Gundar-Goshen: la scrittura come resistenza

26 Ottobre 2026

La scrittura, per Ayelet Gundar Goshen, è una forma di resistenza. Una diga contro l’oppio dell’indifferenza, la stupidità del razzismo, la criminalizzazione dell’altro. Ma è anche un antidoto potente che aiuta a segnare la distanza con chi insiste a dividere il mondo in buoni e cattivi. Una scelta narrativa utile insomma, quella dell’autrice di Tel Aviv, per distinguersi da chi crede che lottare per i diritti civili, mettere la letteratura al servizio dell’impegno, significhi affogare in una melassa retorica, dove finiscono per prevalere ottusi pregiudizi ideologici. Distorte interpretazioni antropologiche.

Ayelet Gundar Goshen ha rivendicato la libertà assoluta di raccontare storie fin dal suo primo romanzo Una notte soltanto, Markovitch (tradotto da Raffaella Scardi e Ofra Bannet per la casa editrice Giuntina nel 2015), che in Israele ha vinto il Premio Sapir. Ritratto di un tempo in cui gli ebrei d’Europa stanno per essere inghiottiti dal tritacarne dei lager nazisti. Dove una nave salpa dalla Palestina per andare a recuperare venti donne che, una volta approdate sulle sponde opposte del Mediterraneo, metteranno in scena i loro matrimoni combinati. Ma subito dopo potranno divorziare, ritrovando la loro indipendenza lontano da quell’inferno che le vorrebbe eliminare perché sono ebree. Soltanto una di quelle unioni decise a tavolino resisterà alla messa in scena, trascinando Yaacov Markovitch e Bella Zeigerman in un’autentica, ossessiva passione amorosa.

“Appena mettiamo al mondo una storia – ha scritto Gundar Goshen in Bugiarda (tradotto da Raffaella Scardi per Giuntina nel 2019 –, quella, soprattutto se odora di scandalo, si regge in piedi da sola”. Ed è esattamente questo, una verità detta a metà, un equivoco mai chiarito, ma pronto ad alimentare altre menzogne, che innesca nel romanzo la vicenda di Nufar Shalev, una ragazzina condannata fin da neonata a essere bellissima. La Ninfea della sua famiglia: in realtà, un’adolescente uguale a tante altre, che un giorno accusa un cliente di averle messo le mani addosso nel cortile dietro una gelateria.

Il pasticciaccio potrebbe chiarirsi subito, se solo lei dicesse che il noto cantante Avushai Milner non ha tentato di violentarla. Ma quando la chiamano a testimoniare in tivù, i suoi silenzi, le lacrime, le mezze parole, ingigantiscono la colpa dell’accusato. E trasformano Nufar in un’improbabile eroina capace di opporsi alla prepotenza maschile, trascinando tutti i protagonisti della vicenda in una folle danza, dove nessuno è davvero innocente.

i

Una laurea in Psicologia clinica conseguita all’Università di Tel Aviv, l’impegno nel movimento per i diritti civili di Israele, una lunga collaborazione con il quotidiano Yedioth Ahronoth, l’attività di sceneggiatrice per il cinema che l’ha premiata con il Berlin Today Award e il New York City Short Film Award, fanno di Gundar Goshen una delle voci più originali della cultura ebraica. Lo conferma il suo nuovo romanzo Ospiti, tradotto da Raffaella Scardi per Neri Pozza (pagg. 268, euro 20): un tesissimo dramma sociale dove, ancora una volta, la scrittrice riesce a dare forma agli abissi dell’animo umano. Squadernando davanti agli occhi dei lettori sentimenti di purissima luminosità e ombre tenebrose di sconcertante inquietudine.

