Bartov, la sconfitta morale di Israele
Ciò che accade a Gaza è un test morale in due sensi, diversi ma connessi. Sul piano personale è l’occasione di un esame di coscienza, perché ci costringe a fare i conti con un fatto storico che mette in discussione le nostre certezze e stana i nostri pregiudizi. Sappiamo bene che non è la prima volta che una violenza sistematica e brutale colpisce una popolazione al punto da metterne in pericolo l’integrità e persino la sopravvivenza. Tuttavia, questa è la prima volta che lo sterminio di un popolo avviene “sotto gli occhi” dell’intera comunità internazionale. Questa espressione non è più un modo dire, dobbiamo prenderla in senso letterale. Chiunque, più o meno ovunque, può connettersi ai network che diffondono immagini, voci, racconti. Pochi minuti dopo un bombardamento sappiamo già che quel bambino o quella bambina sono stati uccisi con la famiglia, o che quel ragazzo che era uscito per cercare da mangiare non è tornato a casa perché gli hanno sparato. In molti casi di queste vittime vediamo in tempo reale, o quasi, i corpi martoriati, o assistiamo alla straziante agonia che è l’ultima parte della loro breve vita. Guardiamo madri e padri che piangono figli e figlie, fratelli e sorelle che si dicono addio, bambini che porteranno per tutta la vita i segni di una violenza spietata.
Tutto questo è terribile, e provoca in alcuni una comprensibile reazione di fuga. Sottrarsi, tuttavia, non pacifica la coscienza. Mancheremmo al rispetto che dobbiamo a noi stessi come persone dotate di ragione se scegliessimo di ignorare quei corpi, di distogliere lo sguardo dai volti, o di non ascoltare quelle voci. Una volta che abbiamo appreso non possiamo scegliere di non sapere. Anche se non siamo in condizione di salvare gli abitanti di Gaza, perché non ne abbiamo individualmente i mezzi, possiamo rendere testimonianza di ciò che accade alle vittime nella misura in cui ne siamo consapevoli, resistendo alla tentazione di soffocare lo sgomento e la rabbia cercando di pensare a altro. La testimonianza è essenziale – come lo è stata in passato per il genocidio degli armeni e per la Shoah – ma non basta. Bisogna anche rispondere alla domanda sul “perché” tutto questo sta accadendo. Comincia tutto il 7 ottobre 2023? Può un’atrocità giustificarne un’altra? Può il sangue di un innocente compensare la morte violenta di un altro innocente? Anche chi ammette che ci sono casi in cui l’uso della forza è giustificabile – per esempio per respingere un atto di aggressione potenzialmente letale – non potrebbe rispondere affermativamente a queste domande. Non può, perché uscirebbe dal perimetro segnato dal principio supremo della moralità: l’eguale rispetto che dobbiamo alle persone.
Questo ci conduce al secondo senso per cui ciò che sta accadendo a Gaza è un test morale: quello pubblico, che ha a che fare con la sfera delle relazioni tra persone all’interno di una comunità politica, e tra le comunità politiche sul piano internazionale. In questa dimensione a essere messa alla prova non è la coscienza individuale, ma quella pubblica, che si esprime nella capacità di ragionare insieme su ciò che è giusto e sbagliato (per questo chi vuole che il massacro vada avanti fino alle estreme conseguenze è così determinato a impedire che ci sia una libera conversazione sulle atrocità che sono state commesse dall’esercito israeliano). Qui le domande riguardano in primo luogo le regole. L’idea stessa di diritto è incompatibile con quella di doppio standard. Se un atto è contrario al diritto penale internazionale, lo è sempre, chiunque ne sia responsabile.
Omer Bartov è uno storico israeliano che insegna “Holocaust and Genocide Studies” alla Brown University, nel New England. Nato nel 1957 in un kibbutz, da genitori emigrati in Palestina ai tempi del “mandato” britannico, Bartov è cresciuto in un ambiente permeato dalla mentalità del sionismo laico di orientamento socialista. Dopo aver prestato servizio nelle forze armate israeliane nel corso della guerra dello Yom Kippur, si è trasferito negli Stati Uniti dove si è affermato per i suoi studi sull’esercito tedesco e sul ruolo che ha avuto nello sterminio degli ebrei.
