Un secolo di Sicilia in fotografia

16 Settembre 2026

Perché ci sono stati così tanti bravi fotografi siciliani? Letizia Battaglia sosteneva perché c’erano così tante storie da raccontare, Ferdinando Scianna afferma invece che è una questione di narrazione, di storie. Tanti sono stati gli scrittori: Verga, Capuana, De Roberto, Pirandello, Brancati, Sciascia, Consolo, Bufalino e chissà quanti ne tralascio, e tanti i fotografi. Una definizione che conferma autorevolmente il concetto è quella di Enzo Sellerio «Penso che un fotografo che sia realmente tale non può essere che uno scrittore che si esprime per immagini».

È sostanzialmente dalla condivisione di questa teoria che si muove il bel libro di Monica Maffioli Fotografi siciliani del Novecento (Giunti Editore, 2026).

Storica dell’arte, l’autrice è soprattutto una studiosa di fotografia, curatrice di mostre e dal 1998 al 2014 degli archivi e delle collezioni museali della Fratelli Alinari; oggi è accademico d’onore. Toscana di nascita ha da decenni un rapporto continuativo e approfondito con la realtà siciliana, dove vive per lunghi periodi a Trecastagni sulle pendici dell’Etna.

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Giovanni Verga, Catania. Novalucello, bambina alla finestra, 1911.

Il titolo del volume è importante per capire la sua natura più profonda: non è una storia della fotografia ma dei suoi fotografi, delle loro storie, delle storie che ci hanno raccontato. E tutto il libro è diretto a descrivere l’intimo rapporto che la fotografia esprime attraverso il contesto storico e i suoi autori. È naturale quindi che la sua attenzione non si rivolga esclusivamente ai grandi professionisti e “dilettanti” ma che si occupi anche di quel mondo imprescindibile delle agenzie fotografiche – che hanno creato archivi non soltanto immagini “documentarie” ma anche preziose testimonianze di veri talenti spesso anonimi – e, direi soprattutto, di quella fotografia vernacolare frutto delle foto di tutti i giorni, che si trovano oggi soprattutto negli archivi familiari. Aggiungerei: ma quali archivi? Questi tesori stanno perlopiù nei cassetti custoditi gelosamente da nipoti e, ormai, bisnipoti.

Il senso delle sue scelte è quasi subito espresso all’inizio del suo testo: «I criteri metodologici, cronologici e di genere, che fino a oggi hanno connotato gran parte delle ricerche storico-fotografiche svolte in Italia, articolate secondo macro categorie come, ad esempio, la produzione amatoriale e professionale, documentaria e artistica, sociale e di ricerca, riferite per lo più a una visione nord-centrica, hanno contribuito a consolidare intorno a un ristretto numero di personalità “eccellenti” la conoscenza della fotografia italiana e la celebrazione di solo alcuni “maestri” della fotografia siciliana. Ma la fotografia, per sua natura, ha la capacità di essere un medium in grado di coinvolgere e risuonare attraverso una collettività di interpreti, ignoti ai più, che tuttavia, nel loro insieme, hanno profondamente contribuito alla definizione di un’identità specifica della narrazione visiva italiana e, nel caso di questo studio, di quella siciliana».

E proprio dagli scrittori che il libro parte, da quegli scrittori-fotografi veristi che per primi hanno formato l’immaginario di una Sicilia “altra” (tema analizzato nel corso del testo nelle sue infinite coniugazioni): Verga, Capuana, De Roberto che usarono il nuovo mezzo per motivi personali e professionali. E Sciascia è una specie di voce fuori campo che attraversa tutta la storia del libro. E mi pare significativo dell’atteggiamento dell’autrice il fatto che il suo unico ritratto riprodotto non sia di uno dei grandi fotografi che lo hanno immortalato ma sia uno scatto, quasi privato, di Giuseppe Quatriglio – giornalista, narratore e fotografo amatore – realizzato nella sede della casa editrice Sellerio in posa accanto a un visore stereoscopico pezzo pregiato della collezione di strumenti fotografici di Enzo Sellerio.

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Wilhelm von Gloeden, Elegie, 1900 ca.

