Fabrizia Ramondino e le donne di Trieste

22 Ottobre 2026

Nel 1869 Walt Whitman scrive Passage to India, poema che celebra la meraviglia del nuovo passo verso l’esotico: quel canale di Suez che apre ai sogni di un Oriente improvvisamente a portata di mano. Oltre un secolo dopo Fabrizia Ramondino prende in prestito la formula di Whitman per il suo Passaggio a Trieste (Einaudi, 2000; ripubblicato con una nuova veste grafica nel 2026), per approdare nella città del barone Revoltella, che investendo nel canale di Suez legò il suo nome a quella porta verso l’Est. Trieste è proprio quella porta sull’ignoto, dove si incrociano confini, Storia, storie e una delle più grandi rivoluzioni del secolo breve, quella della legge 180, della psichiatria democratica di Franco Basaglia. Per trovare Fabrizia Ramondino e il suo Passaggio a Trieste allora dobbiamo attraversare la città: passare oltre il suo salotto ‘buono’, la piazza sul mare, e non aver paura di addentrarci nei suoi vicoli, e in quelle strade in cui forse ci sentiamo meno sicuri, ma che ci mostrano la sua vera bellezza.

Via Pio Riego Gambini è incastrata tra un quartiere residenziale ben vestito di palazzi e ville, e un quartiere popolare: Largo Barriera e la sua Piazza Garibaldi, piena di vite e di storie che parlano lingue diverse e spesso non si capiscono.

In Via Gambini, in una torrida estate della fine degli anni Novanta, la scrittrice Fabrizia Ramondino viene invitata dalla psichiatra Assunta Signorelli a entrare nel Centro Donna Salute Mentale. È lì che in quegli anni vengono accolte centinaia di donne, e sono queste donne che le parole di Fabrizia Ramondino cercano di raccontare.

Diario di bordo

L’esperienza di Fabrizia Ramondino dentro al Centro diventa un vero e proprio diario di bordo perché è come salire su una nave che viaggia — immaginiamoci di oltrepassare il canale di Suez e tutti gli oceani possibili — verso un mondo troppo spesso incasellato da stereotipi e luoghi comuni: la follia.

Le mule matte* (mula è il termine con cui in triestino si definisce ragazza, donna – e nel linguaggio comune el mato è per definizione il tizio, la persona, senza necessariamente un’accezione al suo stato di salute mentale) di via Gambini sono anch’esse donne in viaggio, scappano dalle guerre, dalle violenze domestiche, dagli abusi di potere sui luoghi di lavoro, o per le strade, ma soprattutto fuggono da loro stesse, provando a trovare nel Centro un nuovo equilibrio. Per un occhio esterno — e Ramondino in fondo è una ‘foresta’ come si dice qui, semplificando il concetto di forestiera, estranea — la maggior parte sono donne dell’Est. Ma a Trieste si fa presto a dire est: la Croazia dista 45 minuti di automobile, e per molti questi confini sono sconosciuti o legati solo a mete di villeggiatura. Nel diario di bordo la scrittrice si immerge in questi mondi, talvolta lasciandosi trasportare dalle onde che scuotono il ponte di questa grande nave, ascoltando le voci che si accavallano nel corso della navigazione, altre volte invece bussando piano, cabina per cabina, e dentro ogni stanza ci fa scoprire universi interi. È l’ingresso in questa «soglia invisibile», un luogo dove il cartello 'Bussare prima di entrare' è un atto di civiltà e diventa inevitabilmente un rito di passaggio, anche qui, da un luogo ad un altro.

Le donne del Centro hanno storie molto simili, violenze soprattutto: botte, stupri, torture. Qualcosa si rompe, e non sono solo le ossa. Ad un certo punto, così per quasi tutte, qualcosa nella logica quotidiana si inceppa, parole che non si riescono più a dire, mani che non sanno più stare ferme, teste che friggono, grida che non si possono tenere dentro. Ramondino fa parlare tutte, si fa specchio, non traduce, ci lascia guardare dentro ogni stanza accendendo piano la luce, possiamo sbirciare pochi istanti, tanto quanto le interlocutrici hanno voglia di parlare o di lasciarsi guardare, ma poi anche lei, anche la scrittrice imparziale, ogni tanto si lascia andare: un commento, una sofferenza, un impulso a prendere una boccata d’aria.

Non è facile restare al Centro, in tutti i sensi. Essere equidistante da tutte, non si può. Ci sono certe storie che scavano solchi profondi, fiumi sotterranei — ricalcando la memoria carsica della terra che ci ospita — e che diventano voragini insostenibili, così Ramondino ogni tanto ha bisogno di una pausa, di uno svago, di un momento fuori dalla sofferenza. Nelle sere libere dagli impegni Fabrizia ci invita a vedere vecchi film, dalla monografia di Marilyn Monroe all’opera omnia di François Truffaut, con lei, sul divano di casa di Assunta, apriamo la porta alla leggerezza, per un attimo — ma solo per un attimo davvero — solleviamo il peso dal cuore, ed è una ricerca necessaria e umana, per poter affrontare il giorno successivo.

