Marcello Fois e l’effetto farfalla
“Ettore Manfredini nonostante fosse appena morto, la mattina del 21 febbraio 2017 ebbe la netta sensazione di svegliarsi”.
Sono le 5:00 del mattino, un tempo liminale, l’intermezzo di lingue d’ombra e luce sciropposa tra la notte che muore e il giorno che viene; dentro la sua casa, Ettore si rigira nella metà del letto matrimoniale occupata e non mangiata dal gelo, fuori, la campagna “sfumava nella minuzia ostinata della galaverna”.
Ettore, dopo quasi un secolo di vita, conosceva bene quello stadio intermedio e attendeva il mormorio della vita che comincia (“poteva celebrarne il rito, differente per ogni stagione, sussurrarne le litanie periodiche. Conosceva lo stridore dei corvi e delle cornacchie sui rami dei pioppi scheletrici, i richiami delle volpi dagli argini, i muggiti e i grugniti dal suo mattatoio oltre la siepe e la voluttà delle mute di gatti che ne leccavano i pavimenti”), ma quella mattina non emetteva alcun suono, nulla dai pioppi, nulla dagli argini, neppure il risuonare minuto dei primi raggi, che spogliano l’erba medica dal sottilissimo strato di ghiaccio e dal buio.
Dentro il silenzio un’alba infinita, Ettore Manfredini si risveglia sulla soglia tra la vita e la morte, nell’ultimo tempo che ci è concesso, in cui si racconta che la propria esistenza scorra fulminea e intera dentro gli occhi. Tutto il romanzo di Marcello Fois L’immensa distrazione (Einaudi, 2025), recente vincitore del Premio Campiello, sta in quella manciata di istanti, negli ultimi bagliori di coscienza prima del buio, prima che tutto precipiti in uno sprofondo indistinto.
Ma il tempo è relativo, qui più che mai, ed Ettore Manfredini si ritrova, suo malgrado, di fronte al resoconto impietoso della sua esistenza, ma non si tratta di una successione lineare di eventi, quanto di un affastellamento di fatti che accadono simultanei, dentro un tempo che si dilata, si frammenta, si moltiplica, contiene altri tempi, altre storie, eppure resta un tempo singolare e soggettivo.
Il racconto prende avvio dentro la storia personale di Ettore, la sua origine, il suo destino, ma progressivamente si apre e accoglie sogni d’altri, altri destini, “perché essere morti è come scrivere una storia: ci si prende ogni licenza possibile.”
Il passaggio della morte scoperchia una materia narrativa magmatica e puntiforme in cui cercare un disegno, “per questa ragione, capì Ettore, ora poteva vivere un’istantaneità di gesti non suoi, una connessione impossibile con pensieri e riflessioni altrui. Quasi che tutta la sua vita, ormai consumata, non fosse stata nient'altro che la trama di un libro”.
“Leggere aveva significato dare una forma al panetto di creta che era stata la sua vita” penserà Ettore nei suoi ultimi istanti, e a rileggere la propria vita – e la propria morte - attraverso la letteratura lo impara grazie al nipote prediletto Elio, che per il cinquantasettesimo compleanno gli regala il primo libro. Elio continuerà a scegliere titoli e dediche per il nonno anche negli anni a venire, ed Ettore, che a dispetto delle ambizioni materne, non aveva potuto studiare, potrà incontrare il romanzo e scoprire “che leggere degli altri significava leggere di sé, perché Charles Bovary, che portava scarpe robuste malamente lustrate, fornite di chiodi, era il bambino per cui avevano chiesto in prestito le tremende calzature con le quali, a dieci anni, l'avevano condotto al cospetto della Contessa”.
Lo snodo dell’iniziazione alla lettura (e il rapporto con Elio, giovanissimo scrittore dalla sensibilità inquieta e dal fragile destino) nella storia affiora come contrappunto a un ricordo fondativo, del romanzo e della vita del protagonista, di quando, bambino, Ettore provò a guadagnarsi il futuro scolastico con le scarpe buone in prestito e le migliori intenzioni e venne tradito dal vocabolario e congedato senza convenevoli da Donna Luigia Ferrari, riconsegnato a una vita tutta da guadagnare, con poche parole per immaginarla; e lo stesso nodo tornerà ancora sul finale, a chiudere il cerchio della sua esistenza, con tutte le parole e pochissimo tempo per dirle.
L’intero romanzo è intessuto di rimandi e risonanze, che affiorano dalla memoria e dalla vita di Ettore mentre sperimenta l’estremo passaggio, ed Elio è solo un punto di una geografia familiare che attraversa il Novecento e si intreccia alle vicende del Secolo breve, a partire dalla famiglia di origine, il padre Vittorio e la madre Elda, e i due fratelli maggiori Armando e Tonio, entrambi strappati alla vita da un destino precoce, e tutti segnati da un’eredità di miseria e precarietà, ma anche tenacia, astuzia e intraprendenza.
Su questa eredità si innesterà la storia di Ettore, l’ascesa sociale che avrà al centro il mattatoio della famiglia Teglio, in cui Ettore inizia a lavorare da ragazzo, nonostante sia un “gentile”, fino ad assumerne il controllo, dapprima in via provvisoria e precauzionale, quando le leggi razziali iniziano a colpire le imprese ebraiche, poi definitivamente, quando le persecuzioni e le deportazioni disperdono la famiglia dei Teglio e ne cancellano le tracce. Di tutti tranne della figlia Marida, provvidenzialmente confusa nella povertà dei Manfredini, grazie alla scaltrezza di Elda, e strappata alla sua famiglia, al suo passato e alla sua fede.
