Nella carne di Szalay
Tutto inizia all’ombra di desolanti palazzi di cemento armato del suburbio di Budapest, che si stagliano con la loro aria da periferia dell’impero negli inoltrati anni Settanta: la storia è quella del quindicenne István, del suo riscatto sociale che, prendendo il via da un’iniziazione sessuale grigia come i casermoni popolari che le fanno da sfondo, lo porterà beffardamente, tra alti e bassi, dopo lo scorrere di vari decenni, non troppo lontano dallo stesso punto di partenza dal quale ha iniziato a srotolarsi la sua vicenda.
Il nuovo romanzo Nella carne (Adelphi, 2025, traduzione di Anna Rusconi) di David Szalay, vincitore del The Booker Prize 2025, ripropone atmosfere, temi e personaggi che un lettore dei suoi precedenti lavori riconoscerà a colpo sicuro.
La liaison con una vicina di casa più vecchia della madre del protagonista (accidente più volte rimarcato), fa da battesimo del fuoco segnato dalla perturbante attrazione per la bruttezza, e dà il la a tutto quello che segue: dal sospetto di omicidio (la vittima: il marito della donna, caduto dalle scale al termine di una colluttazione che gli sarà fatale) all’ingaggio come soldato in Iraq, fino ai bassifondi di Londra, dove István intraprenderà l’onorata carriera di buttafuori di nightclub sgattaiolando impassibile nella vita underground dei sobborghi londinesi.
Dicevo che chi ha letto gli altri libri dell’autore può trovare legami abbastanza precisi con questo nuovo romanzo; in effetti, anche arrivati a questo punto della trama, Nella carne dimostra di ereditare atmosfere e ambienti dal precedente Tutto quello che è un uomo (Adelphi, 2017, traduzione di Anna Rusconi), in cui ogni capitolo è pieno di desiderio e carnalità, ma come sviati verso un oggetto inizialmente non prevedibile, come se qualcuno avesse dato una gomitata a Cupido intento a scagliare la sua freccia, facendogli sbagliare bersaglio: storie di risposte fuori asse rispetto agli stimoli, del modo in cui si sta nell’insoddisfazione o in una soddisfazione improvvisa e non preventivata, tendenzialmente assurda o in tono minore.
Tralasciando il primo capitolo, dal quale tuttavia sembra esalare lo stesso torbido odore di marcio erotizzato dell’incipit di Nella carne (qui la vicenda è quella di due diciassettenni che nel corso di uno scalcagnato interrail estivo inciampano in una padrona di casa orripilante, fumatrice incallita e bisognosa di attenzioni maschili a compensazione di un ménage matrimoniale deprimente), è della vicenda di Balázs, terzo capitolo, che Nella carne si mostra praticamente uno spin-off con varianti e amplificazioni: la storia della delicata attrazione di una guardia del corpo (precedentemente di stanza, guarda caso, in Iraq), che non spiccica una parola, per la fatale e fascinosa donna del suo capo, in una Londra in stile hard boiled.
Quella che in Balázs è una semplice caratteristica soggettiva, il laconismo, germoglia in István fino all’ipertrofia, tanto da diventare lo stile narrativo del nuovo romanzo.

Mi spiego meglio: la scrittura di Szalay, come e forse più che nei suoi altri lavori, è asciutta, un occhio meteorologico registra i fatti talvolta enormi che capitano ai personaggi e li squaderna come se niente fosse, insieme ai micro-eventi insignificanti della vita di tutti i giorni: tutto ci viene presentato sempre sguarnito dal benché minimo commento.
Se nella prima parte del libro il semi-mutismo di István (che, retoricamente, è una vera lacuna che si mangia tutto), in combutta con questo narratore asettico, che non si scuce, ci dovrebbe avvicinare moralmente al suo protagonista (in generale, chi non parteggerebbe per un eroe sfortunato di cui segue l’arrabattarsi nei vari casini che lo travolgono, verso un qualche squarcio sperabilmente luminoso?), tuttavia, nella seconda parte del romanzo, le cose cambiano.
La parabola esistenziale di István, infatti, prosegue così: una serie di coincidenze propizie e nella giusta successione, un matrimonio in cui attrazione e interesse economico si fondono in un tutt’uno, un destino mondano radioso come giusta ricompensa per chi è nato tra gli stenti polverulenti dell’arrugginita galassia URSS, il tutto ai danni, chiaramente, delle nuove vittime della ruota alterna della fortuna: lo sguardo che coglie questa virata è, in realtà, sempre lo stesso, che continua implacabile a presentarci i nuovi fatti con uguale ritmo ossessivamente scabro e martellante.
Il risultato che ne consegue è che István, da poco originale David Copperfield ungarico con ammiccanti tratti alla Éduard Limonov (come la stanzetta ascetica seminata di pesi e bilancieri), diventa un più che ovvio Barry Lindon londinese: riferimento kubrickiano che ricorre anche nel risvolto Adelphi, e che è effettivamente seguito alla lettera da Szalay, fino alla pedissequa morte del figlioletto di István in un incidente stradale; l’asciutta umbratilità di chi è ruvidamente impermeabile alle avversità si trasforma nel silenzio connivente dell’approfittatore e dello squalo sociale. Questa metamorfosi silenziosa del protagonista, ferma restando la prevedibilità della trama, a mio avviso, è uno dei punti di forza del libro.
Il realismo minimale di Szalay punta tutto sul mostrare e sul non commentare, al costo di spegnere involontariamente, e questo non è un piccolo difetto, i personaggi di cui racconta le storie: i sentimenti che li potrebbero animare non sempre lievitano grazie alle reticenze e ai loro vuoti, che dovrebbero dare profondità e prospettiva; rimane, allora, la ricerca freddina di un effetto patetico (perseguita, in Nella carne, a tavolino, un po’ già dal titolo), come nel precedente Turbolenza (Adelphi, 2019, traduzione di Anna Rusconi), in cui con esercizi di equilibrismo anche qui troppo telefonati si inanellano in serie velocissimi ritratti di tragedie comuni.