È un secolo lungo quello che prende in considerazione la Maffioli, non solo per la presenza degli scrittori veristi ma anche per l’esordio del libro che prende in considerazione l’Esposizione nazionale italiana del 1891-92, episodio che consacrò l’abilità degli architetti liberty, Ernesto Basile su tutti, che con Damiani Almeyda introdusse il Modernismo in Sicilia che avrebbe caratterizzato tutta l’età dei Florio e quindi fino alla Seconda guerra mondiale.

Nella sezione fotografica dell’Esposizione sono presenti i professionisti F.P. Uzzo, i fratelli Seffer e Giuseppe Incorpora, il messinese Ledru Mauro e i catanesi fratelli Biondi. Tra i dilettanti, invece, sono presenti alcuni nobili palermitani, tra cui il principe Enrico Di Napoli e il duca Gaetano Vanni di Archirafi, oltre al giovane Ignazio Florio. A costituire una vera novità sono le fotografie esposte dall’etnografo Giuseppe Pitrè, che rappresentano costumi e manufatti della realtà popolare della regione, molto apprezzate soprattutto dai partecipanti stranieri che sono la maggioranza dei visitatori.

Ma a determinare l’immagine, forse stereotipa, dell’Isola sono fotografi “stranieri”: i fiorentini fratelli Alinari e Giacomo Brogi i quali mapparono l’isola nei suoi aspetti più appariscenti: le città d’arte, i grandi complessi monumentali e archeologici, gli aspetti più pittoreschi della natura. Insomma più o meno sulla falsariga del Grand Tour confermarono quegli aspetti di alterità che sarebbe rimasta a lungo incollata all’idea di Sicilia.

In una scelta non banalmente cronologica – numerosi sono i paralleli tra epoche e stili diversi – il volume si dipana attraverso i maggiori eventi storici e politici.

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Adele Gloria, Senza titolo, 1934-1935.

Larga attenzione è dedicata alla cosiddetta “scuola di Taormina”, anche perché contigua alla logica del Gran Tour che ha aperto la narrazione. Protagonista di questa storia è il fotografo tedesco Wilhelm von Gloeden che, per motivi di salute, si trasferisce a Taormina nel 1878. Qui decide di esprimere il proprio talento attraverso la fotografia. Comincia con lo scegliere i soggetti a lui più congeniali: giovani ragazzi che vengono ripresi in una fiabesca dimensione classica. Trovare un altro e nuovo mondo è un classico dell’esperienze dei turisti del Nord in Sicilia. Da Goethe in poi l’aspetto più seducente del viaggio in Italia è prendere coscienza di aspetti di sé soppressi in patria. Emblematica è la vicenda di Lucy Honeychurch a Firenze. La protagonista di Camera con vista di E.M. Forster scopre che “il sortilegio dell’Italia faceva effetto su di lei e invece di acquisire conoscenze, prese a sentirsi felice”.

Analogamente von Gloeden abbandona i suoi stereotipi per dedicarsi a liberi riferimenti all’arte classica che è uno degli aspetti che cercava nel suo trasferimento in Sicilia. Acutamente Maffioli sottolinea: “Immagini che affascinano per la loro pluralità di significati, ma allo stesso tempo si mostrano nella loro essenzialità, capaci di conquistare il consenso più ampio del pubblico colto internazionale, non solo omosessuale, che frequentava il suo atelier, in quanto riescono sempre a mantenere un rassicurante carattere di “artisticità”, così come lo si riconosce nei suoi panorami, nelle vedute di strada e negli scorci architettonici rivisitati alla luce degli stilemi pittorialisti”.

Quindi il tragico terremoto e, si direbbe oggi, tsunami conseguente che, nel 1908, distrussero quasi completamente Messina e Reggio Calabria, e che in qualche modo rivelarono all’Italia stessa l’appartenenza dell’Isola al contesto nazionale. L’“Illustrazione Italiana” dedica 32 pagine alla catastrofe rendendo attraverso la fotografia espliciti gli effetti della catastrofe.

Ma è nel 1925 che l’immagine idilliaca dell’“Isola del Sole” subisce una traumatica svolta. È sempre l’“Illustrazione Italiana” a pubblicare un articolo dello scrittore e illustratore Edoardo Ximenes sullo sfruttamento dei “carusi”, ragazzini utilizzati per l’estrazione dello zolfo per la loro agilità nel penetrare i cunicoli delle miniere e sulla loro condizione di schiavi. Un altro colpo all’immagine stereotipa lo dà la pubblicazione di una serie di volumi pubblicati dal Touring Club Italiano nel 1933 e dedicato agli aspetti minori dell’Isola. È in questa occasione che risulta essenziale il ruolo di quella pittura vernacolare che l’autrice non dimentica mai di valorizzare.

