamo gigantesche, si fronteggiano in lontananza; all’avvicinarsi cauteloso della camera si mettono gradatamente a fuoco, finché d’un tratto riconosciamo due archetipi plurimembri: un’orrorifica Idra e una seducente Dea Kali, che impugna una lama in ciascuna mano. Lo stesso impossibile incontro-scontro è presente, in due versioni, nella medesima sala: in una il colossale gruppo scultoreo in bronzo (cinque metri d’altezza per sei di lunghezza e tre di larghezza) è ricoperto di incrostazioni calcaree, coralli e muffe, conchiglie e madrepore; nell’altro,...

04.05.2017

Monica Biancardi e Gabriele Frasca / Ricalcare più vive membra

Sullo schermo appare un sipario rosso; sul suo sfondo si proiettano le silhouettes di due spettatori, di spalle, in attesa che il sipario si apra. Poi si materializza, sul bianco, una seconda immagine – che sovrasta la precedente. All’inizio vediamo disegnarsi solo delle linee verticali: il colore è lo stesso rosso dell’immagine-matrice, ma le linee sono come evidenziate da una pulsazione interna. Poi, a partire da quelle linee di forza, appare il resto dell’immagine-eco: una donna è seduta, i piedi nudi poggiati su dei gradini metallici; il suo corpo è incorniciato, forse imprigionato, dalle linee verticali rosse, pure di metallo, che – capiamo ora – sono le sbarre della ringhiera di sicurezza posta ai lati della scala. La donna ha il volto seminascosto dalla mano destra che lo sorregge...

06.04.2017

Dell’infanzia resta il «gesto» / Cy Twombly, la caduta dell’antico

A un certo punto delle due settimane passate in Tunisia con August Macke e Louis Moilliet, nella primavera del 1914, scrive nel suo diario Paul Klee: «il colore mi possiede. Non ho bisogno di tentare di afferrarlo. Mi possiede per sempre, lo sento. Quest’è il senso dell’ora felice: io e il colore siamo tutt’uno. Sono pittore». Anche per il suo maggior erede, Cy Twombly, decisivo è un viaggio in Nord Africa. Nell’autunno del ’52 sbarca per la prima volta a Roma, in compagnia di Robert Rauschenberg (che ha conosciuto due anni prima all’Arts Studentes League di New York, e col quale ha poi frequentato i corsi di Shahn, Motherwell e Olson al Black Mountain College); di lì passa in Marocco, dove resta un paio di mesi. In entrambi i casi, decisiva si rivela la ferocia calcinante della luce:...

24.03.2017

Bill Viola, lo Spirito nella Macchina

Bill Viola, The crossing, 1996.   È il crepuscolo: il cielo ha una totalità fra l’azzurro tenebra e l’oltremare. La scena è spoglia. Al margine destro dell’inquadratura si vedono tre gradini; ai lati, la fuga prospettica è inquadrata da edifici moderni, anonimi. Solo una luce flebile che filtra da una porta sulla strada, al margine sinistro dell’immagine, suggerisce che questi edifici siano abitati. Al centro, riprese a figura intera, conversano due donne: una è di tre quarti, l’altra è di fronte a noi che le osserviamo. Sono abbigliate in modo semplice, ma con colori definiti: la più anziana, di profilo, ha un’ampia blusa ocra e, sulla spalla sinistra, uno scialle rosso; la più giovane indossa una veste azzurra. Ai piedi, entrambe calzano sandali. È estate: una lieve brezza muove...

05.03.2017

Gianfranco Baruchello, i paesaggi invisibili

«Scusate se vi disturbo, sono un pittore italiano e vorrei conoscere Marcel Duchamp». Così, ha raccontato a Hans Ulrich Obrist, si presentò un giorno Gianfranco Baruchello ai commensali d’una tavolata in un ristorante di Milano, El Ronchett di ran. Era l’11 settembre del 1962 e quel giorno, al «pittore italiano», cambiò la vita (le foto scattate a Duchamp che fuma il sigaro nella sua casa paterna, per dirne una, saranno il punto di partenza di Verifica incerta: il film di montaggio, realizzato due anni dopo con Alberto Grifi, vero atto di nascita della videoarte italiana).   Gianfranco Baruchello, Greenhouse installation view 1, ph Roberto Marossi, courtesy Massimo De Carlo.   E fu proprio Duchamp a dire – a Pierre Cabanne – la cosa più importante, riguardo alla pittura del...