Non è da fraintendere, l’esperienza del Centro, il rapporto con le donne in viaggio, con le infermiere, le volontarie e le dottoresse non è soltanto dolore, ci sono momenti di gioia e di condivisione, ci sono storie di speranze e soprattutto modelli che funzionano e che oggi più che mai andrebbero studiati e approfonditi di più.

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Fotografia di Augusto De Luca - Wikimedia Commons.

Un Cavallo per la Rivoluzione

Per chi non conosce Trieste, l’ex Ospedale Psichiatrico si affaccia alla città dalla collina di San Giovanni, immerso nel verde. Al suo interno oggi ci sono: dipartimenti sanitari, cooperative sociali, sartorie, laboratori, facoltà universitarie, biblioteche, uno splendido roseto, una radio, un teatro, una chiesa e un ottimo posto ristoro, il Posto delle Fragole. I suoi viali si inerpicano per la collina e a destra e a sinistra spuntano i padiglioni, quasi tutti ristrutturati, e fra loro campeggia la scultura di Marco Cavallo, un cavallo azzurro di cartapesta realizzato da artisti e pazienti nel 1973, durante l’era basagliana, che, come le ere geologiche, ci dimostra che c’è un prima e un dopo Franco Basaglia. La libertà è terapeutica, recita un murales sulle fondamenta di uno dei padiglioni, e Marco Cavallo rappresenta la libertà, quella di uscire dal cancello del manicomio provando a sradicare pregiudizi e diffidenze.

Basaglia, neurologo e psichiatra, assume la direzione dell’ospedale psichiatrico di Trieste nell’agosto del 1971 e lavora con un gruppo di giovani medici, psicologi, assistenti sociali, volontari e studenti, apre le porte dei reparti, vieta le forme di contenzione fisica e l’elettroshock. Istituisce assemblee con tutti i pazienti, segue il lavoro degli infermieri per far sì che abbandonino progressivamente il ruolo di semplici custodi per diventare assistenti attivi e responsabili nel processo di trasformazione. E poi c’è il territorio: si creano case famiglia, gruppi appartamento; la città entra nell’Ospedale con manifestazioni, concerti e iniziative culturali, e i pazienti si riappropriano della loro città, con incursioni sempre più frequenti.

La rivoluzione basagliana mette al centro il paziente: il dialogo e non la costrizione, il reinserimento sociale come priorità al posto della reclusione forzata, la storia del malato e non più solo il numero della cartella clinica.

Per queste intuizioni, per il rapporto di scambio e di crescita costante all’interno dell’istituzione liberata nasce la volontà di compattare ancora di più il gruppo di donne che si è creato all’interno della nuova struttura sanitaria.

La Donna al centro

«Mi viene spesso chiesto se si possa parlare di ‘un essere folle al femminile’, se la follia abbia un genere, e se la costituzione di luoghi separati per l’accoglienza non apra a un ulteriore impoverimento del già stentato rapporto tra i sessi», è Paola, una psichiatra del Centro, a scrivere a Fabrizia. Prendo in prestito questa frase perché penso che continuando a farci domande — ancora oggi — possiamo trovare un senso a tutto quello che è successo. Non so rispondere alla domanda, ma penso che storicamente le donne sono state tra gli esseri umani più incompresi e più giudicati ‘folli’. Ancora oggi la definizione di ‘isterica’ ha una connotazione strettamente femminile anche quando si riferisce a un uomo. Centinaia di migliaia di cartelle cliniche, di referti per comprovare la scientificità della predisposizione femminile alla follia, alla nevrosi, alla fragilità mentale. Dalla rivoluzione basagliana a Trieste una delle forze maggiori di integrazione, solidarietà e accoglienza è stata proprio l’unione di un gruppo di donne: la tenacia e il coraggio di Assunta Signorelli e di un manipolo di infermiere, volontarie, dottoresse e degenti, creano l’Associazione “L’Una e l’Altra”, nata il 5 ottobre del 1990 e ancora operante sul territorio. L’Associazione supporta il Centro, permette una maggiore indipendenza per le cure alternative e diventa un luogo speciale che crea individui, da oggetti (di violenza e di discriminazione) a soggetti, soggetti aventi diritti, soggetti parte di una società.

