Cao Fei, il drone sull’altare

1 Agosto 2026

«Sta facendo pubblicità?» La domanda è inevitabile. Il punto è che arriva troppo presto. L'ho sentita dagli studenti che accompagno in mostra. L'ho pensata anch'io. Dash, la mostra dell’artista cinese Cao Fei al Podium della Fondazione Prada, comincia nel modo meno museale possibile. Il primo oggetto è un drone agricolo. È enorme. Ha le eliche aperte e un corpo compatto. Più che una macchina sembra un grosso insetto nero rimasto immobile un attimo prima del decollo. Intorno, pannelli luminosi raccontano la sua efficienza. Ettari coperti. Litri distribuiti. Precisione. Riduzione della manodopera. Sullo schermo sorvola campi perfettamente verdi e lascia cadere un liquido innominato. Conosco già questa lingua. L’ho imparata anni fa, tra i video promozionali di una multinazionale di agrofarmaci. Le immagini sono sempre le stesse. Campi senza infestanti. Numeri puliti. Nessun imprevisto. Guardo quel drone anche come un generatore di immagini per esseri umani. Non lo è. Le produce per altre macchine. I suoi campi chiedono di essere elaborati. L'immagine smette di rappresentare il mondo. Comincia a intervenire su di esso.

Il drone è prodotto da XAG, azienda di Canton tra i leader mondiali della robotica agricola. Il messaggio è semplice: crisi climatica, siccità, spopolamento delle campagne. La tecnologia come risposta. Mi chiedo che cosa stia spargendo. Ma la domanda serve solo a tranquillizzarmi. Conta il formato. Problema. Soluzione. Fine. È qui che Cao Fei comincia a lavorare. Non critica il linguaggio adv. Non lo parodizza. Fa una cosa molto più rischiosa. Lo lascia funzionare abbastanza a lungo perché siamo noi a rivelare come lo guardiamo. Ho educato lo sguardo a cercare sempre lo stesso gesto. Se un’artista espone un marchio, aspetto l'ironia. Se espone un dispositivo industriale, aspetto la denuncia. Se usa il linguaggio della pubblicità, aspetto il momento in cui lo sabota. Dash sospende proprio questa attesa. Mi lascia senza il mio riflesso interpretativo preferito. È più scomodo del previsto.

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Cao Fei, Dash-180c (screenshot), 2026. Videogioco di realtà virtuale. Courtesy l’artista, Vitamin Creative Space, e Sprüth Magers. Opera prodotta da Fondazione Prada in occasione della mostra “Dash” .

Entro nella prima tenda. È costruita con sacchi di fertilizzante cuciti insieme. Materiale povero che diventa parete, tetto, rifugio. Più che un padiglione sembra un granaio provvisorio. Dentro scorrono immagini di fabbrica. Mani che avvitano componenti. Braccia che sollevano telai. Batterie inserite una dopo l'altra nei corpi dei droni. Poi i test di volo: le eliche ruotano dentro enormi reti metalliche. Sembrano gabbie. O forse voliere per uccelli d’acciaio. L'opera si intitola The Birth. Mi pizzica. Nascere è una parola che riservo ai mammiferi. Di certo non alle linee di montaggio. Gli operai ripetono gli stessi gesti decine di volte. Avvitano. Sollevano. Collegano. Le eliche fanno lo stesso. Aspetto che qualcuno interrompa quel ritmo. Non succede. La ripetizione smette di sembrare efficienza. Comincia a sembrare un rituale. Un ingegnere inserisce la batteria nel drone. Sembra l'ultimo organo necessario perché il corpo si metta in moto. Fuori dalla tenda c'è una piccola edicola votiva. Frutta. Incenso. Un drone. Da qualche minuto nessuno studente fa domande. È la prima volta da quando siamo entrati.

La tenda centrale è diversa. Più buia. Più silenziosa. Ci si entra come in un villaggio. O forse nel ricordo di un villaggio. Tempio e granaio condividono lo stesso spazio. I pannelli fotovoltaici stanno bene accanto agli altari. Aspetto che il drone diventi una metafora. Si ostina a restare un drone. Mi sdraio. Campi. Mani nella terra. Acqua. Stagioni. Poi l'incenso. Un drone è posato sopra un altare. Il fumo sale davanti alle eliche immobili. Brucia davanti al drone come brucerebbe davanti a qualsiasi cosa da cui dipende il raccolto. Uomini e donne danzano in un campo allagato. Maschere attraversano un canyon. Un animale viene sacrificato. Arriva la primavera. Arriva l'autunno. Si prega. Si ringrazia. Poco prima quello stesso drone si vendeva da solo. Adesso riceve offerte.

Questa scena continua a non avere un nome. In Cina, Thailandia, Vietnam e Cambogia i contadini hanno iniziato a fare offerte ai droni. Non al posto dei rituali tradizionali. Insieme a essi. Il drone entra nella grammatica della fertilità, del rapporto con gli antenati, dei cicli che governano la terra. Non prende il posto del sacro. Si accomoda. Resto a guardare più a lungo del necessario. Il fumo continua a salire davanti alle eliche.