La Israele dei romanzi di Gundar Goshen è una società lacerata dalla diffidenza, dominata da una classe politica corrotta, dove i giorni sono scanditi dal sospetto verso l’altro e da un costante senso di pericolo. Così, quando Naomi rientra dalla solita passeggiata con il piccolo Uri, non è affatto contenta di ritrovarsi in casa un operaio arabo. Un palestinese che suo marito Yuval, assente per lavoro, ha chiamato per sistemare il balcone, senza considerare il pericolo a cui ha esposto la moglie e il figlio. E non serve a niente sussurrargli al telefono, con voce isterica: “Come ti è saltato in mente di lasciare in casa un muratore arabo mentre ci siamo io e Uri”.

Mentre l’operaio Mohand chiede di usare il bagno, succede qualcosa di inaspettato: Uri, iperattivo come tanti bambini, sgattaiola verso il terrazzo e fa cadere un martello in strada. In pochi minuti, sotto le finestre, scoppia un finimondo, perché la gente pensa che il lavoratore palestinese sia un terrorista, che abbia lanciato l’attrezzo di proposito per sfondare il cranio di Ariel Leviev, figlio del proprietario del minimarket, con l’intento di ammazzarlo. Tanto che, quando compare il piccolo Sayed, in cerca di papà Mohand, rischia di essere linciato pure lui da un gruppo di ebrei inferociti, convinti che faccia parte dello stesso commando omicida. Sarà proprio Yuval a strapparlo dalle mani dei suoi carnefici, a salvarlo da una morte atroce.

A quel punto, Naomi dovrebbe rivelare al marito la vera causa della morte del ragazzo sotto il suo balcone. Ma non trova il coraggio di farlo, perché teme di essere arrestata. La paralizza il terrore di finire invischiata in un’indagine sulla sua negligenza di mamma, che la strapperebbe al piccolo Uri. Le farebbe perdere l’adorato figlio.

Così, si illude di poter seppellire dentro di sé quel segreto terribile andando a trovare la famiglia di Mohand, stabilendo un contatto umano con loro, provando ad abbattere la barriera di diffidenza che separa gli ebrei dai palestinesi. Dal momento che, scrive Gundar Goshen, “di loro non sai niente più della somma delle tue paure”.

In realtà, l’ombra della colpa, seppure accidentale, la seguirà molto lontano da casa: quando il marito verrà trasferito in Nigeria per addestrare i piloti dell’esercito africano. Anche perché non riuscirà a sottrarsi alle insistenti telefonate di Tarek, il figlio maggiore dell’operaio palestinese, convinto che sia lei a dover coprire con ingenti somme di denaro il suo pesante, vigliacco silenzio. E, in fondo, Naomi lo sa bene: “La maggior parte dei problemi di questo mondo si risolve grazie ai soldi”.

“Tendiamo a considerarci persone buone nelle storie che ci raccontiamo ogni giorno”, dice Gundar Goshen. Ma può Yuval, che addestra i piloti nigeriani a volare con i bombardieri, dire di essere innocente? Soprattutto quando il venditore brasiliano di mango lo supplica: “Se bombardate il mio paese mi telefoni, d’accordo? Mi chiami prima e mi avverti”. Ed è innocente, forse, Naomi che ha lasciato finire in galera un uomo pur di non ammettere che è stato il suo Uri a lanciare il martello in strada, sfondando il cranio al giovane passante? Ed è innocente Tarek che, credendo di averne diritto, ricatta la mamma del bimbo assassino, la tormenta fino a portarla allo sfinimento. Ed è innocente il padrone del minimarket che vola fino in Nigeria, rapisce Uri, ma poi non trova il coraggio di portare a termine la sua tanto agognata vendetta? Ed è innocente quel candidato alle elezioni in Israele che basa il suo messaggio politico sull’odio profuso a piene mani, sulla separazione necessaria tra ebrei e palestinesi, fomentando un clima ineluttabile di incertezza e disperazione?