Nel novembre del 2023 Bartov ha scritto un saggio, pubblicato dal “New York Times”, in cui denunciava il pericolo che le operazioni militari in corso a Gaza in reazione al sanguinoso e brutale attacco perpetrato da Hamas il 7 ottobre (cui hanno preso parte anche formazioni minori, e forse gazawi non legati a alcuna organizzazione) corressero il rischio di assumere i caratteri di un genocidio, come questo crimine viene definito dal diritto penale internazionale. In seguito, per via del peggioramento della situazione a Gaza, e dell’inasprimento delle violenze da parte dei coloni israeliani ai danni dei Palestinesi nei territori occupati, Bartov ha sostenuto che la soglia che distingue il pericolo di un genocidio dall’attivo perseguimento di obiettivi genocidari è stata superata. Dall’inizio dell’operazione militare nella striscia di Gaza si stima che siano state uccise più di 75000 persone, tra le quali ci sono anche oltre 200 giornalisti locali, e diverse migliaia di bambini. A cui bisogna aggiungere un numero molto elevato di feriti, molti dei quali hanno subito danni permanenti alla propria integrità fisica, e decine di migliaia di persone che sono state private delle proprie abitazioni, hanno perso quasi tutto, e sono state trasferite con la forza in strutture in cui sono costrette a vivere in condizioni inumane.
Questa tesi viene articolata in Israel. What Went Wrong? (Fern Press, Londra) un libro pubblicato nel 2026, e tempestivamente tradotto in italiano nel corso dello stesso anno (Nell’abisso. Dal sionismo al genocidio: la sconfitta morale di Israele, Laterza, Roma). Aver preso questa posizione ha esposto Bartov a numerose critiche, in patria e da parte dei tanti difensori di Israele in diversi paesi occidentali, che gli sono costate molto sul piano personale. A questi aspetti “privati” l’autore accenna appena nel corso del libro, ma si comprende che sono stati pesanti. Ciò nonostante, la scrittura mantiene un tono pacato, anche quando deve fare i conti con gli aspetti più dolorosi di ciò che sta accadendo a Gaza (come avviene nel capitolo quarto, sul “massacro dei bambini”).
Negli ultimi mesi, Bartov ha continuato a difendere la propria tesi di fondo, articolandola e approfondendola ulteriormente in altri scritti e interventi. La sua autorevolezza di studioso e il suo profilo di intellettuale progressista, ma non settario, hanno fatto di lui uno dei critici più noti sul piano internazionale delle politiche dell’attuale governo israeliano. La sua attenzione, tuttavia, non si limita a ciò che è accaduto dopo il 7 ottobre. Nel libro lo sguardo si allarga assumendo una prospettiva sugli orientamenti politici e culturali di fondo prevalenti da tempo nel suo paese di origine. Sotto questo profilo, il suo ruolo si può paragonare a quello di altri intellettuali e studiosi, come Amos Elon (scomparso nel 2006), David Grossman, Göran Rosemberg e Avi Shlaim, che nel corso degli ultimi decenni hanno criticato e poi messo in discussione la versione edulcorata della storia di Israele riassunta nella formula “una terra senza un popolo per un popolo senza una terra”. Per Bartov è la congiunzione tra una concezione suprematista del sionismo e una visione messianica dell’ebraismo a creare le condizioni per legittimare un uso sproporzionato della forza nei confronti dei civili palestinesi, anche quando non hanno alcun coinvolgimento nelle ostilità.