In un angolo del piano terra c'è una postazione di realtà virtuale, nascosta tra piante artificiali di banano. Indosso il visore. Divento il drone. Sono un modello 180C ormai dismesso, riattivato per errore da una scimmia in un futuro in cui la rivoluzione agricola è già avvenuta e ha già lasciato dietro di sé le proprie rovine. Mi sollevo. L'altitudine continua a non piacermi. Anche dentro una simulazione il corpo si prende il diritto di avere paura. Guardo dall'alto. I campi terrazzati sono coltivati da robot. Serre circolari galleggiano nel cielo. I templi sono ormai rovine inghiottite dalla vegetazione. È un paesaggio che arriva dopo qualcosa. Dopo una rivoluzione. Dopo il cambiamento climatico. Dopo l'agricoltura. Non importa sapere dopo cosa. Per qualche minuto quel mondo non mi sembra fantascienza. Mi sembra un ricordo. Tolgo il visore. Il drone sull'altare è ancora lì.

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Immagini della mostra “Dash” di Cao Fei. Foto di Marta Marinotti e Federico Floriani. Courtesy Fondazione Prada.

Al piano superiore mi accoglie un drago. È disegnato con migliaia di chicchi di riso. Tra le scaglie affiorano componenti dei droni XAG. L’opera si intitola Land Ceremony. Il riso arriva dalla Lombardia. Non sviluppo nemmeno questo dettaglio. Lo lascio lì. Anche lui sembra rifiutarsi di scegliere tra geografie, tecnologie e rituali. Solo dopo arrivano le parole. Blocchi di fieno diventano tavoli. Sopra, agricoltura intelligente, filosofia della tecnica, storia rurale cinese. Le scrivanie si susseguono una dopo l'altra. Su ogni schermo parla qualcuno: antropologi, agronomi, filosofi. Quasi tutti cinesi. Li ascolto sotto la luce rosa delle lampade di crescita. Per un attimo mi sento anch’io una lattuga nelle torri idroponiche. Ma penso ancora al drone sull'altare. Al momento in cui aveva smesso di sembrarmi fuori posto. Poco più là scorrono diapositive del 1984, proiettate su sacchi di grano e cotone. Le produceva il Ministero dell'Agricoltura cinese nei primi anni delle riforme di Deng Xiaoping. Campi. Macchinari. Tecniche di irrigazione. La modernizzazione raccontata come una promessa. Riconosco immediatamente il formato. È lo stesso del drone XAG visto all'ingresso. Cambiano le immagini. Cambiano le macchine. Il linguaggio no.

Nei documentari Super Farms e Southward Journey la trasformazione esce dal museo. Risaie automatizzate. Droni che sorvolano campi che fino a pochi anni fa richiedevano settimane di lavoro manuale. Sul monitor compare una donna. Indossa una tuta. Tiene uno smartphone. Guarda il cielo mentre pilota un drone. Il primo riflesso è chiedersi se sia emancipazione. Ma è la stessa domanda che continuo a fare a tutta la mostra: da che parte stai? Finalmente compare la parola che mi mancava: cosmotecnica. Il filosofo Yuk Hui la usa per dire che le tecnologie si portano dietro un mondo. Una tecnologia arriva sempre insieme a una cosmologia, a un modo di ordinare i rapporti tra esseri umani, natura e tecnica. Per questo la tecnica, in Cina, non coincide con la definizione che ne ha costruito la filosofia europea. Non è un semplice mezzo. È già una forma di mondo. Ripenso al drone sull'altare. Forse il punto non era capire se quel rito fosse autentico o adattato. Il punto era accorgersi che continuavo a immaginare la tecnologia come una figura che entra dall'esterno dentro una cultura rimasta identica a se stessa. Yuk Hui suggerisce il contrario: la tecnica finisce per diventare lo sfondo stesso entro cui una cultura si ridefinisce. Non si limita a cambiare gli strumenti. Cambia il paesaggio mentale.

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Immagini della mostra “Dash” di Cao Fei. Foto di Marta Marinotti e Federico Floriani. Courtesy Fondazione Prada. 

È esattamente il terreno su cui Cao Fei e Rem Koolhaas si incontrano nel catalogo della mostra. Nessuno dei due sembra interessato a chiedersi se la tecnologia sia buona o cattiva. La domanda è un'altra: perché in Europa continuiamo a leggerla soprattutto come un problema morale, mentre in Cina diventa l'occasione per ripensare il rapporto tra produzione, paesaggio e tradizione? Koolhaas osserva che il dibattito europeo resta spesso bloccato tra entusiasmo e paura; Cao Fei insiste invece sulla necessità di guardare alle trasformazioni senza pretendere di sapere in anticipo da che parte stiano. Il drone sull'altare chiede di cambiare le categorie con cui lo interpreto. Mentre leggo, ripenso all'incenso. Al drone sull'altare. Le parole stanno raggiungendo la scena.

Prima di uscire torno al piano terra. La tenda. L'altare. Il drone. Il pubblico intorno a me è in gran parte cinese. Giovani. Coppie. Gruppi arrivati insieme. Forse colleghi. Mi domando se il bisogno della metafora fosse soprattutto mio.

Fuori, qualche studente si fotografa davanti alla Fondazione con lo smartphone. Ripenso alla donna che pilotava il drone guardando il cielo. Ripenso all'incenso. Per tutto il tempo mi sono chiesta se quelle due immagini si contraddicessero. Erano molto meno impazienti di me.

DASH - Cao Fei
9 Apr – 28 Set 2026
Fondazione Prada, Milano.

In copertina, Cao Fei, Dash (still), 2026. Video a doppio canale, colori, suono, 47min. Courtesy l’artista, Vitamin Creative Space, e Sprüth Magers.

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