Il Male travestito da Bene, e il Bene che Ignora di albergare nel proprio cuore i tentacoli del Male, finiscono per produrre danni irreparabili: “A volte i bambini assorbono cose – scrive Gundar Goshen – a cui non hanno assistito direttamente. Pensa ai figli dei sopravvissuti alla Shoah: non erano lì quando è successo, ma il trauma si è comunque trasferito a loro”. Ed è così anche per i palestinesi ghettizzati, perseguitati da Israele, che non smetteranno mai di covare odio nei confronti di chi è venuto a occupare la loro terra. E, adesso, si comporta come il nuovo padrone di casa che vuole sfrattare il vecchio inquilino sostenendo di averne il diritto, anche se paga regolarmente l’affitto.

i

Da terapeuta, da psicologa clinica che ogni giorno si confronta con le più oscure pulsioni dell’animo umano, Gundar Goshen ama proporre una narrazione complessa, mai consolatoria, foriera di continui interrogativi. La scrittrice, infatti, costruisce le sue storie ben sapendo che i personaggi vanno raccontati, ascoltati, capiti, mai giudicati. E che anche una vita all’apparenza perfetta può trasformarsi rapidamente in un viaggio nelle tenebre.

“Tutto è possibile”, se diamo ascolto alla frase che chiude Bugiarda, e che potrebbe ritornare come mantra nell’intricato reticolo di vicende che compone Ospiti. Perché una piccola bugia, dice la scrittrice, può ribaltare il mondo. E chi di noi è davvero convinto di non avere mai mentito? Magari a fin di bene, per difendere se stesso o i propri cari, per salvarsi da una situazione sgradevole.

La paura dell’altro, l’incapacità di provare empatia e compassione, la fuga nella menzogna quando è difficile ammettere le proprie mancanze, hanno nutrito le pagine di altri romanzi di Gundar Goshen. Come Svegliare i leoni, tradotto da Ofra Bannet e Raffaella Scardi nel 2017 per Giuntina, dove un onesto medico israeliano crede di poter nascondere la morte di un migrante africano, che ha investito una notte mentre guidava a velocità elevata nel deserto. Ma anche come Dove si nasconde il lupo, tradotto da Raffaella Scardi nel 2022 per Neri Pozza: nella storia, il conflitto sociale si sposta in California e la paura di avere un figlio assassino in casa fa evaporare il tepore del sole di Palo Alto, cancella la gioia di avere conquistato una villa con piscina nel cuore della Silicon Valley. E riporta alla memoria di Lilián Schuster gli anni trascorsi in Israele, dove le giornate erano dominate dall’angoscia di doversi difendere da tutto e da tutti.

“Per finire con l’ambiguità bisogna semplicemente finire di vivere”, scriveva Albert Camus nel suo romanzo La caduta del 1956. Perché “finché si è in vita il caso è dubbio”. Nei libri di Gundar Goshen, l’ambiguità è sempre in agguato. Perché, dice la scrittrice di Tel Aviv, “non esiste la perfezione in nessuno di noi. Ed è meglio prendere coscienza che in ognuno di noi vive un predatore, per saperlo intercettare prima che ruggisca”.

Il fascino di Ospiti, e degli altri romanzi di Gundar Goshen, è racchiuso nello sguardo limpido, implacabile, libero da false illusioni, e ancor più fasulle speranze di riscatto, che la scrittrice di Tel Aviv punta sul razzismo, che trascina appresso a sé vendetta: sull’ambiguità del vivere, perché a ben guardare nessuno è mai puro; sull’impossibilità di stabilire una verità libera dal non detto, dalle parole venate di falsità.

In un tempo come il nostro, dominato dalla rabbia e dall’incertezza, ognuno deve fare i conti con quello che ha fatto o ha deciso di non fare. Jean Paul Sartre parlava dell’angoscia che scaturisce dalla piena consapevolezza della responsabilità che ci accompagna davanti alle scelte imposte dalla vita. Nelle storie di Gundar Goshen la redenzione, il perdono, il desiderio di purificazione, quasi sempre si rivelano materia buona soltanto per gli illusi. Fino al momento in cui quella parola così ostracizzata, responsabilità appunto, non ridiventa il centro di gravità dell’esistenza stessa.

Da quest’anno tutte le donazioni a favore di doppiozero sono deducibili o detraibili. SOSTIENI DOPPIOZERO (e clicca qui per saperne di più).