Questo aspetto della ricostruzione di Bartov è di particolare importanza. Dopo il 7 ottobre 2023, infatti, si è spesso evocato come “attenuante” per l’uso massiccio e indiscriminato dei bombardamenti a Gaza il “trauma collettivo” provocato dalla violenza dell’attacco guidato da Hamas e dalla crudeltà degli atti compiuti durante quella azione, nel corso della quale sono state uccise 1195 persone di varie nazionalità (13 delle quali probabilmente vittime di “fuoco amico” in applicazione della “Hannibal Directive”) e catturati 251 ostaggi (militari e civili israeliani, tra cui diversi bambini, e anche cittadini di altri paesi). Non si può negare l’orrore di ciò che è accaduto il 7 ottobre. Questa considerazione psicologica, tuttavia, non si può evocare come scusante o come giustificazione sul piano morale o giuridico. Sappiamo infatti che ci sono diversi precedenti di uso sproporzionato della forza da parte dell’esercito israeliano, con la conseguenza di elevate vittime civili, che risalgono almeno all’invasione del Libano nel 1982 e arrivano fino all’attacco a Gaza nel 2014. L’uso massiccio dei bombardamenti non è una semplice reazione emotiva alla brutalità dell’attacco subito, ma l’applicazione di una tattica (la “Dahiya Doctrine”) che è stata esplicitamente enunciata dalle autorità militari israeliane nel 2008 (fa riflettere che il generale che l’ha ideata, Gadi Eizenkot, sia considerato oggi come un plausibile successore moderato a Netanyahu se l’attuale primo ministro perdesse le elezioni).
Come si è detto, Bartov non è il primo israeliano che critica il governo del proprio paese per il modo in cui vengono gestiti i rapporti con i palestinesi (sia entro i confini riconosciuti dall’ONU, sia nei territori occupati) e per l’uso sproporzionato della forza che in diverse occasioni è seguito a aggressioni da parte dei palestinesi. La letteratura è ampia, e un contributo significativo è stato dato anche da ricercatori e giornalisti che, sia pure con sempre maggiori di difficoltà, hanno documentato la traiettoria di una spirale per cui a ogni violenza segue una reazione ancora più letale fino a arrivare alla distruzione su vasta scala avvenuta a Gaza negli ultimi anni. Così come non mancano i contributi di storici che hanno gettato luce sul carattere brutale della originale espropriazione di una parte delle terre abitate o coltivate dai palestinesi avvenuta durante la Nakba nel 1948.
A rendere particolarmente significativo il contributo di Omer Bartov sono alcuni aspetti che riguardano il suo profilo di storico e di intellettuale. Come studioso, infatti, Bartov è in condizione di discutere con autorevolezza un tema che è stato talvolta evocato nel dibattito sul conflitto tra Israele e i palestinesi, soprattutto dopo il 7 ottobre 2023, ma che è difficile da affrontare perché va a toccare convinzioni profondamente radicate non solo nel suo paese di origine, ma anche tra gli ebrei della diaspora e più in generale nell’opinione pubblica di diversi paesi occidentali. Si tratta della unicità della Shoah come “male assoluto” che non si dovrebbe dunque mai considerare in una prospettiva comparativa. Specie quando la comparazione riguarda Israele. Bartov ricostruisce con grande lucidità un dibattito che ha coinvolto anche diversi storici israeliani, i quali hanno sostenuto che questo modo di considerare la Shoah ha avuto a lungo l’effetto di inibire la collocazione di questo evento storico, che ha certamente tratti distintivi, nel contesto di altri genocidi che sono stati perpetrati sia prima sia dopo lo sterminio degli ebrei in Europa a opera dei nazisti. Questo ha finito per favorire una torsione del significato dell’espressione “mai più” che viene reinterpretata, anche contro le intenzioni di diversi intellettuali ebrei e israeliani che l’avevano evocata in passato, non nel senso di “mai più un altro genocidio” ma in quello di “mai più un altro genocidio degli ebrei”. Come risulta evidente, nella prima interpretazione la frase assume il valore di una prescrizione morale universale, mentre nella seconda il suo significato viene ristretto fino a escludere altri genocidi dalla sua area di applicazione.
