Gli avvistamenti dell'invisibile pantera

14 Ottobre 2026

Tutti ne hanno sentito parlare, e lo schema è sempre lo stesso: un’ombra più buia delle tenebre si aggira per la notte senza luna, oppure tra sterpaglie, cartacce e pezzi di auto arrugginiti di una qualche no man’s land autostradale fa improvvisamente la sua comparsa una fatidica macchia nera, non prevista ma riconoscibilissima, pur nella sua fulminea labilità. Ci si può trovare nella provincia sperduta dove sembra non dover succedere mai nulla, dove è la staticità stessa dei luoghi che quasi reclama l’evento spettacolare, oppure nel banalissimo traffico del GRA, del Grande Raccordo Anulare di Roma: di colpo, prima o poi, la pantera viene avvistata.

Che sia il perfetto uomo della strada, l’uomo o la donna qualunque, come uno studente in libera uscita o una donna che sta raccogliendo del radicchio nell’orto, o qualcuno dai connotati di partenza già vagamente pittoreschi (la domestica della stilista Laura Biagiotti), immediatamente chi la avvista entra nel registro dei testimoni e scatta l’iter canonico: si allertano le forze dell’ordine (che, con perfetto e italico savoir faire da B-movie brigano, sbrigano, recintano, stazionano e poi si dileguano alla chetichella senza niente in mano), gli affamati giornali locali, con la costola aggiunta, da qualche decennio, della fantomatica redazione web; l’avvistamento scuote il torpore di una micro-comunità, diventa virale, è sulla bocca di tutti: ma della pantera, fuori da quella prima ombra confusa, non rimane più nulla.

Giacomo Micheletti, setacciando il web, i domini della para-letteratura e, in senso lato, del para-normale (tra le sue fonti, l’archivio del CeRaVoLC, il Centro per la raccolta delle voci e leggende contemporanee) con il suo Panterica (Italosvevo, 2026) ha fatto in un colpo solo della cronistoria degli avvistamenti panterici in Italia un appassionante poliziesco storiografico-culturale che strizza l’occhio al metodo indiziario-comparativo di Carlo Ginzburg, un reportage in prima persona con elusivi sprazzi di apertura autobiografica, una riflessione su quello che, in alcuni momenti della vita, ci sfugge e verso cui inesorabilmente tendiamo, come attratti da una forza misteriosa che cattura una parte nascosta di noi.

Partiamo dal lato cronachistico. Dal primo avvistamento di Bedonia, provincia di Parma, del 1985 (ma ad aprire le danze nel libro è quello di Roma, 1989) a quello dell’agosto 2023, Perugia, registrato come di sfuggita dall’autore nelle ultime pagine del suo diario di bordo, lo stile secco e referenziale che snocciola un’apparizione via l’altra con le rispettive costanti e varianti può ricordare sia la sequenzialità noir di alcune pagine di Roberto Bolaño (penso alla Parte dei delitti, in 2666) sia, non troppo alla lontana, il celebre incipit del classico della microstoria Il formaggio e i vermi (1976) di Ginzburg, appunto (che qualcosa da spartire col giallo, in fondo, ce l’ha, se per stessa ammissione autoriale, in un inseguimento di incipit, è ispirato a quello del Pasticciaccio gaddiano), e, più in generale, l’esposizione chiara e pulita di un case study dal sapore filologico:

“Mercoledì 27 dicembre 1989, Tor San Giovanni, periferia nord-est di Roma. Attorno alle quattro del mattino, mentre è alla guida nei pressi del Grande raccordo anulare, il diciottenne Tiziano Virivè crede di riconoscere il profilo di un grosso animale nero – una pantera, sussurra incredulo alla sorella, seduta al posto del passeggero – nell’atto di attraversare la strada prima di dileguarsi nella boscaglia circostante.”

Cosa ci fa un animale esotico, teletrasportato da altre coordinate spaziotemporali (e da altre storie, da Kipling, da Salgari), in piena campagna romana, o, pescando tra altri avvistamenti, per dire, in mezzo alle stoppie del cuore anonimo della Pianura Padana?