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Ferdinando Scianna, Palazzolo Acreide, 1976.

A questo proposito rende esplicito il suo pensiero attraverso una illuminante citazione dell’antropologo Antonino Buttitta: “Nell’arte popolare grande importanza ha il fatto tecnico, l’esecuzione […]. L’arte popolare non vuole essere evasione. L’artista popolare non vuole fare opera altra rispetto alla vita […] perché l’artista popolare non vuole essere diverso dagli altri […] la bontà dell’esecuzione è misurata in rapporto al soddisfacimento delle esigenze sociali per cui l’opera è stata prodotta, dal rispetto cioè della funzione che le era stata assegnata”.

Senza tralasciare il futurismo e la fotografia dell’epoca fascista Maffioli non trascura l’episodio – anch’esso ispirato da Sciascia – della costruzione di Mussolinia. Nella Corda pazza lo scrittore descrive con tutta la sua graffiante ironia la bufala progettata non lontano da Caltagirone: la costruzione di una nuova città dedicata al Duce che, di persona personalmente, pose la prima pietra nel 1924. A parte la costruzione di alcune facciate di cartapesta, alla Cinecittà per intenderci, tutto si svolge attraverso uno scambio di fotomontaggi che si conclude con un esilarante montaggio di Caltagirone sul mare (la città è in realtà nel cuore della Sicilia) diffuso a quanto pare da un anonimo fedele di Starace. Una fake news che precedette i sofisticati e tragici montaggi di epoca staliniana.

La guerra mondiale non fu fotografata dai siciliani. Furono gli americani a documentare lo sbarco e la conquista attraverso, soprattutto, le immagini di Robert Capa. Segnalo che a Troina, in provincia di Enna, esiste un piccolo, curatissimo museo dedicato da un collezionista privato alle fotografie siciliane dell’artista ungherese.

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Sandro Scalia, Palermo. Tempietto Marvuglia, 1998.

Il dopoguerra è invece l’epoca che fa grande la fotografia siciliana.
Furono dapprima alcuni giovani intellettuali a porre una nuova problematica dell’Isola. Elio Vittorini con il suo Conversazione in Sicilia e Sebastiano Aglianò con Cos’è questa Sicilia espressero un nuovo punto di vista che possiamo riassumere nel concetto delle due Sicilie: quella idilliaca, il cui folklore sembra a tutt’oggi intramontabile, e quella oscura, dilaniata, miserrima che si andava configurando nelle immagini di alcuni celebri fotografi statunitensi: Margaret Bourke-White, Richard Avedon, Herbert List. Ma anche grazie alle successive indagini dell’United Nations Relief and Rehabilitation Administration (UNRRA). L’inchiesta, nel 1954, sulle abitazioni malsane rivelò al mondo intero le condizioni di estremo disagio in cui versava gran parte della popolazione isolana, con la conseguente apertura di un profondo dibattito sulle due Italie, con il rinnovarsi della Questione meridionale.
Non è dimenticato nel libro il dibattito, altrettanto serrato, su Realismo e Neorealismo che, in qualche modo, l’autrice supera audacemente con l’introduzione della categoria di Umanesimo.

