Andrei Molodkin: arte e sangue
L’uso della penna a sfera, la classica, intramontabile Bic non è una novità nel panorama dell’arte degli ultimi decenni. Le opere più note sono di Alighiero Boetti, ma sono diversi gli artisti che la usano e l’hanno usata, spesso con notevoli risultati. Penso, per esempio, a Giuseppe Stampone e ai suoi accurati, iperrealistici disegni.
L’uso che ne fa Andrei Molodkin ha però una ragione particolare che l’artista ci racconta a Todi dove l’incontriamo durante la sua mostra Fire alla Galleria Giampaolo Abbondio (fino al 14 giugno).
“Sono stato militare nell’Unione Sovietica, mi occupavo del trasporto dei missili. Ogni giorno ci davano, tra le altre cose, anche una penna Bic, perché potessimo scrivere a casa”. Così la penna biro diventa simbolo della comunicazione burocratica, di un rapporto anonimo che non prevede un dialogo. Questo tipo di penna diventa per l’artista un codice: rappresenta l’aspetto amministrativo, burocratico, notarile. Con quelle penne si stilano i documenti ufficiali, ordini e registri, dichiarazioni di guerra e trattati economici.
Oggi questo strumento si rivela, nella mostra di Todi, in due grandi carte che riproducono due opere dal titolo La strage degli innocenti. Un tema percorso e sviluppato da moltissimi artisti del passato, da Giotto in poi.
Pietro Lorenzetti, Guido Reni, Veronese, Tintoretto, Peter Bruegel, Poussin.
Ma, che io sappia, è da secoli che questo tema non viene utilizzato. Troppo legato probabilmente a una sensibilità che oggi appare remota, relegata nei manualetti del catechismo: l’ordine di Erode, re di Giudea, uno dei personaggi più cattivi della storia, che ordinò il massacro di tutti i neonati per eliminare Gesù che, un indovino gli aveva annunciato, lo avrebbe spodestato. Narrato dal Vangelo di Matteo pare che storicamente questo episodio non si verificò mai. Erode fu un re effettivamente pessimo ma di questo orrore non si macchiò mai.
E l’opera di Molodkin, infatti, non fa riferimento alla tradizione biblica. Le due potenti immagini che accolgono il visitatore nella prima sala della galleria riproducono un complesso montaggio. In primo piano si trova una donna che tiene in braccio un bambino – una madonna in nero –, attorno a loro una decina di bambini esanimi. In secondo piano, un gruppo di soldati israeliani, armati di tutto punto, spavaldi, sorridenti che incedono incuranti di quel che sta loro davanti. Sullo sfondo si trovano delle rovine: un minareto abbattuto sulla cupola di una chiesa, un tetto di costruzione araba e, ancora più in fondo, gli scheletri di palazzi moderni bombardati. Un’immagine, quest’ultima, purtroppo troppo familiare.
Le due opere differiscono tra loro per piccoli particolari, ma l’impatto che producono è diversissimo. Il dipinto a destra è più scuro, l’uso della penna insistito, con chiaroscuri molto forti. Il dipinto a sinistra è più “leggero” – se si può usare il termine in questa circostanza – quasi evanescente.
I tre livelli dei due quadri si compongono con drammatica misura. Gli innocenti in primo piano, i soldati, indifferenti, in secondo piano. Le rovine, infine. Se i primi due ci coinvolgono immediatamente, emotivamente, ci disturbano, lo sfondo ci disorienta, forse non è un minareto quello che si abbatte sulla cupola. Forse è una torre medievale. Ma, ci si domanda, cosa rappresentano le rovine? I graffiti delle grotte di Chauvet, i dolmen, le piramidi, l’acropoli, le pievi diroccate, che cosa ci raccontano? Raccontano, ma soprattutto testimoniano, di civiltà passate, scomparse, tramontate. Le rovine “storiche” accanto ai palazzi martoriati dalla guerra attuale ci dicono definitivamente che questa civiltà, questi valori, il nostro punto di vista è scomparso. O che quantomeno è obsoleto.
Le altre opere in mostra, anche queste inedite, sono immagini più piccole, studi preparatori e soprattutto immagini di foto segnaletiche con tanto di nomi, gradi, unità militare d’appartenenza dei militari raffigurati. La donna col bambino e i ragazzi no, loro sono anonimi.
Andrei Molodkin è nato nel 1966 in Unione Sovietica, ci tiene a sottolinearlo, a Boui un paese a 500 chilometri a nord di Mosca. Dopo il servizio militare e gli studi all’accademia Strogonov di Mosca, si è trasferito in Francia. Dopo alcuni anni in cui ha vissuto a Parigi oggi vive in una fabbrica di Mouburguet, un piccolo paese sui Pirenei al confine con la Spagna. Ha partecipato alla Biennale di Venezia nel 2009. “Un’esperienza che non potrei più fare al Padiglione russo” afferma amaramente. In quell’occasione Molodkin espose due Nike di Samotracia trasparenti riempite una con il sangue l’altra con il petrolio. La sua è sempre stata un’arte molto esplicitamente politica. Ai suoi inizi ha usato petrolio grezzo e sangue – di reduci ceceni o di transfughi ucraini – per esprimere la sua poetica. Il petrolio come metafora della geopolitica globale, il sangue come traccia delle vittime “invisibili” dei conflitti economici, sociali e militari; ha usato anche sistemi di pressione idraulica, azioni partecipative, proiezioni e strutture trasparenti modellate come loghi e icone culturali, mettendo in scena con cruda consapevolezza la relazione tra arte, capitale, mercato e violenza.
Quando gli domando da dove trae origine la sua ispirazione, l’artista mi risponde “Storia e realtà contemporanea sono gli effettivi ‘autori’ delle opere di questo ciclo”. Ma abbiamo l’impressione che storia e realtà siano gli “autori” di tutta la sua arte. L’immagine di Putin che gronda sangue (di soldati ucraini,) ne è uno degli esempi più clamorosi. Il video è stato proiettato in tutto il mondo, Italia e Russia comprese. Un’altra sua opera di grande risonanza è stata la performance in cui l’artista ha minacciato di distruggere opere d’arte del valore di 40 milioni di dollari se Julian Assange fosse morto durante la sua prigionia in Gran Bretagna (Qui la recensione di Artribune).
“In linea con l’intuizione di Theodor Adorno – secondo cui l’arte è politica proprio quando rifiuta la propaganda – Molodkin non offre soluzioni né consolazioni; le sue opere funzionano piuttosto come sistemi pressurizzati che svelano la dipendenza dell’arte e della società dalle logiche economiche – dice Giusy Garoppo, curatrice della mostra di Todi –. Se nel Rinascimento lo Stato si fa arte per legittimarsi, in Molodkin l’arte si fa Stato per smascherarlo. E se nel mondo classico la bellezza coincide con l’ordine, qui l’estetica si manifesta come attrito”.