La risposta razionalistica, riassumendo, si scinde in tre tronconi, che afferiscono a: 1. Uno zoo con i cancelli difettosi; 2. Un circo di passaggio che perde per strada le sue bestie/fenomeni da baraccone; 3. Un privato collezionista di animali esotici, dai gusti discutibili e con la testa un po’ tra le nuvole.

Ma tra Udine e Cassano delle Murge, Stagno Lombardo e Bitonto, nonostante tutto, quasi sempre l’onnipresente pantera, immortalata in fotografie immancabilmente sgranate e inutilizzabili, alla fine, non c’è. «Ma se la gente continua a vederla?»

Ed è qui che Panterica dalla cronaca passa in scioltezza a un abbozzo di storia dell’immaginario italiano degli ultimi cinquant’anni, toccando i temi e i fenomeni della psicosi collettiva (gli avvistamenti paralleli degli UFO, per esempio), del ritorno del rimosso selvatico nel bel mezzo della civiltà urbana, dell’ecologia, crisi climatica compresa.

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Fotografia di Ash Edmonds - Unsplash.

“L’epoca dei primi avvistamenti di grossi felidi selvatici in Italia è anche quella in cui la fragilità degli ecosistemi e della nostra stessa presenza sulla Terra doveva finalmente imporsi all’opinione pubblica in tutta la sua tragica evidenza.”

A proposito di questa «indicibile utopia selvatica» che proietta, con l’ologramma panterico, il ricordo di una natura distrutta sullo scenario periurbano di un mondo civile che sembra andare nella stessa direzione, penso alle considerazioni che lo psicanalista junghiano James Hillman affida al suo Presenze animali:

“Il regno animale, dall’uomo delle caverne fino a Darwin alle Galápagos e a Melville sulla baleniera, non esiste più. Gli insetticidi coprono le foglie. Nelle verdi colline d’Africa gli elefanti maschi vengono abbattuti per l’avorio delle zanne. Desideriamo ardentemente una restaurazione ecologica del regno.”

L’affascinante tesi di Paolo Toselli (direttore del CeRaVoLC), citata in Panterica, sarebbe che gli avvistamenti della pantera iniziano quando arretra la figura del lupo, terrore incarnato per generazioni di bambini ben prima di Cappuccetto Rosso: almeno fino a quando, negli anni ’70 del secolo scorso, improvvisamente e prosaicamente lo spauracchio per antonomasia rischia l’estinzione e scivola dallo status di mostro delle fiabe a quello di specie protetta: la pantera nasce dalla morte del lupo.

Tutto ciò ci porta al cuore del libro, ovvero al fatto che la storia degli avvistamenti panterici dice meno della fantasmatica bestia braccata e più dell’osservatore: quella che prende forma è una storia del nostro sguardo, e del nostro desiderio.

Dopo un excursus enciclopedico dall’ossessivo sapore melvilliano che passa in rassegna tutti i significati che la cultura occidentale ha voluto leggere nel manto del grande felide nero (da Plinio il Vecchio, ai bestiari medievali, ai poeti della Scuola Siciliana, che ne fanno metafora della donna amata irraggiungibile), diventa chiaro che la pantera, con i paradossi che porta con sé (un cacciatore formidabile che sfugge alla caccia, un essere che non è) finisce per incarnare una sfuggente figura dell’assenza, un miraggio o meglio un’epifania, ciò che ci spinge a cercare quello che manca, quel «qualcosa che amplifica lo scrocchio del fogliame sotto le suole, aumenta il contrasto tra i raggi del sole che scendono obliqui e l’abbraccio di tenebra che l’ombra stende sulla collina risalendone il pendio».

Muovendosi, come il suo araldico spirito-guida, con i suoi passi felpati in «quel confine viscoso che al tempo stesso separa e non separa lo spettacolo della presenza dai fantasmi dell’assenza, quello che c’è e quello che non c’è», Panterica è, oltre a tutto il resto, anche uno schivo libro autobiografico.

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