Passando dal piano morale a quello giuridico, questa interpretazione ristretta del “mai più” entra in contraddizione con quanto prescrive il diritto penale internazionale, che definisce il genocidio in termini universali e non in relazione a un popolo.
Nella interpretazione di Bartov, questo è stato un fattore non secondario nell’influenzare un atteggiamento “eccezionalista” da parte di settori della politica e della cultura israeliana che ha alimentato un sentimento di impunità rispetto a quelle che, in modo sempre più chiaro, venivano denunciate come violazioni del diritto internazionale da parte delle forze armate e degli apparati di sicurezza di Israele. Richiamando i propri studi sull’esercito tedesco nel corso della seconda guerra mondiale, Bartov argomenta in modo convincente che l’accettazione tacita di questa premessa è il presupposto che consente di spiegare un atteggiamento di disumanizzazione dei palestinesi che ha facilitato alcuni dei crimini di guerra avvenuti negli ultimi anni nel corso delle operazioni militari nella striscia di Gaza. Una conferma della correttezza della interpretazione proposta da Bartov si trova in “Naza”, il reportage di due giornalisti israeliani, Yuval Abraham e Rachel Szor, che in questi giorni viene proiettato in diverse sale italiane e si può reperire anche on-line. La classificazione delle vittime civili come Naza, cioè come danni collaterali accettabili per colpire un bersaglio ritenuto essenziale dai militari, emerge nel corso delle interviste filmate da Abraham e Szor come un fattore essenziale di una sorta di immunizzazione morale cui gli ufficiali coinvolti nelle operazioni ricorrono, sia pure in alcuni casi con evidente disagio, per giustificare le proprie azioni.
Vale la pena di sottolineare che le interviste che sono raccolte nel reportage di Abraham e Szor erano già note al pubblico, perché erano state riportate da organi di stampa sia israeliani sia internazionali. La somiglianza tra le giustificazioni fornite da alcuni dei militari tedeschi coinvolti nello sterminio degli ebrei e quelle richiamate dagli ufficiali israeliani coinvolti nelle operazioni a Gaza ha probabilmente avuto un’influenza sul libro di Bartov. Somiglianza, ovviamente, non vuol dire identità. Bartov non afferma che i militari israeliani siano identici ai nazisti, ma impiega il metodo comparativo tipico della storia per mostrare che c’è parziale sovrapposizione tra due fatti storici, ciascuno dei quali conserva caratteristiche distintive che lo identificano.
La questione del confronto con la Shoah è sullo sfondo di uno dei capitoli più attuali del libro, dedicato alla discussione dell’antisemitismo, e in particolare delle diverse definizioni che ne sono state proposte negli ultimi anni. Bartov, come diversi studiosi, critica la definizione proposta dall’IHRA, che vede nella proposta di similitudini tra il nazismo e le azioni del governo israeliano uno degli esempi di antisemitismo che dovrebbero fare da guida a iniziative specifiche di contrasto che andrebbero adottate dai governi e dalle amministrazioni che vogliono combattere questo odioso pregiudizio. Ciò, come osserva Bartov, andrebbe a discapito della ricerca su questo tema, e costituisce quindi un pericolo per la libertà degli studiosi, e più in generale dell’opinione pubblica, di affrontare anche aspetti spiacevoli o controversi dell’operato del governo israeliano. Nel libro, Bartov propone di adottare invece la definizione inclusa nella “Jerusalem Declaration” di cui è stato tra gli estensori. La ragione principale di questo orientamento è che tale definizione non fa dipendere l’individuazione di cosa sia antisemitismo dagli atteggiamenti e dai giudizi espressi su Israele e sul suo governo. Chi fosse interessato a questo tema, che è al centro di polemiche vivaci per via di una proposta di legge attualmente in discussione nel parlamento italiano che adotta la definizione IHRA, può fare riferimento a un altro libro pubblicato negli ultimi mesi. Si tratta di On Antisemitism. A Word in History (Penguin, Londra 2026; già una tradotto in italiano Sull’antisemitismo, Einaudi, Torino 2026) di Mark Mazower, uno studioso autore di lavori importanti sulla Shoah. La ricostruzione proposta da Mazower è più ampia e approfondita rispetto a quella di Bartov, perché si tratta di una storia dell’antisemitismo, ma le conclusioni cui giungono i due storici convergono nel giudizio negativo sulla definizione IHRA e sugli effetti nefasti che la sua adozione può avere sulla libertà di ricerca e di discussione. Per Bartov e Mazower la definizione di antisemitismo proposta nella “Jerusalem Declaration” è preferibile a quella IHRA perché distingue le critiche di Israele, che vanno discusse nel merito, dal pregiudizio antisemita che esiste, e deve essere respinto con forza tutte le volte in cui riemerge e da chiunque venga riproposto.