Abbandonata la macellazione kosher, accolti i maiali e sposata Marida, Ettore diventa “il re della carne”, trasforma il mattatoio in un impero e vi posa le fondamenta della sua famiglia e della sua fortuna.
Nella successione di immagini che intervallano gli ultimi istanti di coscienza di Ettore, la sua vita si ricompone attraverso le esistenze che l’hanno attraversata, figli, nipoti, famigliari richiamati a partire da dettagli estemporanei, che rimandano a dolori, affetti, vuoti e fratture.
A muovere i loro destini, in quell’implacabile resoconto finale, ci sono l’azzardo, la spregiudicatezza, il desiderio di riscatto e un istinto capace di volgere gli eventi in proprio favore, di arginare l’imponderabilità del caso e della fortuna. Ma si avverte anche l’ombra di una colpa sommersa, e delle sue conseguenze che ricadono sulle generazioni a venire, ciascuna afflitta da una diversa e specifica forma di dolore, fragilità, ostinazione.
“Il destino di Manfredini era legato all'abitare estremi” e ogni tentativo di sottrarsi a tale destino, ogni inutile disobbedienza, principio di rivolta, insubordinazione o resa, finisce soffocato, spento, imploso.
Nei suoi ultimi istanti, in bilico tra la vita consumata e l’oblio, Ettore deve fare i conti con le vite delle persone che ha amato senza saperle vedere davvero, con troppo poco amore e troppa distrazione, troppo impegnato “nel generare una mitologia di sé stesso”; la fine gli restituisce, senza attenuanti, la portata delle sue omissioni: “su questa logica si stabiliva il suo valore di padre: sulla sua capacità di capire che ogni storia che gli si prospettava, in questa concentrazione furiosa che è morire, rappresentava il resoconto del suo mutuo fallimento. Quasi cent'anni sulle spalle e non un istante che non fosse investito nella vanità ossessiva di sdoppiarsi per contemplarsi. Si era distratto nella contemplazione di sé, e ora ne pagava il conto”.
E proprio in ragione di “questa ostinazione maledetta”, gli pareva di aver avuto il privilegio di assistere a quel passaggio, “di capire tutto ciò per il tempo necessario a posare il piede in terra dopo averlo sfilato dalla staffa”, la chiarezza che in vita è negata, una consapevolezza improvvisa e assoluta, e “in questo assurdo pensare, riformulare, capire, concepire, la sua nudità consisteva nell'impossibilità di difendersi da sé stesso”.
La sua vita appare “improvvisamente come un materiale viscoso e granuloso che stesse passando attraverso un setaccio finissimo”, una spietata ricognizione di tutti gli errori, i sacrifici, i fraintendimenti, i vuoti, un flusso continuo in cui finalmente poter connettere tutto.
Il disordine che lo aveva abitato in vita, fatto di frammenti divisi e nessi invisibili, si componeva ora un intreccio ordinato, coerente, la morte non portava distacco, ma ricomposizione di ciò che la vita teneva separato.
E in quella trama che andava ricomponendosi, non erano le grandi svolte a determinarne il corso, ma le impercettibili deviazioni, “i momenti ininfluenti: i discorsi a tavola, gli sguardi fugaci, gli appuntamenti mancati, i sorrisi risparmiati, gli abbracci negati, perché è chiaro che hanno conseguenze, anche distanti nel tempo” […] “Gli apparve logico, per esempio, percepire la storia non come un fatto a sé, ma per come di volta in volta si era adeguata alla sua vita. Fu colto dalla tentazione di pensare che quella sui libri di scuola era una storia senza umani. Anzi scritta da umani che si illudevano che ogni cosa potesse accadere senza l'obbligo di attraversare i corpi dei viventi.”
È una sorta di “effetto farfalla”, per cui da un dettaglio apparentemente trascurabile derivano conseguenze imprevedibili e lontane e l’eco della Storia riverbera nelle vite, nei corpi e nei destini. La fortuna della famiglia Manfredini, edificata sulle macerie dell’olocausto, sembra infatti gravata dal peso di un’eredità mai riscattata, i cui effetti continuano a propagarsi nel tempo: “come quel vulcano che aveva eruttato in Indonesia, la sua personale apocalisse veniva da un luogo remoto. E aveva avuto conseguenze terribili”, “l'ossessione delle case, l'assillo del tornaconto, il tormento della famiglia, la fissazione dell'apparire, l'incubo di dimostrare […] L'inserimento nei salotti cittadini. L'allontanamento progressivo e siderale da Marida. E la dissoluzione degli affetti sotto forma di corpi che spariscono nel nulla”.
E in quel rievocare puntiglioso e feroce, l’unico “dato di fatto cui poter aggrapparsi fu per l’appunto una coscienza assoluta, una concentrazione senza distrazioni”.
In vita, questa esattezza non è mai concessa, solo da morto Ettore intuisce che non avrebbe dovuto distrarsi, sprecare il tempo, affannarsi a trovare soluzioni inutili a problemi inutili, capisce che “vivere è un'immensa distrazione dal morire” e la fine si intravede troppo tardi, in quel punto in sospeso in cui tutto, per un istante, senza rimedio, si ricompone.
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