È Luchino Visconti a introdurre il tema con un breve testo, illustrato da Guttuso, in cui esprime la sua vera ispirazione nei Malavoglia di Verga. Il suo La terra trema e lo Stromboli di Rossellini ne danno la più esplicita messa in pratica.
In ambito fotografico a dare la svolta è Enzo Sellerio che con il suo reportage dedicato a Danilo Dolci “povero tra i poveri” e al suo intervento a Trappeto, un comune a 45 km da Palermo, oggi ridente località balneare ma allora specchio di vita insostenibile. Pubblicato nel 1955 dal mensile “Cinema Nuovo” con il titolo di Borgo di Dio con testo di Michele Gandin. «L’indagine fotografica di Sellerio non nasce tanto dalla volontà di “sottolineare gli aspetti esteriori della miseria quanto di tentare di cogliere l’umore comune degli abitanti del luogo”, come lo stesso autore afferma, e sebbene coinvolto emotivamente da ciò che vede, preferisce concentrarsi nella lettura di quegli spazi e di coloro che li abitano con un rigore formale che congela “la carica emotiva”». A Sellerio viene dedicato il maggiore spazio nel testo di Maffioli. Il perché lo spiega l’autrice stessa: «Ma le più alte espressioni delle potenzialità della visione siciliana sono da riferirsi ad alcuni autori che si muovono al di fuori degli ambienti amatoriali, pur non essendo dei professionisti. Tra questi, emerge la personalità di Enzo Sellerio che assume un ruolo centrale e imprescindibile nel panorama della fotografia siciliana della seconda metà del Novecento, prima nella veste di autore e successivamente, attraverso la casa editrice fondata con la moglie Elvira nel 1969».
E in effetti Sellerio diventa punto di riferimento di una schiera di più giovani fotografi di alto livello: Melo Minnella, Giuseppe Leone, il più giovane Ferdinando Scianna, tra gli altri.
Si arriva così inevitabilmente agli anni della mattanza. Per introdurre il tema mafia l’autrice si rifà a un testo di Enzo Catania del 1978 che individua tre periodi della descrizione della mafia: la prima è quella dell’occupazione delle terre, quella di Salvatore Giuliano per capirci. Questa fase è illustrata principalmente da Nicola Scafidi e Attilio Carnemolla. La seconda fase è quella espressa dal giornale “L’Ora” guidato da Vittorio Nisticò dove ad autori del calibro di Sciascia, Vincenzo Consolo, Giuliana Saladino, Danilo Dolci, Michele Perriera tra i molti altri, si affiancano le agghiaccianti immagini di un gruppo di giovani fotografi guidati da Letizia Battaglia: Ernesto Battaglia, Pippo Orlando, Bebo Cammarata, Santi Caleca, Natale Gaggioli, dal 1977 Franco Zecchin.

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Giovanni Chiaramonte, Gela, dalla serie Ai confini del mare, 1995.


Dalla metà degli anni Ottanta – la terza fase – quando comincia il terrorismo mafioso vero e proprio i fotografi protagonisti sono giovani come Tano D’Amico e Tony Gentile, famoso per l’iconica foto di Falcone e Borsellino che parlano sorridenti fra loro, simbolo della sconfitta della mafia.
“Ma la mafia – ci ricorda l’autrice – ha ancora mille volti, si cela nelle modalità che contraddistinguono il comportamento mafioso, nella tolleranza della prevaricazione e dell’individualismo antisociale, come quel muro di cemento armato che delimita il giardino dell’edificio abusivo costruito sulla spiaggia del litorale palermitano, un prepotente atto di vandalismo nei confronti del patrimonio paesaggistico in quanto bene comune, così come denuncia la sensibilità critica e fotografica di Tony Gentile e di molti altri giovani fotografi che alla fine negli anni Novanta condividono il loro impegno per una consapevole difesa della legalità e per il riscatto sociale e culturale dell’isola”. 
Infine Monica Maffioli dedica la sua attenzione a un ulteriore gruppo di fotografi tra cui Shoba, Sandro Scalia, Fabio Sgroi, Lia Pasqualino.
Ho tralasciato, per motivi di spazio, molti protagonisti. Cosa che non fa l’autrice puntuale fino alla meticolosità nella sua ricerca. Da citare almeno la rivista “Sicilia” diretta nei primi anni da Bruno Caruso e i “bagheresi” tra cui Peppuccio Tornatore, raffinato fotografo oltre che regista. E non va tralasciato l’affettuoso, appassionato omaggio a Giovanni Chiaramonte, fotografo varesino nato da genitori gelesi, da poco scomparso, che proprio a Gela ha dedicato uno dei suoi raffinati lavori. 
Concludo doverosamente con un’ultima citazione di Maffioli: “La fotografia, dunque, si trasforma in un’arma potente, irrompe nelle pagine dei giornali, racconta ciò che non si dovrebbe sapere, comprova gli eventi, ne ricorda l’efferatezza, il dolore che provocano e sollecitano le coscienze, anche quelle che negano l’esistenza della “questione” mafiosa”.

Tutte le immagini sono tratte dal volume di Monica Maffioli Fotografi siciliani del Novecento (Giunti Editore)

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