Wilma, Merima, Marja, Edvige, Allegra, Graziella, Franca, le «opere umane»

C’è una storia che forse racchiude più di altre la potenza della rivoluzione basagliana e la forza del Centro, è la storia di Wilma. Wilma nel 1978 ha 29 anni e una diagnosi: “schizofrenica di tipo paranoide con scarse possibilità di recupero”, internata in manicomio da allora. Facciamo un salto temporale, è il 1992, “Wilma ha una casa, sua, in Città Vecchia, un quartiere centrale di Trieste, usufruisce dell’assistenza domiciliare due volte a settimana, si gode i suoi gerani e il suo scorcio di mare che può guardare dalla finestra, in compagnia di due cardellini di nome Tim e Pim”. Cosa è successo tra il 1978 e il 1992? Una rivoluzione nella rivoluzione: il Centro Donna Salute Mentale. Entriamo con Ramondino nei corridoi e le voci ci assalgono:

«Parlo al vento che porta via i miei fogli, e al tempo stesso i miei giorni»
«Mi frigge la testa»
«Non mi piacciono gli scoiattoli, ma i topi sì (…) gli scoiattoli hanno un corpo da topi ma sono vezzosi. (…) i topi sono più veri»
«Vorrei essere un’altra persona»
«Perché dovrei mettere ordine in casa mia quando c’è tanto disordine nel mondo?»
«Non so se sono viva o morta»
«I leoni mangiano l’acqua, li ho visti in una fontana»
«Ho perso l’amore di tutto»
«Voglio vivere»
«Mi fanno sorridere le persone buone»

Le parole delle donne che Ramondino incontra ci spingono a riconsiderare molto della nostra vita, della nostra fragilità ma anche della nostra forza, di come riusciamo a non spezzarci nonostante tutto e di come sia benefico accettarsi e rispettarsi. Ecco un’opera umana, per come la intendeva Fabrizia, qualcosa che attraverso le sue crepe lascia intravedere una luce. Ci sarebbe da scrivere un libro per ognuna di loro, farle davvero diventare un’opera d’arte, ma non si può, e grazie a questo libro riusciamo a coglierne dei frammenti e a portarli nella nostra vita e nella nostra 'normalità'.

Una delle storie che mi colpisce di più è quella di Merima: riuscita a fuggire da Sarajevo in piena guerra con il suo bambino e accolta al Centro. Merima è una donna in cammino, ha una laurea in Scienze politiche, prima della guerra scriveva per il giornale di Sarajevo «Oslobodjenje» e grazie all’aiuto del Centro si è potuta ricostruire una vita. Prima di partire di nuovo — dopo aver trovato lavoro e i soldi per il viaggio — ha scritto un libriccino: Sarajevo oltre lo specchio (ed. Sensibili alle foglie, 1995) di cui Fabrizia cura la prefazione. Riscatto sociale e culturale si mischiano in questa storia e ci dimostrano che il Centro non è solo un luogo dove si “riparano gli oggetti rotti”, ma dove si può costruire una nuova identità e un nuovo futuro.

L’arrivo di Fabrizia tra queste donne crea un nuovo pianeta intorno cui girare, e come tante Lune le donne si sono raccontate, hanno usato la scrittrice come un megafono, talvolta un registratore, più spesso come un ‘distributore automatico di sigarette’, ma sempre hanno condiviso qualcosa, con quella generosità che è davvero senza filtri e senza giudizi. Franca, con una semplicità disarmante, ad un certo punto del libro dice: “Volevo cambiare vista, così mi sono fatta gli occhi strabici… con gli occhi strabici si acquista un altro sguardo sulla vita”. E forse sta tutto qui, nel volersi rifare gli occhi, per cambiare il proprio punto di vista.

Oggi

Il Centro Donna Salute Mentale non c’è più, ma l’Associazione “L’Una e L’Altra” si prende ancora cura delle realtà più fragili, delle donne con esperienza di disagio mentale, e agisce in simbiosi con altre associazioni che co-abitano nella Casa Internazionale delle Donne. È qui fuori che mi trovo ora, in una mattinata fresca di ottobre, mentre guardo le vecchie foto, i ritratti e immagino di nuovo le voci riempire i corridoi.

Rigiro il libro fra le mani, guardo il rosa acceso della copertina e mi chiedo cosa avrebbe detto Fabrizia: le sarebbe piaciuto? Nelle prime pagine scrive che Trieste, per lei, è sempre stata una città ‘maschile’, costruita sulle voci di grandi poeti e letterati, come Saba, le cui poesie aprono ogni capitolo. Oggi la città sta riscoprendo, con fatica e a piccoli passi, le sue donne, penso a Pia Rimini, Anita Pittoni, Miela Reina, Leonor Fini, Maria Lupieri. Chissà come sarebbe cambiato lo sguardo di Ramondino su Trieste, se avesse potuto ascoltare anche loro. Allo stesso modo mi chiedo come possiamo essere noi un tramite per queste voci di donne che non hanno possibilità di far sentire la propria voce nel mondo, donne dimenticate, offese, imprigionate e private di ogni identità: forse iniziando a parlare di più di salute mentale, di diritti, di persone e a chiamarle, come faceva Fabrizia, una per una per nome.

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