La parte finale del libro di Bartov è dedicata alla discussione dei profili istituzionali che potrebbero indicare una via di uscita dalla situazione attuale. Nel capitolo quinto, viene affrontata la questione costituzionale. Israele non ha attualmente una costituzione scritta (come il Regno Unito) e questo fatto viene visto da alcuni giuristi come una debolezza delle garanzie che sarebbero indispensabili per ostacolare l’attuale deriva verso un sistema politico autoritario nel quale viene messa in atto una forma sempre più brutale di apartheid. Bartov vede con favore questi argomenti, anche se l’esperienza recente degli Stati Uniti (per fare solo l’esempio più noto) dovrebbe raccomandare prudenza nell’affidare la sopravvivenza della democrazia soltanto a un documento, per quanto autorevole come una costituzione. Di particolare interesse, in questo capitolo, sono le critiche di Bartov alle ambiguità del sionismo liberale di giuristi come Ruth Gavison e Aharon Barak, che hanno proposto una caratterizzazione di Israele come una “democrazia giudaica” aprendo la strada a un trattamento differenziato dei palestinesi che appare difficilmente compatibile con i principi enunciati nella dichiarazione di indipendenza del 1948. La lezione dei pensatori repubblicani moderni che si sono collocati nella scia di Machiavelli suggerisce che senza un robusto sostegno popolare ai principi di eguaglianza anche le leggi migliori tendono a perdere la propria capacità di incutere rispetto.
Nel capitolo sesto, infine, Bartov prova a ragionare sul futuro, discutendo le proposte di soluzione confederale al centennale conflitto innescato dalla colonizzazione di parte della Palestina da parte dei sionisti. Un tentativo nobile, e degno di attenzione, di esercitare una sorta di “ottimismo della ragione” quando tutto – dalla politica interna israeliana alla situazione internazionale – fa pensare al peggio. Le riflessioni di Bartov si concludono, quindi, con messaggio di speranza, che andrebbe raccolto da tutte le persone di buona volontà, ma che deve comunque fare i conti con una situazione interna in Israele che lascia poco spazio a soluzioni come quella auspicata nella parte conclusiva del libro. Questo ci riconduce alle osservazioni da cui siamo partiti, e al ruolo che l’opinione pubblica internazionale può avere per avvicinarsi a una soluzione del conflitto.
In questo momento l’ostacolo più significativo a una svolta è costituito dall’atteggiamento di buona parte dei governi occidentali, che rifiutano di fare fino in fondo i conti con ciò che accade sotto i nostri occhi in ossequio a considerazioni strategiche. L’affermazione del capo del governo tedesco Friedrich Merz, secondo il quale Netanyahu sta “facendo il lavoro sporco per noi” è l’espressione più spudorata di questo atteggiamento. Se la valutazione della situazione in Palestina rimane condizionata dalla miopia dello sguardo occidentale (che per molti versi richiama alla mente quello descritto da Joseph Conrad nel suo romanzo Under Western Eyes) è difficile immaginare che sia possibile trovare una soluzione equa a un conflitto che ha provocato una scia di sangue e lasciato spazio agli istinti peggiori coltivati da chi, da entrambe le parti, ritiene di trarne vantaggio.